Tiromancino, la difficoltà di viaggiare senza bussola
Luigi Bolognini
Il tema è il mare, nel nuovo album della band, "Nel respiro del mondo", dove Federico Zampaglione cerca nuove variazioni alla sua formula
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Tiromancino, Nel respiro del mondo (Sony)
Fiume carsico. A volte ritornano. Una frase che Federico Zampaglione, pure bravo regista di film horror, in fondo farà un po’ propria. Ma i Tiromancino (meglio precisarlo visto che Zampaglione è anche appassionato di boxe) tornano anzitutto perché non sono affatto morti, anche se la loro esistenza ha un andamento un po’ da fiume carsico: un po’ hanno successo (molto), un po’ no, un po’ ci sono, un po’ no, un po’ appunto Federico ha altro da fare. E si pensava che dopo il litigio finale col fratello Francesco per un pezzo la band non sarebbe ricomparsa. Invece tutto è restato in famiglia (dal fratello Federico è passato al padre Domenico, che ha scritto metà dei testi). Ed ecco qui un album al solito curatissimo nei dettagli (arrangiamenti e atmosfere in primis), che dà l’idea di qualcuno che vorrebbe rinnovarsi ma non sa come, tenta, prova qua, prova là, qualcosa azzecca, qualcosa sbaglia, però alla fine il meglio di sé lo dà ancora quando resta sul proprio terreno.
La copertina dell'album "Nel respiro del mondo" Mare. Parliamo di terreno, ma il tema dominante è il mare, in qualche modo citato in tutte le canzoni. Ma le canzoni più interessanti sono quelle totalmente marine. L’antipasto (terza traccia) è Molo 4, dal sound molto esotico, orientale e reggae curioso, affascinante. Il resto viene di fila a chiudere il disco: Mare aperto, Il linguaggio segreto dei pesci, Onda che vai e Non dipende da noi hanno un’atmosfera vintage, trasognata, malinconica, che è poi quella a cui i Tiromancino ci hanno abituato in oltre vent’anni di onorata carriera pop. Delle quattro convince soprattutto Mare aperto, che paragona l’abbandono sentimentale a un naufragio dell’anima. Il linguaggio segreto dei pesci è quasi più parlata che cantata (e anche per questo fa pensare al vecchio sodalizio con Riccardo Sinigallia, che partorì forse le cose migliori della band). Onda che vai ha un che di onirico. Chiude Non dipende da noi in cui Zampaglione arrochisce la voce, lasciandosi dietro l’aria da tenerone e sfoderando anche ironia. Tra le perle, passando dall’acqua alle rotaie, va citata L’ultimo treno della notte, ballata cantautorale che inanella immagini da film in bianco e nero.
Po. Se vogliamo continuare con la metafora idrica, Nel respiro del mondo ricorda un fiume, magari come il Po o forse il Danubio: andamento lento (non nel senso di De Piscopo), sinuoso, curvilineo. Insomma, quello stile un po’ placido flusso di coscienza un po’ filastrocca che ha reso celebri i Tiromancino. Ma l’ispirazione non è (e non può essere) sempre quella della Descrizione di un attimo o Strade o Per me è importante, e si vede: pezzi tipo Imprevedibile e Come musica per sempre in America li chiamerebbero B-side. E quando Zampaglione tenta di uscire dalla strada consueta i risultati sono bizzarri. Il singolo Piccoli miracoli non è brutto, ma ha un che di già sentito, di quel pop alla Battisti post viaggio negli Usa (qua e là pare Amarsi un po’ o è solo impressione?). Mentre Tra di noi è l’opposto: ipercontemporanea, romanticoide, zeppa di archi, sembra una canzone per un concorrente di talent show. E forse per questo sarebbe diventata una hit clamorosa, se Federico l’avesse affidata a Mengoni. Un disco con una piacevolezza di fondo, che non è poco, ma che dà l’idea di essere di transizione verso un qualcosa ancora ignoto allo stesso viaggiatore. Pardon, navigatore.