ROMA - Sono giovani, sono carini e sono bravi: i 5 Seconds of Summer non sono una qualsiasi “boy band”, sono un gruppo rock per adolescenti, se proprio si vuol dare una definizione esatta, pop rock, dove l’equilibrio tra gli elementi (teen idol, rock, pop) è pressochè perfetto. Diecimila giovanissime fan (pochi, sparuti i maschi) hanno affollato ieri sera il Palalottomatica di Roma, per la seconda tappa, dopo quella all'Arena di Verona venerdì scorso, della sezione italiana del «Sounds live feels live World tour» dei quattro ragazzi australiani, tour mondiale partito tre mesi fa e che è ben lungi dall’essere concluso, 100 le date in totale, conclusione per il prossimo ottobre.
Il successo planetario della band è più che giustificato: i quattro sono bravi, suonano con impegno e abilità, sono simpatici e sanno come stare in scena facendo contente le ragazzine e senza abdicare alla loro natura di musicisti. La “scuola” l’hanno fatta bene, come band di supporto ai One Direction, ma a differenza della boy band inglese i quattro australiani sanno tutti suonare e bene, si propongono con uno show che ha pochissimi effetti speciali e punta tutto sulla loro presenza scenica e la loro musica. E nell’ora e mezza di set dimostrano di avere delle abbondanti dosi di energia e talento per poter crescere e uscire dalla fortunata formula odierna e fare anche di più e meglio di quanto già oggi fanno.
Luke Hemmings (chitarra e voce), Michael Clifford (chitarra, tastiere e voce) e Calum Hood (basso e voce), hanno iniziato come molte band di oggi, suonando a scuola e postando video su YouTube, cover di brani altrui, raggiungendo già così una discreta fama. Poi, con l’aggiunta di Ashton Irwin alla batteria, sono diventati una band in grado non solo di esibirsi dal vivo ma anche di iniziare a proporre le proprie canzoni. L’incontro con i One Direction permette alla formazione un’ascesa supersonica alla fama, ma il successo lo sostengono con un repertorio di pop rock che mescola volentieri il punk giocoso dei Blink 182 e dei Good Charlotte, con il pop che oggi va per la maggiore, con ritornelli fatti apposta per cantare in coro, melodie semplici e accattivanti e una notevole dose di elettricità.
Dal vivo, ancor più che su disco, la differenza con le boy band “dance oriented” si nota in maniera marcata: l’universo di riferimento dei 5SOS è quello del rock leggero e cantabile, il drumming di Ashton è solidissimo e creativo, le due chitarre di Luke e Michael sostengono il suono intrecciandosi bene anche quando, sul palco, hanno spazio per qualche assolo, il basso di Calum tiene la barra dritta per tutta la band. Suonano bene, cantano tutti e quattro, non hanno un frontman (seppure Luke ha il ruolo centrale), e via via nello show si lasciano andare, divertono e si divertono e si vede.
Hanno due album alle spalle, e una serie di hit che in concerto prendono forma anche migliore, da Hey everybody a Gotta live it up today, da Good girls a She looks so perfect. Fanno rumore, casino, allegria, rock in parole povere, privo di ansia e angoscia, carico di gioia di vivere e di divertimento, uno stile che è sempre stato parte integrante del rock, quello di brani come What I like about you dei Romantics che, non a caso, la band esegue come unica cover della serata. Le ragazze, ovviamente, sono in visibilio, il boato che accompagna ogni canzone è assordante, l’entusiasmo alle stelle.
Le fan si sono organizzate per dare spettacolo, non solo con i cartelli che innalzano ma anche con uno spettacolare tricolore di luci bianche rosse e verdi che circonda il palco: sono giovani e giovanissime, spesso accompagnate dai genitori, soprattutto dalle madri, ragazze che per una notte sognano e si lasciano andare, cantano, piangono, urlano, sono protagoniste di uno show che, va detto, non conosce noia. Nessuno sta seduto, tutti cantano in coro, e la band, dal canto suo, fa del suo meglio. Le canzoni sono decisamente ben costruite, i ragazzi sono credibili e bravi, la bellezza di Luke Hemmings e Ashton Irwin ovviamente gioca a loro favore, ma l’amore delle ragazze inonda anche Calum Hood e soprattutto Michael Clifford, che ricambiano, gratificando il pubblico dicendo che quella italiana “è l’accoglienza migliore che abbiamo mai avuto”.
