The Smiths, 30 anni fa la rivoluzione gentile di 'The Queen Is Dead'
Michele Chisena, MICHELE CHISENA
Il canto funebre della monarchia britannica musicato con ironia e sarcasmo: l'anniversario dell'album della band di Morrissey che segnò una svolta epocale nella storia della musica britannica è celebrato da pubblico e critica. Ma non dalla discografia, che non ha voluto pubblicare la ristampa
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Ottobre 1976, i Sex Pistols iniziano le registrazioni di God Save The Queen. Il 16 giugno del 1986, trenta anni fa, gli Smiths pubblicano The Queen Is Dead, il terzo disco in studio. 10 anni separano due rivoluzioni musicali. 10 anni che hanno per oggetto Elisabetta II e la monarchia inglese. Se i Pistols inveiscono contro la Regina creando un parallelo con il regime fascista, la band di Manchester guidata da Morrissey enuncia ironicamente il de profundis dell’Impero Britannico. “Sono entrato a palazzo/con una spugna e una chiave a ganascia arrugginita/lei mi ha detto ‘ti conosco, sei quello che non sa cantare’/Le ho detto ‘quello non è niente, dovrebbe sentirmi suonare il piano'”, canta Morrissey nel brano omonimo che apre l’album. Il cantante scriverà i suoi testi più ispirati e maturi. Da un lato il sarcasmo nel siparietto da music – hall di Frankly, Mr. Shankly: “La fama, la fama, la fama fatale/pu&ogra…
Ottobre 1976, i Sex Pistols iniziano le registrazioni di God Save The Queen. Il 16 giugno del 1986, trenta anni fa, gli Smiths pubblicano The Queen Is Dead, il terzo disco in studio. 10 anni separano due rivoluzioni musicali. 10 anni che hanno per oggetto Elisabetta II e la monarchia inglese. Se i Pistols inveiscono contro la Regina creando un parallelo con il regime fascista, la band di Manchester guidata da Morrissey enuncia ironicamente il de profundis dell’Impero Britannico. “Sono entrato a palazzo/con una spugna e una chiave a ganascia arrugginita/lei mi ha detto ‘ti conosco, sei quello che non sa cantare’/Le ho detto ‘quello non è niente, dovrebbe sentirmi suonare il piano'”, canta Morrissey nel brano omonimo che apre l’album. Il cantante scriverà i suoi testi più ispirati e maturi. Da un lato il sarcasmo nel siparietto da music – hall di Frankly, Mr. Shankly: “La fama, la fama, la fama fatale/può fare brutti scherzi al cervello/eppure preferirei essere famoso/piuttosto che onesto o santo”. In realtà la canzone è tutta dedicata al patron della Rough Trade, Geoff Travis, reo di non voler risolvere il contratto con la band.
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Dall’altro la verve esistenzialistica e freudiana di brani come I Know It’s Over: “Madre/posso sentire la testa che mi cade sulla testa/mentre mi arrampico su di un letto vuoto”. La canzone sarà ripresa in seguito da Jeff Buckley. Poi, lo sguardo disincantato sulla gioventù bruciata britannica (The Boy with the Thorn In His Side) e sull’educazione sentimentale dei giovani: “Con Some Girls Are Bigger Than Others, Morrissey cattura gli sguardi adolescenziali dei ragazzi verso le ragazze”, dirà un altro gigante del rock come Robert Wyatt.
I brani che su tutti illuminano il disco sono Bigmouth Strikes Again e There Is a Light That Never Goes Out. Il primo è caratterizzato da pennate di chitarra a velocità vertiginosa, opera d’arte di Johnny Marr, e da un coretto attribuito sul disco a una tal Ann Coates, ma che fu solo il raddoppiamento della voce di Morrissey. Il testo è a tratti enunciativo: “Grandebocca colpisce ancora/e io sono privato del diritto di prendere il mio posto/nella razza umana”, critica velata a quei giornalisti che avevano fino a quel punto (ma succederà ancora) massacrato, per alcuni aspetti, e santificato, per altri, la figura di Morrissey. A tratti criptico: “Giovanna d’Arco/mentre le fiamme salivano/al suo naso romano/e il suo walkman iniziava a sciogliersi”.
Ma è soprattutto There is… a diventare da questo momento in poi il brano più rappresentativo per tutti i fan degli Smiths. “E se un camion di dieci tonnellate/uccidesse tutti e due/morire al tuo fianco sarebbe un piacere e un privilegio”. La tragedia va di pari passo con lo humor, il sentimento si colora di un romanticismo tragico e allo stesso tempo di elevata poetica, scava nell’animo dei giovani inglesi e di tutto il mondo, ne diventa il manifesto, da questo momento, intimo e personale di una band senza tempo. Morrissey parlerà del suicidio come di un argomento che gli appartiene molto da vicino: “Il suicidio – confessa a Nme – intriga tutti. Ecco perché molte delle persone che ammiro lo hanno praticato”.
“Se il Regno Unito aveva bisogno di Morrissey allo stesso modo di come aveva bisogno di David Bowie nella ricerca per i giovani di una propria identità”, dirà Tim Booth dei James, Johnny Marr è stato il motore musicale di tutto il progetto: “Adoravo gli MC5 e gli Stooges e ho realizzato un brano altrettanto buono, se non migliore, di qualunque cosa degli Stooges. Ha l’energia e l’aggressività di un brano garage”.
La gestazione del disco non fu facile. Andy Rourke, il bassista, era afflitto dalla dipendenza da eroina. Per le session fu chiamato Craig Cannon (Aztec Camera) che diede una mano a Marr anche nei concerti come seconda chitarra. La Rough Trade nonostante il lavoro fosse stato già ultimato bloccò la pubblicazione. Johnny Marr ha pure raccontato in una recentissima intervista a Q un curioso episodio: “Guidai da Manchester a Surrey, sotto la neve. Con il mio tecnico della chitarra cercai di rubare i nastri dallo studio, ma il tentativo però fallì”.
Il settimanale britannico Nme nel 2013 ha pubblicato un numero speciale con l’indicazione dei 500 dischi più importanti della storia. Al primo posto non troviamo i più grandi di tutti, i Beatles (giunti secondi con Revolver), né troviamo la band più innovativa degli ultimi venti anni, i Radiohead (ventesimi con Ok Computer). Svettano gli Smiths con The Queen Is Dead, una sinfonia dissonante, dissacrante e irriverente che racconta la fine dell’Impero Britannico e la consacrazione di un mito.
Nonostante tutto, il disco non sarà celebrato come speravano Morrissey e i tanti fan del gruppo sparsi nel mondo. Proprio il cantante ha accusato la Warner di essersi rifiutata di ristampare il disco e il singolo con la title track in occasione dell'anniversario: "Evidentemente alcuni boss dell'etichetta hanno la loro testa da un’altra parte, mentre altri semplicemente la testa non ce l’hanno. Ho esortato la Warner Uk affinchè pubblicasse un singolo speciale di The Queen Is Dead nella prima settimana di giugno ma ho trovato un muro di gomma”. L'ennesima conferma di quanto il rapporto di Moz con i discografici sia stato sempre piuttosto complicato.