Spettacoli

LA CRITICA

Altro che standard, quello di Bob Dylan è un gioco "punk"

Arriva nei negozi "Fallen Angels". Dodici canzoni che rappresentano il seguito ideale di "Shadows in the night": una nuova rilettura degli standard del canzoniere americano del novecento. 

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Bob Dylan - "Fallen Angel" (Sony Music)

E' ancora lì Bob Dylan, alla prese con la sua ultima mutazione. Quella iniziata l'anno scorso con "Shadows in the night". Ancora vagabondo su quelle strade battute dai crooner degli anni '50: e si tratta di Highways, strade principali, ad alto scorrimento. Standard, autostrade della canzone popolare. Che se percorse da lui, però, cambiano del tutto, si capovolgono, come in Inception di Christopher Nolan si capovolgevano intere città. Strade principali che diventano piccoli e mal messi spezzoni d'asfalto senza uscita, stradine di periferia che portano a nulla, luoghi in cui non si scivola con swingata leggerezza ma dove si accumula densità: piani su piani, sogni su sogni, vite su vite.
 

Perché scegliere canzoni senza tempo? Perché lo spazio musicale contemporaneo ha lasciato da parte la scansione ordinaria del tempo: non c'è trend che non imploda su se stesso nel giro di qualche mese. E la scelta di Dylan è attuale proprio perché nel tutto-e-subito, nel qui-e-ora della Rete diventa legittimo raccontare il presente utilizzando canoni nel passato. Operazione che Dylan compie utilizzando il suo strumento principe: la voce, il "suo" modo di attraversare melodie conosciute e popolari rendendole stranianti, separate. Il suo modo di pronunciare, scandire o sussurrare le parole. A quegli standard rassicuranti Dylan riesce a restituire tutto un universo di problematicità. Come seguire i piccoli passi di un angelo caduto - i "Fallen Angels" del titolo del disco - che mette in discussione tutto l'esistente musicale solo con la sua presenza.  
 
Dodici canzoni, da Melancholy Mood a Polka dots and moonbeans, tratte da un repertorio di compositori come Johnny Mercer, Harold Arlen, Sammy Cahn e Carolyn Leigh, e incise insieme alla sua band ai Capitol Studios di Hollywood, in una delle brevi pause del suo Never ending tour. Un risultato che si configura come il polo opposto del conservatorismo in musica. Perché quello di Dylan è un gioco "punk", privo di qualsiasi propensione all'ortodossia: fa quello che vuole, quando vuole. Irridendo come sempre chi cerca conferme, sicurezza e una versione qualsiasi di Mr. Tambourine Man. E meno male...