Ben Harper, una carezza in un pugno contro il razzismo
Luigi Bolognini, LUIGI BOLOGNINI
"Call it what it is" è l'album con cui il cantautore americano torna a lavorare con la band degli Innocent Criminals, tra ballate acustiche e accuse contro la polizia statunitense
Aggiornato alle 2 minuti di lettura
Ben Harper & the Innocent Criminals Call it what it is (Stax Records)
Il ritorno. Sarà capitato anche a voi di tornare dopo qualche anno nei luoghi dove siete cresciuti. Se vi va male, succede come al ragazzo della via Gluck che non vede nulla di quel che aveva lasciato, neanche i prati. Se vi va bene, tutto è come allora: gli amici di un tempo sono sempre lì, anche se cresciuti, ritrovate angoli e visuali di allora, e per un po’ si ricrea la magia di quegli anni. Poi magari la magia passa e resta la malinconia, ma di quelle buone, con gli occhi lucidi e l’animo sereno. Ecco la sensazione nel riascoltare Ben Harper nella reunion con gli Innocent Criminals (la sua E Street band), che aveva sciolto nel 2007 dopo una serie di meravigliosi dischi pieni di funk e black music, come Burn to shine e Lifeline. Da allora Ben ha sempre tenuto alta la qualità media del prodotto, come si conviene a un musicista di clamoroso talento tecnico e vocal…
Ben Harper & the Innocent Criminals Call it what it is (Stax Records)
Il ritorno. Sarà capitato anche a voi di tornare dopo qualche anno nei luoghi dove siete cresciuti. Se vi va male, succede come al ragazzo della via Gluck che non vede nulla di quel che aveva lasciato, neanche i prati. Se vi va bene, tutto è come allora: gli amici di un tempo sono sempre lì, anche se cresciuti, ritrovate angoli e visuali di allora, e per un po’ si ricrea la magia di quegli anni. Poi magari la magia passa e resta la malinconia, ma di quelle buone, con gli occhi lucidi e l’animo sereno. Ecco la sensazione nel riascoltare Ben Harper nella reunion con gli Innocent Criminals (la sua E Street band), che aveva sciolto nel 2007 dopo una serie di meravigliosi dischi pieni di funk e black music, come Burn to shine e Lifeline. Da allora Ben ha sempre tenuto alta la qualità media del prodotto, come si conviene a un musicista di clamoroso talento tecnico e vocale come lui, ma ha avuto alti e bassi: tra i secondi i dischi da solista, tra i primi il clamoroso disco in duetto con mamma Ellen, Childhood home, del 2014. L’anno scorso però c’è stato il clamoroso riavvicinamento con gli Innocent Criminals, concerti compresi, ed era inevitabile che nascesse un nuovo disco. Ecco quindi Call it what it is, un bel disco. O meglio, un gran bel disco all’inizio, proprio sull’onda emotiva della gioia di questa reunion. Poi, superata l’emozione del momento, l’entusiasmo scema un po’. Ma solo un po’.
La copertina dell'album "Call it what it is" La conferma. Conferma da intendersi come riconferma, ovvero come ritorno al felice passato. Ad esempio, l’alternanza di generi diversi, un classico nel poliedrico Ben: così si passa dal reggae di Find our way alla ballad acustica di All that has grown e Dance like fire al rock-blues di When sex was dirty (è una bestemmia dire che pare un pezzo dei Rolling Stones?), che apre il disco. Altra conferma, l’alto livello musicale di tutto l’album: piacciano o meno le canzoni, non c’è un pezzo che suoni sbagliato in qualcosa. E poi c’è l’impegno politico, una delle costanti di Harper, con la band e da solo. Non necessariamente partitico, anche se la sua preferenza per i Democratici è nota. Ma nel pezzo che dà il titolo all’album torna su un vecchio (e che neppure un presidente di colore ha risolto) problema americano, il razzismo. Call it what it is è un atto d’accusa duro e preciso alla polizia per la recente uccisione di ragazzi neri. Anzi, non uccisione: dice il ritornello «Call it what it is: murder», chiamalo per quel che è, omicidio. Paradossalmente la canzone musicalmente più debole del disco, ma spesso le canzoni politiche lo sono, perché l’urgenza artistica del messaggio viene prima di tutto ed è quel che le rende memorabili.
Il dubbio. Cosa c’è che non va, quindi, in un disco così? Poco. Ma quel poco è fondamentale. Ascoltandolo qualche volta si insinua il tarlo del dubbio: Call it what it is risulta un po’ un disco manierista, nel senso che tutto suona troppo uguale ai bei tempi, senza uno scatto di novità. Forse non era questo il disco giusto per farlo, nel senso che il primo dopo la reunion doveva ricordare a tutti la qualità di questa formidabile alleanza musicale, e quello giusto per sperimentare sarà il prossimo (speriamo tutti che ci sia). Ma insomma un filo di delusione rimane: ci avevano abituato così bene ai tempi che ci aspettavamo qualcosa di più del (comunque) tanto che ci viene dato.