80 anni di jukebox, parla Renzo Arbore: "Una grande rivoluzione"
Una rivoluzione al prezzo di un nichelino: 80 anni fa l’invasione del jukebox
Il jukebox non fu solo un’invenzione o una novità, fu un vero uragano di innovazione. La produzione e la fruizione massicce ebbero un impatto dalla forte eco sociale, culturale, musicale ed economica. Nel 1936 le maggiori case produttrici (Wurlitzer, Seeburg, Rock-Ola, Ami), immisero nel mercato americano ben 40.000 esemplari. I bar e i diners dell’America degli anni 50 e 60 non potevano non avere quella spettacolare scatola sonora e la musica al prezzo di un nichelino divenne uno dei passatempi preferiti della vita americana dell’epoca. In queste foto d’archivio il jukebox è protagonista, magari inconsapevole e defilato, accessorio e sottofondo, ma strumento immancabile di un’atmosfera che invase ogni settore della società
Il mito arriva in tv: l'indimenticabile coppia Fonzie-jukebox
Fu la Wurlitzer che dopo il suo primo modello del 1933, segnò il record di vendite mai più eguagliato nella storia: esattamente 80 anni fa, nel 1936, vendette ben quarantamila jukeboxes. Ben presto anche gli altri due colossi del settore, la Seeburg e la Rock-Ola, si allinearono e iniziarono a produrre numerosi apparecchi. L'apice fu raggiunto negli anni 40/50, quando il jukebox invase i locali e i luoghi di aggregazione, diventando la colonna sonora di giorni nuovi e densi, anticipatori di lotte sconosciute e di sconfitte, di speranze incoscienti e di fallimenti. Quella scatola luminosa e colorata divenne parte integrante dell'"American way of life".
Non è chiaro come sia nato il nome "jukebox", secondo alcune teorie sarebbe una corruzione della parola "jook", un termine che nello slang della gente di colore significava danzare e "box", la scatola che riproduceva la musica. Un'altra corrente di pensiero sostiene che "jook" significa sesso e che il "jook box" era il sistema per fare musica usato nei bordelli, mentre altri fanno risalire il termine a "jute joints", i locali in cui i braccianti che raccoglievano la iuta si riposavano. Oltre che per il riferimento alle case chiuse, la parola ebbe una connotazione negativa perché aveva caratterizzato gli "speakeasy", i locali clandestini in cui si vendevano gli alcolici. La cosiddetta "musica in scatola" fu amata e odiata ad un tempo: l'atmosfera magica portata dal sound di Artie Shaw o di Glenn Miller nei cocktail bar contrastava con le proteste dei musicisti che accusavano quella potente "macchina sonora" di sostituirli rubando loro il lavoro.
Ma l'ascesa del jukebox fu inarrestabile, sospinta dalla crescente coscienza della musica che il pubblico aveva grazie alla radio e ai dischi. Tra i vari modelli che costruirono la mitologia del jukebox uno in particolare è degno di nota: il 1015 della Wurlitzer, nato nell'immediato dopoguerra fu protagonista della piú grande campagna pubblicitaria mai dedicata ad una macchina a moneta e rivolta al grande pubblico. Questa versione innescò un imponente processo di marketing invadendo pubblicità, riviste e locali. Simbolo per eccellenza del divertimento dei giovani degli anni 50/60, ne furono costruiti ben 50.000 esemplari e questo modello, a differenza degli altri, non subì colpi dall'evoluzione del mercato perché, invece di essere ritirate, le nuove versioni del 1015 furono riadattate e perfezionate, passando dal 78 giri al 45. Grazie al microsolco, il vinile forní una carica di efficienza e di fedeltà di suono ai jukebox. La Seeburg, la più tecnologica tra le case di produzione, cavalcò l'evoluzione presentando il modello M 100A, che conteneva 100 dischi a fronte dei 24 degli altri esemplari, seguito dall'M100B che permetteva di scegliere tra 50 dischi da 45 giri incisi su entrambi i lati.
Fino agli anni 60 ci fu un'acerrima lotta fra le maggiori case produttrici che continuarono a sfornare nuovi modelli ad un ritmo convulso in un'affannosa gara senza esclusione di colpi. Il jukebox era diventato "il divertimento al prezzo di un nichelino" preferito dall'America. Esso sopravvisse al suo declino negli ultimi anni 40 grazie ad una spinta decisiva di nuova tecnologia e stile. Durante gli anni 50, sulla scia degli svaghi delle classi abbienti e del consumismo dilagante, il jukebox si adeguò ai tempi prima con i dischi a 45 giri, poi con l'hi-fi, con il disco microsolco e infine con lo stereo, cambiando in continuazione per adattarsi agli umori e alle esigenze di quegli anni.
Ora che i colori sono sbiaditi, le luci rotte e i dischi fermi, ora che non ci sono più nichelini da inserire in una fessura perché la musica è disponibile in streaming in modo illimitato, sarebbe bello soffiare via la polvere dagli ultimi esemplari ancora chiusi in qualche fumoso magazzino e riscoprire il fascino del sound impreciso, leggermente sporcato dallo stridore del disco durante la selezione di un pezzo di Bing Crosby o di Chuck Berry, di Hank Williams o di Elvis Presley.