Spettacoli

MUSICA

Provocazioni, ambiguità sessuali e David Bowie: vent'anni di Placebo

La band di Brian Molko, lanciata in Italia dal Duca Bianco, celebra il ventennale del primo album con il 20 Years Tour, che sbarcherà a Milano il 15 novembre: "Facevamo punk pop per suicidi rinviati"

4 minuti di lettura
Millenovecentonovantasei: Kurt Cobain era morto, i Velvet Underground ci avevano riprovato e avevano anche già deciso di metterci un punto, i Ramones si stavano sciogliendo e così pure i Pink Floyd, dopo oltre trent’anni. A voler fare un bilancio, non era un bellissimo momento per la musica, sicuramente non per il rock o il punk. Poi però succede che la persona giusta ci vede lungo: che i Placebo avrebbero meritato un’attenzione particolare David Bowie lo intuì subito. Senza averli mai conosciuti né visti suonare dal vivo, ma avendo solo ascoltato qualche demo, li volle sul suo palco: Bowie era in tour in Italia e quell’8 febbraio 1996, al Palatrussardi di Milano, per Brian Molko e Stefan Olsdal fu la prima volta davanti a un pubblico di più di trecento persone. Ancora prima dell’inizio, ancora prima del loro album d’esordio, Placebo, uscito vent’anni fa, a giugno del 1996, che ora la band vuole festeggiare con un tour mondiale, il “20 Years” world tour, che partirà a ottobre e toccherà l’Italia per una sola data: il 15 novembre a Milano, dove tutto è iniziato.

Bruise Pristine è il singolo che anticipa l’uscita dell’album. Britpop, Glam-rock, Pop-punk, i tentativi di definizione si sprecano. Tutto inutile: se c’è qualcosa da cui i Placebo si sono sempre tenuti lontano è essere intrappolati in un genere. Ma nell’assenza di confini, emerge con forza già da questo primo brano quello che sarà il tono di tutto l’album: "we were born to lose / siamo nati per perdere". Tre settimane in studio di registrazione con Brad Wood, all’epoca batterista dei Tortoise oltre che produttore, e Placebo vede la luce. Un album che Brian Molko e Stefan Olsdal hanno voluto fosse distribuito in Gran Bretagna dalla loro etichetta, la Elevator Music, perché “nel nostro Paese, a differenza che altrove - spiega Molko in un’intervista datata 1996 – ci sono due diverse classifiche, quella ufficiale e quella di musica indipendente e ciò che ci interessa è essere presenti in entrambe”. Una major, invece,  (la Hut, proprietà della Virgin) ha distribuito l’opera nel resto del mondo.

Placebo è una richiesta di attenzione. È come se Brian Molko e Stefan Olsdal si presentassero al pubblico gridando: “siamo soli, vulnerabili, destinati a marcire”. Nel farlo alternano implorazione a rassegnazione. Come Home, il secondo singolo estratto dall’album, racchiude tutto questo: "stuck between the do or die, I feel emaciated. Hard to breathe I try and try, I'll get asphyxiated / intrappolato tra la vita e la morte, mi sento emaciato. Provo e riprovo a respirare, finirò per morire asfissiato". E nonostante “ogni cielo sia blu, ma non per me e te”, la preghiera è una sola, “torna a casa”, appunto. Non vale neppure la pena sforzarsi per pensare, le parole migliori per descrivere Come Home le ha trovate Brian Molko stesso: è un suicidio rinviato, è il “punk pop per suicidi rinviati”.

