Eric Clapton, la guida migliore sulle strade senza tempo del blues
Carmine Saviano
Il musicista inglese pubblica il nuovo album "I still do". Ancora un omaggio ai maestri del genere: dodici canzoni tra inediti, cover di Bob Dylan e Robert Johnson
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Eric Clapton - I still do (BushBrunch Records)
Esperimento: imbastire con Eric Clapton un discorso su cosa il senso comune e l’esperienza quotidiana ci dicono in merito allo scorrere del tempo. Si va da un punto all’altro, gli potremmo suggerire, si segue una direzione precisa: quella che va dal passato al futuro. Slowhand ci guarderebbe con quel sorriso enigmatico simil-Gioconda con cui appare dipinto da sir Peter Blake sulla copertina del suo nuovo disco, “I still do”. Poi imbraccerebbe la sua chitarra dimostrandoci che se si tratta di lui-che-suona-il-blues, la scansione ordinaria del tempo non esiste. E’ una pura convenzione, una formalità.
Perché I still do – “Lo faccio ancora” - è un disco che inizia oltre cinquanta anni fa. Londra, inizio degli anni ’60, quando Clapton era uno dei giovani leoni inglesi travestiti da profeti del rock-blues. Atto di sovversione pura in anni in cui abbandonarsi alla black music significava dar vita a una catarsi non solo musicale, ma sociale: significava farsi ambasciatori del “canto dell’anima” di milioni di afroamericani in lotta per il riconoscimento dei propri diritti. Clapton inizia da lì e lì ritorna sempre: in quel luogo musicale che da solo, con John Mayall, con i Cream, con i Blind Faith, conosce meglio di chiunque altro.
Si ripete? Certo, quel tragitto a sondare le radici del blues Clapton lo compie in continuazione. Ma c’è sempre una minima e ineffabile differenza che rende ogni volta tutto nuovo. Magia? Ispirazione? Un accordo non scritto con lo Spirito Santo? Sarebbero solo parole. Meglio starsene in silenzio e ascoltare, mettersi in viaggio con Clapton sulle note di Alabama Woman Blues di Leroy Carr, un codice per iniziati in giro su questo mondo dal 1930; o su quelle di Stones in my passway, 1937, Robert Johnson che insegue la sua anima venduta al diavolo; oppure su quelle di I dreamed i saw St. Augustine, Dylan che fa visita al santo e\o viceversa. O su quelle di Spiral, uno degli inediti in cui Clapton – guardare il video – rievoca tutta la sua carriera. Nostalgia? No, solo un’altra macchina del tempo in dodici battute.