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James Blake, nei frammenti di suono sbuca l'anima dell'uomo

"The colour in anything" è il terzo avventuroso album per il giovane londinese, tra i musicisti più influenti oggi, amato da Beyoncé e Kanye West
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James Blake, The colour in anything (Polydor)
 
Variazioni. L’effetto è lo stesso: immagini James Blake mettere in loop una sua frase musicale che ti entra nel cervello, gira qualche manopola e trasfigura la voce rendendola sempre meno umana, il beat percussivo intanto insiste, e poi arrivano delle tastiere un po’ sognanti, e a quel punto sulla frase ripetuta in loop il canto si fa soul. Piccole variazioni a parte, ci ha già fregato un bel po’ di volte così questo ventisettenne di Londra, al terzo album in cinque anni. Uno degli artisti più influenti oggi: echi della sua musica sono nell’hip hop e nel pop, in Kanye West (è quasi finito in questa nuova uscita), Beyoncé (lui è in due brani dell’ultimo lavoro della cantante), Drake, Bon Iver e Frank Ocean, gli ultimi due anche tra gli autori di questo nuovo album. Doveva chiamarsi Radio Silence invece si chiama The colour in anything. Doveva uscire nel 20…
James Blake, The colour in anything (Polydor)
 
Variazioni. L’effetto è lo stesso: immagini James Blake mettere in loop una sua frase musicale che ti entra nel cervello, gira qualche manopola e trasfigura la voce rendendola sempre meno umana, il beat percussivo intanto insiste, e poi arrivano delle tastiere un po’ sognanti, e a quel punto sulla frase ripetuta in loop il canto si fa soul. Piccole variazioni a parte, ci ha già fregato un bel po’ di volte così questo ventisettenne di Londra, al terzo album in cinque anni. Uno degli artisti più influenti oggi: echi della sua musica sono nell’hip hop e nel pop, in Kanye West (è quasi finito in questa nuova uscita), Beyoncé (lui è in due brani dell’ultimo lavoro della cantante), Drake, Bon Iver e Frank Ocean, gli ultimi due anche tra gli autori di questo nuovo album. Doveva chiamarsi Radio Silence invece si chiama The colour in anything. Doveva uscire nel 2015 invece è stato pubblicato alla mezzanotte tra il 5 e il 6 maggio 2016, stretto stretto nella corsa odierna delle uscite a sorpresa tra Beyoncé e i Radiohead.
La copertina dell'album "The colour in anything" 
 
La formula. La cifra di Blake è quella gamma artistica che va dalla paranoia metallica all’esplosione umanissima dell’anima. Tra l’elettronica algida e il soul, insomma. E nei suoi pezzi - pezzi? tracce? composizioni? spesso siamo al limite della forma canzone - c’è sempre un po’ di questo e un po’ di quello. E quando sembra che il soul sia comunicativo in modo stranamente e vagamente tradizionale arriva allora una nota che si inceppa, la stessa nota ancora e ancora, martellante, straniante come in Points. Non è una formula esatta la sua, ma una paletta apparentemente limitata che ancora consente combinazioni nuove. Non è certo scontato l’andamento di Love me in whatever way, che a metà pezzo si incaponisce in un ostinato circolare con tastiere sintetiche. E Timeless invece destruttura la techno per trasformarla in una ballata di neo soul perfetta. Con un basso finale che smentisce il timore principale: James Blake ha il groove, il suo non è soul sbiancato. A smentire l’intimità di f.o.r.e.v.e.r., solo piano e voce pulita, c’è l’autotune tanto amato da Blake in Put that away and talk to me con una specie di carillon in un canale e il beat grosso nell’altro: stupisce che non abbia ancora collaborato con Björk. Destrutturatore incallito Blake lo è anche quando incappa in sonorità synth pop: I hope my life sembra prendere gli Eurythmics e un pezzo alla volta toglie tutto fino a lasciarne lo scheletro. E quanto si diverte a vedere l’essenzialità. 
 
Loop soul. Non è facile amare James Blake. Immediato non lo è mai stato, tranne forse nella cover di Feist Limit to your love, che in fondo serviva da biglietto da visita per il pubblico più casuale. Richiede e pretende passione e pazienza. Ma restituisce tutto con gli interessi. My willing heart è da fuoriclasse. Choose me svetta, con quel canto che ricorda Antony “Anohni” Hegarty. Meet you in the maze è come ti aspetteresti il canto tradizionale di un coro su quel pianeta da cui venivano gli alieni di Incontri ravvicinati del terzo tipo. Emblematica I need a forest fire con Bon Iver: è nella variazione rispetto alla ripetizione ossessiva di frammenti di frasi musicali che emerge la canzone. E allora, in attesa di definizioni più calzanti, questo genere che cerca di dare ordine e bellezza alla realtà frammentata di oggi lo chiameremo “loop soul”.