New York, 1999: i Placebo provano con David Bowie

Non c’è niente di rassicurante in questo album che, forse proprio per questo motivo, risulta estremamente reale: “Voglio presentarmi il più possibile nudo e fragile. Con i Placebo, quello che vedi è quello che hai”. È la dichiarazione d’intenti di Brian Molko. In 36 degrees la disperazione per l’abbandono è viscerale. "Someone tried to do me hace / qualcuno ha provato a farmi male", e allora Brian Molko deve iniziare a contare per riprendere a respirare e non soffocare, ma l’angoscia ormai pervade tutto il corpo: "shoulders, toes and knees / spalle, dita dei piedi e ginocchia". Si tratta del testo più controverso dell’album. Nonostante, infatti, l’espressione “36 degrees”, nel linguaggio comune, indichi la rottura di una relazione tra due persone, c’è chi crede che il titolo faccia riferimento alla temperatura corporea umana, leggermente al di sotto della media (37 gradi), a indicare il fatto che la persona stia lentamente morendo. “Il protagonista di questa storia ha il sangue più freddo della media – aveva spiegato Molko – se qualcuno gli si avvicina troppo, finirà per allontanarlo. Questo è ciò che la canzone significa per me, ma ora è di pubblico dominio e la gente può interpretarla come preferisce”.

Se fin qui scorre tutto come su un filo elettrico, tra nevrosi, versi spigolosi e disarmanti e i crescendo di chitarra (un’occasione per riprendere fiato l’aveva data Hang On To Your IQ che, seppure con un testo altrettanto conturbante, ha ritmi che variano tra il lamentoso e il liberatorio, comunque meno isterici) con Nancy Boy c’è l’esplosione. “Non è una canzone sobria – aveva tentato di spiegare Brian Molko in un’intervista rilasciata al settimanale inglese Melody Maker – abbiamo cercato di restituire l’immagine di un personaggio droga e sesso-dipendente”. Nancy Boy è diversa da qualsiasi altra canzone sulla bisessualità, sulla role reversal / inversione di ruoli scritta fino a quel momento: qui è tutto più esasperato. “Ci sono momenti nella vita – prosegue Brian Molko – durante i quali il sesso è una fissazione. Questo brano non incita alla promiscuità, ma neppure la condanna”. Checca, Nancy Boy, è un appellativo che il frontman dei Placebo si è sentito rivolgere “centinaia di volte”. E allora “perché non confondere tutte queste persone un po’ di più di quanto non lo siano già?”.

Ma è impossibile enfatizzare qualcosa che non esiste. E infatti: “il lato femminile è decisamente una parte di me, del mio carattere”. Così è con eyeliner e smalto nero che Brian Molko canta: "eyeholes in a paperbag, greatest lay I’ve ever had / un tipo da cuscino sulla faccia, la più bella scopata che mi sia mai fatto". “È chiaramente un provocazione per tutti quei maschilisti da cui senti spesso: ‘ci andrei a letto solo mettendole una busta in testa’. La drag queen protagonista del pezzo è probabilmente molto brutta, ma cerca di raggiungere comunque un certo tipo di bellezza, una bellezza perversa. Il senso è che si può non essere belli, ma essere molto bravi a letto”. Ed è così che la band che rifiuta ogni definizione confonde ancora una volta le carte in tavola: “Potrei essere l’ultima rock chick” aveva scherzato – fino a un certo punto – Brian Molko.

Nancy Boy raggiunge la quarta posizione della Uk Singles Chart, il massimo fatto fino a quel momento da un brano dei Placebo. “Volevamo essere presi in considerazione. La gente odiava il modo in cui avevamo scelto di farlo e per noi era stupendo. Non suscitare una reazione, in quel momento, sarebbe stato un anatema”. Per i fan, Nancy Boy diventa un pezzo identificativo, Molko e Olsdal perdono invece, abbastanza rapidamente, il senso di appartenenza verso quella canzone. “È stata la nostra Creep – avrebbero risposto più tardi, nel 2004, a chi gli aveva chiesto il perché Nancy Boy fosse scomparsa da tempo dalle scalette dei concerti – non sarebbe stato corretto, verso il nostro pubblico, suonarla macchinosamente, senza sentire più un coinvolgimento emotivo”. Poi, tra riesumazioni e nuovi tentativi di chiudere nel dimenticatoio il brano, Nancy Boy torna ad aprire regolarmente le tappe del tour di Battle For the Sun, nel 2010.

Oggi, per il “20 Years World Tour” (che partirà il 13 ottobre dalla Danimarca) i Placebo promettono di rispolverare il loro intero catalogo. “Diciamo solo che in scaletta ci saranno pezzi che avevamo giurato non avremmo mai più suonato – ha anticipato Brian Molko – i nostri fan sono stati davvero pazienti e questo tour sarà per loro”.