Michael Shrieve e Santana, c'era una volta Woodstock: "Eravamo tutti sotto mescalina"
Carlo Moretti, CARLO MORETTIIl batterista, che fu il più giovane musicista ad esibirsi sul palco dello storico festival, è tornato a suonare con il suo mentore: "Ci sono ancora tante cose buone tra noi". La band sarà il 13 luglio a Cividale del Friuli, il 19 a Roma, il 20 a Cattolica e il 21 ad Assago
Il suo assolo di batteria per Soul sacrifice, sul palco di Woodstock con i Santana, è uno dei momenti topici della storia del rock del Ventesimo secolo. Nel 1969 Michael Shrieve aveva 20 anni ed era il musicista più giovane del festival rock. Ora che di anni ne ha appena compiuti 57, il batterista torna in concerto in Italia per presentare Santana IV, l’album che Carlos Santana ha registrato richiamando dopo 45 anni nel gruppo alcuni dei musicisti della band che si esibì a Woodstock: oltre a Shrieve, Gregg Rolie alle tastiere e Michael Carabello alle percussioni. C’è pure il chitarrista Neal Schon, che non era a Woodstock ma insieme agli altri realizzò due dei primi album della band. Una ripresa del percorso latin-rock intrapreso dalla band fino alla frattura di Caravanserai. Michael Shrieve suonerà con la band il 13 luglio a Cividale del Friuli, il 19 al Parco della Musica di Roma, il 20 a Cattolica e il 21 ad Assago.
Shrie…
Shrie…
Il suo assolo di batteria per Soul sacrifice, sul palco di Woodstock con i Santana, è uno dei momenti topici della storia del rock del Ventesimo secolo. Nel 1969 Michael Shrieve aveva 20 anni ed era il musicista più giovane del festival rock. Ora che di anni ne ha appena compiuti 57, il batterista torna in concerto in Italia per presentare Santana IV, l’album che Carlos Santana ha registrato richiamando dopo 45 anni nel gruppo alcuni dei musicisti della band che si esibì a Woodstock: oltre a Shrieve, Gregg Rolie alle tastiere e Michael Carabello alle percussioni. C’è pure il chitarrista Neal Schon, che non era a Woodstock ma insieme agli altri realizzò due dei primi album della band. Una ripresa del percorso latin-rock intrapreso dalla band fino alla frattura di Caravanserai. Michael Shrieve suonerà con la band il 13 luglio a Cividale del Friuli, il 19 al Parco della Musica di Roma, il 20 a Cattolica e il 21 ad Assago.
Shrieve, cosa si prova a suonare nei Santana a quasi cinquant’anni da Woodstock?
"E'una sensazione meravigliosa, come indossare un vecchio paio di jeans che hai amato e ti stanno ancora benissimo addosso. Quando un anno e mezzo fa ci siamo ritrovati erano passati molti anni dall’ultima volta che avevamo suonato insieme, ma ci siamo subito resi conto che c’erano ancora tante cose buone tra di noi".
Lei entrò nel gruppo proprio in vista della partecipazione al festival del 1969, cosa ricorda di quel giorno?
"L’arrivo in elicottero, l’enorme folla vista dall’alto, fino ad allora non avevamo mai vissuto né visto niente di simile. Ricordo le due settimane trascorse chiusi in una casa a provare per il festival perché in precedenza eravamo andati in tour per tutta l’estate. E alla televisione le notizie dicevano che tutte le autostrade per arrivare a Woodstock erano paralizzate dal traffico, sulla strada principale c’era una coda di 150 chilometri".
Come fu salire sul palco, soprattutto per lei, praticamente al debutto?
"Eravamo l’unica band o artista a non avere ancora pubblicato un album, non ci conosceva praticamente nessuno: appena iniziammo ci sentimmo però subito connessi con il pubblico, sulla sua stessa lunghezza d’onda".
Lei era il più giovane musicista del festival, Carlos Santana disse che sembrava un cavallo lasciato a briglie sciolte.
"Il fatto è che eravamo tutti sotto mescalina, anche perché sapevamo di dover suonare molto più tardi, c’era stato un malinteso. Credo siamo stati fortunati che la cosa sia andata bene com’è andata, perché davvero non credo sia da raccomandare a nessuno. All’epoca era normale, forse troppo normale: è l’ultima volta che l’ho fatto".
E ad Altamont, la “Woodstock sulla costa Ovest”, come andò?
"Ad Altamont c’era un’atmosfera completamente diversa rispetto a Woodstock, molto più oscura, nell’aria si percepiva qualcosa di maligno, di cattivo. Sapevamo che sarebbe finita male con gli Hells Angels, e infatti ne fece le spese Marty Balin dei Jefferson Airplane, che venne colpito durante l’esibizione. Il palco era troppo basso, troppo vicino al pubblico, e c’erano troppi Hells Angels e body guard su di giri, una situazione davvero pericolosa, me ne andai appena fu possibile".
Il 1969 ha cambiato tutto nelle vostre vite, lei cosa fece?
"Comprai una casa per me, a mio padre la macchina che aveva sempre sognato, e poi un appezzamento di terra nel nord della California dove feci costruire una casa in cui i miei genitori potessero stabilirsi da pensionati".
Come può rimanere con i piedi per terra un giovane come lei era allora quando intorno a lui tutto cambia tanto velocemente?
