Spettacoli

LA CRITICA

Travis, sempre carini i gattini del pop rock

Venti anni di carriera, otto album, la band scozzese con "Everything at once" conferma di saper realizzare canzoni piacevoli. Gli stadi? Ora li lasciano volentieri ai figliocci Coldplay

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Travis, Everything at once (Red Telephone Box)
 
Allo stadio. Non mancava niente agli ultimi ventimila album dei Travis: c’era la melodia, la passione, il suono, la produzione, la serietà, il divertimento, quel sano amore per la musica che il gruppo scozzese ha sempre saputo esprimere, anche quando la creatività non era al massimo e sembrava adagiarsi a standard pigri. Quello che davvero mancava era il pubblico. E soprattutto l’idea del pubblico. La band scozzese di Fran Healy non era nata per essere una realtà di culto, per pochi amanti della delicatezza e del “carino” nel pop rock. Non a caso è sopravvissuta anche alla fantomatica scena – il New Acoustic Movement - alla quale per poco tempo fu associata. I Travis erano nati per essere un gruppo da stadi, e ci erano riusciti al culmine della carriera, oggi ventennale (in realtà gli album sono otto, compreso quest'ultimo, Everything at once). Ma poi sono arrivati i loro eredi, dichiaratamente ispirati a loro, e li hanno relegati ai margini del pop. Sì, il figlioccio Chris Martin dei Coldplay è uno dei motivi per cui il padrino Fran Healy ora non riempie gli stadi.
La copertina dell'album "Everything at once" 
I gattini. Questo è solo uno dei modi di vedere la parabola dei Travis. Qualche colpa ce l’hanno. Da 12 memories in poi non sono riusciti mai a perpetrare l’immaginario con la stessa forza degli esordi, quando brani bellissimi come Driftwood e Turn e anche All I want to do is rock convincevano un po’ tutti. Sempre più incartati intorno alla propria grazia hanno iniziato a cesellare delizie pop che raramente sono uscite dai perimetri del “delizioso”. I Travis sono come i gattini per i social network: sorridi, pensi “che carini” e poi passi ad altro. Stavolta l’ambizione è tornata più prepotente, e quel senso di comunità e di celebrazione che inizialmente riuscivano a trasmettere al pubblico - numerosissimo si accalcava sotto i palchi piovosi scozzesi per vederli - vogliono proporlo con brani come Magnificent time, che chiede solo una folla festosa per diventare un inno glorioso, e Everything at once, dove il pubblico lo offrono già loro, con i cori in massa, non sussurrati, ma urlati al cielo. Sfizi inediti sono Paralysed e Idlewild, con la cantante soul Josephine Oniyama. Le canzoni piacevoli non mancano. E sarà un piacere ascoltarle nell’unica data italiana, il 14 luglio al Palazzo dei congressi dell’Eur di Roma per il Just Music Festival.
 
Buonumore. Non ce la faranno però, i Travis, a riprendersi lo status di star e i fan veri potranno vantarsi di essere gli ultimi fedeli del culto. Peccato, perché alleggeriscono bene la programmazione radiofonica, si ascolterebbero volentieri tra l’ultima novità e i mostri sacri nella line up dei festival. E quel simpatico buontempone di Fran Healy, sempre più hippie con barba bianca e capello legato, da tempo emigrato a Berlino, porta buonumore come pochi suoi colleghi molto più superbi e ambiziosi. È questione di pazienza. I Travis, beati loro, sembrano averne molta. Il pubblico meno. Che carine però What will come e 3 miles high.