Spettacoli

LA CRITICA

Paolo Simoni, esploratore dei sentieri di Lucio Dalla

Il 31enne cantautore emiliano pubblica "Noi siamo la scelta": e si fa voce di quella generazione che sogna di ribellarsi

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Paolo Simoni, Noi siamo la scelta (Warner)

Lucio. "Mi credo tanto Dio? Qualcuno bisognerà pur prendere a modello, no?". Vecchia battuta di Woody Allen sempre buona, anche per introdurre Paolo Simoni e il suo nuovo disco Noi siamo la scelta. Non perché il 31enne cantautore emiliano si creda Dio, ma perché si è scelto un modello ben impegnativo: Lucio Dalla. Una somiglianza che aumenta di brano in brano e che è al contempo il bello e il brutto del disco. Il bello, inutile dirlo, perché Dalla è un ottimo modello, e lui lo richiama sia nel modo di cantare - sarà anche questione di accento - che nel sound (soprattutto il Lucio anni Ottanta e Novanta, quello distaccatosi un po' dallo stereotipo del cantautore classico, più esploratore ed elettronico). Il brutto perché ne perde in originalità, il che per uno arrivato al quinto disco non è esattamente il massimo, anzi lo sminuisce anzichenò.
La copertina di "Noi siamo la scelta" 
La generazione. Un peccato, perché alla fine questi problemucci di forma rischiano di allontanare l'ascoltatore dalla sostanza, ovvero i testi, che sono sicuramente il punto di forza di Simoni. Belli, volutamente non poetici perché alle metafore Paolo preferisce scrivere in modo diretto e piatto, ma non banale. Magari qualche luogo comune si poteva evitare ("Una politica che fa solo copertina, tragedie che diventano commedie, un giornalismo che non informa ma fa vetrina", manca giusto che una volta qui era tutta campagna e che il calcio non è uno sport per signorine). Ma lo si perdona, a chi scrive sull'onda dell'indignazione e del disagio della sua generazione, quella dei millennials, i nati dal 1982 in poi, per il mondo che si stanno trovando consegnato dai padri, dai nonni e dai fratelli maggiori, che va a rotoli e nel quale non riescono ad avere un ruolo. Testi che si possono tranquillamente definire impegnati, anche se non in senso strettamente politico (benché sia abbastanza chiaro da che parte stia, da versi come la generazione "figlia un ventennio di ruberie sotto il sole"). Semmai sociale, come in Io non mi privo, sulla fuga di cervelli, su un Paese che si sta spopolando di venti-trentenni, che vanno all'estero a cercare qualche prospettiva di vita meno grama.

Combattere. La prospettiva di Simoni, e la sua originalità, sta nel non accettarla, questa prospettiva, anzi nel volerla combattere per cambiare le cose. La battaglia è qui ed è ora, fuggire è vile. Il risultato è che tutte le canzoni, tipo quella che dà il titolo al disco o Una reazione, sembrano i secondi della boxe, i tipi che stanno agli angoli del ring, danno consigli ai pugili mentre tirano di destro e di sinistro e li tengono su di morale con un tifo incalzante. Un continuo rassicurare i suoi coetanei, e forse se stesso, che la loro generazione senza voce, che sogna di ribellarsi, ma intanto si tuffa nella moda e negli schermi degli smartphone e alla fine accetta supina la mancetta di papà e un lavoretto in nero, può ancora trovare un megafono e la capacità di emozionarsi e volare alto. Un buon disco, non perfetto, ma le imperfezioni vanno a suo favore: danno calore e dimostrano che quello di Simoni non è un atteggiamento di maniera, ma frutto di una vera urgenza creativa e ancor di più umana.