"Il lato ruvido" è l'album con cui la formazione di Parabiago festeggia il terzo decennio di attività, sempre all'insegna del punk come stile e come attitudine
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Punkreas, Il lato ruvido (Canapa Dischi, Rude Records, Garrincha)
Punk. Cos’è il punk? Non solo uno stile musicale, ma anzitutto un’attitudine: la schiettezza, la ribellione (morale e/o politica), lo sberleffo. Tutte caratteristiche che ritroviamo nei Punkreas, che il punk ce l’hanno dentro fin dal nome. E proprio per questo ogni loro disco, che piaccia o no la musica che fanno, merita un ascolto perché c’è sempre qualche idea, qualche passaggio, qualche frase, qualcosa che fa lavorare il cervello o quantomeno le mascelle in una sana risata. Duri e puri lo restano anche se il tempo passa e il mondo cambia, ma senza essere di quei vecchi rottami che ti immalinconiscono o ti inondano di note e parole noiosissime. Basta ascoltare Il lato ruvido, disco che festeggia il trentesimo della band di Parabiago, un disco che conferma tutte le aspettative di cui sopra. I Punkreas sono sempre se stessi, anche dopo il divorzio dal chitarrista Flaco del 2014. Stesse rabbia, sincerità, coerenza e per fortuna anche simpatia. E stesso sound di allora: stesse chitarre abrasive, stesso hardcore, stesso ska. Fanno però capolino, con due featuring, l’hip hop (c’è Shiva in Va bene così), e l’irish folk (con i Modena city ramblers in Modena-Milano, pezzo che probabilmente infiammerà i live). Chissà se è il segno di qualche cambiamento futuro.
La copertina dell'album "Il lato ruvido" Parole. I testi sono ovviamente duri quanto i suoni, anche se sempre venati di una ironia che è spesso una salvezza. Spesso non vuol dire sempre: 800588605 (è il numero verde per denunciare gli abusi delle forze dell’ordine) è pesantissimo, ma qui non c’è solo il caso Cucchi, ma anche una brutta esperienza vissuta dalla band nel 2011 con dei carabinieri. Ma spesso sorridendo. Condannato alla realtà è sarcasmo contro i talent show (“c’è chi aspira a diventare cuoco, calciatore, un pasticcere, cantautore o solamente un teleimbonitore”). In fuga racconta di un cervello che scappa dalla calotta cranica (“non è che sto cercando un dottore, un Nobel o un ingegnere nucleare, ma neanche il tipo tonto che mi spegne quando si accende la tv”). Mi piace semina sarcasmo sui social network (“clicchi su mi piace, poi non ti piace più e condividi al mondo che non sei più tu”). La sorpresa è quanto sia ruvida Picchia più duro, scritta da uno sceneggiatore di fumetti con molto humour, Tito Faraci.
Collaborazione. Detto delle collaborazioni musicali e di quella con Faraci, resta da dire di quella forse più sorprendente di questo disco: quella tra etichette. Sappiamo bene quanto sia difficile collaborare tra major, immaginiamoci in un mondo come quello indie, che sembra fatto delle scimmie di 2001: Odissea nello spazio, che si ammazzano tra di loro per la difesa della misera pozzanghera. I Punkreas sono riusciti a unire addirittura tre etichette (Canapa Dischi, Rude Records e Garrincha Dischi), scelta che naturalmente ha fatto indignare qualche puro più puro dei puri, ma che è un bel segnale. L’unione fa la forza, e bei dischi.