Il successo planetario della band è più che giustificato: i quattro sono bravi, suonano con impegno e abilità, sono simpatici e sanno come stare in scena facendo contente le ragazzine e senza abdicare alla loro natura di musicisti. La “scuola” l’hanno fatta bene, come band di supporto ai One Direction, ma a differenza della boy band inglese i quattro australiani sanno tutti suonare e bene, si propongono con uno show che ha pochissimi effetti speciali e punta tutto sulla loro presenza scenica e la loro musica. E nell’ora e mezza di set dimostrano di avere delle abbondanti dosi di energia e talento per poter crescere e uscire dalla fortunata formula odierna e fare anche di più e meglio di quanto già oggi fanno.
Luke Hemmings (chitarra e voce), Michael Clifford (chitarra, tastiere e voce) e Calum Hood (basso e voce), hanno iniziato come molte band di oggi, suonando a scuola e postando video su YouTube, cover di brani altrui, raggiungendo già così una discreta fama. Poi, con l’aggiunta di Ashton Irwin alla batteria, sono diventati una band in grado non solo di esibirsi dal vivo ma anche di iniziare a proporre le proprie canzoni. L’incontro con i One Direction permette alla formazione un’ascesa supersonica alla fama, ma il successo lo sostengono con un repertorio di pop rock che mescola volentieri il punk giocoso dei Blink 182 e dei Good Charlotte, con il pop che oggi va per la maggiore, con ritornelli fatti apposta per cantare in coro, melodie semplici e accattivanti e una notevole dose di elettricità.
Dal vivo, ancor più che su disco, la differenza con le boy band “dance oriented” si nota in maniera marcata: l’universo di riferimento dei 5SOS è quello del rock leggero e cantabile, il drumming di Ashton è solidissimo e creativo, le due chitarre di Luke e Michael sostengono il suono intrecciandosi bene anche quando, sul palco, hanno spazio per qualche assolo, il basso di Calum tiene la barra dritta per tutta la band. Suonano bene, cantano tutti e quattro, non hanno un frontman (seppure Luke ha il ruolo centrale), e via via nello show si lasciano andare, divertono e si divertono e si vede.
Hanno due album alle spalle, e una serie di hit che in concerto prendono forma anche migliore, da Hey everybody a Gotta live it up today, da Good girls a She looks so perfect. Fanno rumore, casino, allegria, rock in parole povere, privo di ansia e angoscia, carico di gioia di vivere e di divertimento, uno stile che è sempre stato parte integrante del rock, quello di brani come What I like about you dei Romantics che, non a caso, la band esegue come unica cover della serata. Le ragazze, ovviamente, sono in visibilio, il boato che accompagna ogni canzone è assordante, l’entusiasmo alle stelle.
Le fan si sono organizzate per dare spettacolo, non solo con i cartelli che innalzano ma anche con uno spettacolare tricolore di luci bianche rosse e verdi che circonda il palco: sono giovani e giovanissime, spesso accompagnate dai genitori, soprattutto dalle madri, ragazze che per una notte sognano e si lasciano andare, cantano, piangono, urlano, sono protagoniste di uno show che, va detto, non conosce noia. Nessuno sta seduto, tutti cantano in coro, e la band, dal canto suo, fa del suo meglio. Le canzoni sono decisamente ben costruite, i ragazzi sono credibili e bravi, la bellezza di Luke Hemmings e Ashton Irwin ovviamente gioca a loro favore, ma l’amore delle ragazze inonda anche Calum Hood e soprattutto Michael Clifford, che ricambiano, gratificando il pubblico dicendo che quella italiana “è l’accoglienza migliore che abbiamo mai avuto”.