Spettacoli

LA CRITICA

Ben Watt, un artigiano del pop sofisticato in cerca di capolavori

Protagonista negli Everything But The Girl con la moglie Tracey Thorn durante gli anni Ottanta e Novanta, il musicista inglese pubblica il terzo album solista, "Fever dream"

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Ben Watt, Fever dream (Caroline)
 
Il passato. Ben Watt ha attraversato gli anni Ottanta e i Novanta da protagonista. Lui e Tracey Thorn (marito e moglie ancora oggi) erano il motore e i responsabili del progetto Everything But The Girl, che ha fatto scuola saltando tra i generi: hanno abbracciato il cool, la canzone sofisticata, il pop adult oriented, la dance, e sempre al massimo livello. Oggi né Watt né la Thorn possono aspirare alle classifiche, ma i loro dischi mantengono standard qualitativi piuttosto alti.
La copertina dell'album "Fever dream" 
 
Il presente. Watt rimane un ascoltatore attento. Le sue compilation sono sempre state cariche di buon gusto e di ricercatezza. Fever dream è il suo terzo disco da solista, che esce a due anni di distanza dal precedente Hendra, e lo spirito che lo anima è lo stesso di sempre: una grande attenzione ai suoni e alla forma che non si trasforma mai in fredda precisione esecutiva ma mantiene l’indispensabile carica emozionale. Watt resta fondamentalmente un chitarrista, e il suo strumento è il vero (ma mai invadente) carburante di queste canzoni moderne ma al tempo stesso dolcemente appoggiate sul passato. Si sentono gli echi di David Gilmour, di John Martyn, della California di Crosby, Stills & Nash (Between two fires) e Jackson Browne (Fever dream), ma anche di un “contemporaneo” come Jonathan Wilson. In New year of grace c’è ospite Melissa Nadler e alle spalle si intravede la sagoma appena accennata di David Sylvian.
 
Il talento. Watt è un magnifico artigiano del pop sofisticato. Ogni sua canzone è colorata da sottili sfumature e suoni mai casuali, e la sua musica a tratti vola davvero. Rispetto a Tracey Thorn ha più controllo e meno spinta emozionale. A volte lei, con la sua voce, va oltre il limite della sua creatività. Ben regala momenti sublimi e altri non memorabili, e in generale i suoi dischi restano un po’ a metà strada. Con almeno tre o quattro momenti assolutamente da salvare.