Spettacoli

LA CRITICA

Jacob Collier, il debutto è d'oro

Ventuno anni, autodidatta, è il pupillo di Quincy Jones. 'In My Room' è un album che segue le orme dei grandi nomi del jazz

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Il personaggio. Ventuno anni appena compiuti eppure con una fama tra i colleghi da vera superstar. Jacob Collier arriva al suo annunciato debutto discografico con In My Room sulle ali dell’entusiasmo espresso da personaggi di primo piano del jazz e del soul come Quincy Jones, Herbie Hancock, Chick Corea. Tutti a magnificare le doti di questo ragazzo autodidatta, cresciuto artisticamente nella stanza della musica (la stessa del titolo) nella casa che condivide poco fuori Londra con i genitori. La stanza dove la madre ha sempre tenuto le sue lezioni di violino, lui sempre lì ad osservare, ad ascoltare e appena poteva a strimpellare su tutti gli strumenti che poteva trovarvi, il pianoforte, le tastiere, la batteria, il basso, la chitarra. Si dà il caso che nel tempo (non molto tempo poi, considerata la sua età) quegli strumenti Jacob Collier abbia imparato a suonarli tutti. Cosa che fa anche in questo disco di debutto, un album che ricorda altri debutti stellari della storia del rock e del soul, a cominciare da For You di Prince, uno degli artisti che Jacob Collier cita tra le sue principali fonti di ispirazione.   
 
Il disco. L’apertura dell’album con Woke Up Today, quasi cinque minuti di Bignami ritmico e armonico, dichiara subito che non c’è solo Prince tra le passioni musicali di Collier. C’è soprattutto Stevie Wonder che lo sostiene nell’incredibile musicalità dell’insieme e lo ispira in questo brano insieme agli Earth, Wind & Fire, anche nella ricerca di un proprio groove; c’è Bobby McFerrin per l’uso e la tecnica della voce; ci sono i Take 6 per le armonizzazioni e c’è D’Angelo per i ritmi spezzati. La cover di In My Room è una decisa rilettura del brano dei Beach Boys, passa con una certa maestria dalle armonizzazioni vocali al pianoforte jazz; e sempre parlando di cover, You and I di Stevie Wonder viene condotta da Collier con il canto in primo piano sulle armonizzazioni preregistrate e sovrapposte, mentre per la cover di Flintstones Collier sfoggia un vocalese in cui Bobby McFerrin sembra incontrare i Manhattan Transfer. Siamo di fronte al debutto di un artista completo che con questo album mette un punto alle esperienze accumulate finora e che ha tutte le carte in regola per sganciarsi ulteriormente dagli esempi dei suoi maestri ispiratori, e imboccare così la strada verso un luminoso futuro.