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Beyoncé, l'interprete oltre il "brand"

Con "Lemonade" la cantante afroamericana realizza un album pieno di riferimenti politici e personali che si muove nella musica e non solo nei generi
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Beyoncé, Lemonade (Sony)

Prima. Partiamo da una confessione, tanto per sgombrare il campo da ogni possibile forma di equivoco: Beyoncé non mi è mai piaciuta. Ne capisco la bravura, ne comprendo l’importanza, ne apprezzo l’indipendenza e la forza, ma se dovessi dire, con franchezza, che qualche suo album giri nelle mie playlist direi una bugia. Non ho mai amato lo stile vocale, maestoso ma freddo, non ho mai apprezzato il suo modo di proporsi in scena (trovo ormai insopportabile la formula “molti balletti pochi vestiti”), ho sempre pensato a lei come a un prodotto non come a un’artista. Prodotto coscienziosamente e professionalmente costruito per essere d’eccellenza, ma pur sempre prodotto, per il quale il successo è una necessità e non un accidente, confezionato per piacere al più alto numero di persone possibile. C’è del talento in questo? Senza alcun dubbio: di prodotti sul mercato ce ne sono…
Beyoncé, Lemonade (Sony)

Prima. Partiamo da una confessione, tanto per sgombrare il campo da ogni possibile forma di equivoco: Beyoncé non mi è mai piaciuta. Ne capisco la bravura, ne comprendo l’importanza, ne apprezzo l’indipendenza e la forza, ma se dovessi dire, con franchezza, che qualche suo album giri nelle mie playlist direi una bugia. Non ho mai amato lo stile vocale, maestoso ma freddo, non ho mai apprezzato il suo modo di proporsi in scena (trovo ormai insopportabile la formula “molti balletti pochi vestiti”), ho sempre pensato a lei come a un prodotto non come a un’artista. Prodotto coscienziosamente e professionalmente costruito per essere d’eccellenza, ma pur sempre prodotto, per il quale il successo è una necessità e non un accidente, confezionato per piacere al più alto numero di persone possibile. C’è del talento in questo? Senza alcun dubbio: di prodotti sul mercato ce ne sono moltissimi, e molti sono altrettanto ben fatti, se il pubblico tra tutti quelli che sono in offerta sceglie Beyoncé ci deve essere un motivo, e non bastano le regole di marketing a spiegare quale sia. Brava, dunque, lo è di certo, perché è riuscita a intercettare nel mondo femminile “post-Madonna” quello che serviva e quello che mancava, una formula pop musicalmente più aggiornata, l’uso di elettronica e dance, l’equilibrio tra hip hop e melodia, l’immagine di donna forte e indipendente ma anche di moglie e madre, di imprenditrice ma anche di ragazza sexy, tanto per dire che nulla, per lei, era impossibile. Beyoncé è un “brand”, come si dice oggi, un “marchio”, attraverso il quale arrivano a noi molte cose diverse, concerti, dischi, video, film, profumi, abiti, e molto altro ancora.
La copertina dell'album "Lemonade" 
Adesso. Bene, tutto vero. Ma adesso arriva Lemonade, un “visual album” che mette insieme un’ora e più di immagini che accompagnano ogni canzone. Un album che, apparentemente, racconta quello che a Beyoncé Knowles, sposata Carter, sembra essere realmente accaduto, ovvero una crisi matrimoniale, con tutto quello che ne consegue. Che sia vero o no francamente importa poco, perché tutto serve a realizzare un disco che, come dice lei stessa, rappresenta “il cammino di ogni donna verso la conoscenza di sé e la guarigione”. Disco “impegnato” quindi sul fronte femminile, ma anche più in generale sulla violenza, sull’abbandono, sul perdono, nel quale non mancano riferimenti politici espliciti, in linea con le proteste degli afroamericani per la brutalità della polizia. Disco, però, “impegnato” soprattutto sul fronte musicale, anzi, senza alcun dubbio il più bell’album che Beyoncé abbia mai realizzato. Un disco denso, spesso sorprendente, mai piatto, un album che è, finalmente, all’altezza del mito, della fama, della diva, del successo che Beyoncé ha fino ad oggi ottenuto. Non più “prodotto” pop, insomma, ma “artista”, Beyoncé sembra volersi affrancare dai cliché, almeno musicalmente parlando, e ci riesce abbondantemente in un album che mette insieme molte cose diverse e tutte molto interessanti. Non solo le collaborazioni, già di per sé singolari, con Jack White e James Blake, ma soprattutto i pezzi in cui l’universo sonoro “black” viene esplorato con straordinaria libertà. Libertà che si nota nei crediti dei samples, da Bacharach ai Led Zeppelin, da Doc Pomus a Timmy Thomas, negli arrangiamenti che spaziano senza timore tra pop, soul, funk, elettronica, addirittura qualche accenno di country e che dimostrano (ed è il vero pregio di Lemonade) che Beyoncé si muove finalmente nella musica e non nei generi, che ha l’ambizione di parlare a tutto il pubblico e non solo ad una parte. E questo lo si nota ancora di più nella maturità del canto. Se, a mio avviso, il difetto maggiore di Beyoncé è sempre stato quello di una sostanziale algidità espressiva, Lemonade invece la vede pronta ad affrontare le emozioni e non a simularle, la vede finalmente alle prese con i primi barlumi di autenticità, elemento non fondamentale per scalare le classifiche ma essenziale per essere davvero una grande interprete, una vera artista.

Dopo. Lemonade è un gran bel disco, ricco e divertente, vario e appassionante, che tocca alcuni vertici notevoli (come nel caso di Freedom con Kendrick Lamar e in Forward con James Blake, senza tradire completamente l’immagine e il ruolo del “brand” Beyoncé. Ah, è anche un visual album, ovvero un film intero, canzone per canzone. Ma lì, se ci è consentito dirlo, il lavoro da fare per arrivare a sfuggire alla logica del videoclip fine a se stesso, è ancora lunga.