"Per me la chiave fu concentrarmi sulla musica, puntare a diventare un musicista migliore, credo sia stato questo a salvarmi".
Lei non era l’unico bianco nei Santana, c’era anche Gregg Rolie, ma a differenza di Rolie lei proveniva dalla upper class di San Francisco e si ritrovò a suonare in una band di neri e latini.
"Persino a Woodstock in tanti mi chiesero come potesse un giovane bianco come me stare in una band che sembrava una gang di strada. Per i miei familiari però non è mai stato un problema, anche se ero l’unico a non venire dai suburbi della città. Ero molto giovane ma frequentavo già gli ambienti del jazz e del blues più in vista della città, circondato da musicisti afroamericani, frequentavo i loro locali. La combinazione di musicisti nei Santana non la vedevi in nessuna band, era certamente inusuale, tra messicani, portoricani, neri, bianchi: tanta gente si chiedeva come fosse possibile".
Fu lei a far conoscere a Santana la musica di John Coltrane e di Miles Davis.
"Proprio così, ognuno di noi portò un sapore diverso: io il jazz e la musica brasiliana, Carabello la musica latina, Gregg Rolie il rock inglese, Santana la melodia e il blues, per questo suonavamo in modo diverso dalle hippie band di San Francisco, come i Grateful Dead, i Jefferson Airplane o i Big Brother di Janis Joplin. Soprattutto la musica dei Santana era diversa da qualsiasi altra rock band dell’epoca per la presenza delle congas e dei timbales".
Lei scrisse 4 canzoni in Caravanserai, l’album che contribuì a rompere i Santana: quale fu la differenza fondamentale con i vostri primi tre album?
"Nei primi tre album c’è un’evoluzione, poi vivemmo un grande cambio con Caravenserai che rappresenta anche la nostra volontà di tenere i piedi saldamente a terra: c’era un mucchio di droga in giro e non solo nella nostra band, tutto si faceva più opprimente e sgradevole. Contemporaneamente nel mondo del jazz stava succedendo qualcosa di veramente eccitante e interessante, qualcosa stava esplodendo, cambiando radicalmente, e avvicinandosi al rock e all’r&b, come Sly & the Family Stone e Jimi Hendrix, il Miles Davis di Bitches Brew, i Weather Report, Chick Corea e John McLaughlin. Io e Carlos entrammo in quella dimensione musicale e in un nuovo di stile di vita, diciamo più spirituale, il che significò anche restare vivi".
Lei ha scritto musica per film e anche musica elettronica, cosa pensa della scena elettronica di oggi?
"Oggi musica elettronica significa soprattutto musica per party, e la dance a me piace meno. Per quanto mi riguarda mi sono specializzato nella batteria elettronica e ho fatto un album con il batterista Klaus Schulze, ex Tangerine Dream, e uno con David Beal intitolato Big Picture. Credo ci sia tanta musica buona in giro, è cambiato il modo in cui viene distribuita e fruita, ma questo non significa che non ci sia musica interessante e che può essere suonata".
Shrieve, cosa si prova a suonare nei Santana a quasi cinquant’anni da Woodstock?
"E'una sensazione meravigliosa, come indossare un vecchio paio di jeans che hai amato e ti stanno ancora benissimo addosso. Quando un anno e mezzo fa ci siamo ritrovati erano passati molti anni dall’ultima volta che avevamo suonato insieme, ma ci siamo subito resi conto che c’erano ancora tante cose buone tra di noi".
Lei entrò nel gruppo proprio in vista della partecipazione al festival del 1969, cosa ricorda di quel giorno?
"L’arrivo in elicottero, l’enorme folla vista dall’alto, fino ad allora non avevamo mai vissuto né visto niente di simile. Ricordo le due settimane trascorse chiusi in una casa a provare per il festival perché in precedenza eravamo andati in tour per tutta l’estate. E alla televisione le notizie dicevano che tutte le autostrade per arrivare a Woodstock erano paralizzate dal traffico, sulla strada principale c’era una coda di 150 chilometri".
Come fu salire sul palco, soprattutto per lei, praticamente al debutto?
"Eravamo l’unica band o artista a non avere ancora pubblicato un album, non ci conosceva praticamente nessuno: appena iniziammo ci sentimmo però subito connessi con il pubblico, sulla sua stessa lunghezza d’onda".
Lei era il più giovane musicista del festival, Carlos Santana disse che sembrava un cavallo lasciato a briglie sciolte.
"Il fatto è che eravamo tutti sotto mescalina, anche perché sapevamo di dover suonare molto più tardi, c’era stato un malinteso. Credo siamo stati fortunati che la cosa sia andata bene com’è andata, perché davvero non credo sia da raccomandare a nessuno. All’epoca era normale, forse troppo normale: è l’ultima volta che l’ho fatto".
E ad Altamont, la “Woodstock sulla costa Ovest”, come andò?
"Ad Altamont c’era un’atmosfera completamente diversa rispetto a Woodstock, molto più oscura, nell’aria si percepiva qualcosa di maligno, di cattivo. Sapevamo che sarebbe finita male con gli Hells Angels, e infatti ne fece le spese Marty Balin dei Jefferson Airplane, che venne colpito durante l’esibizione. Il palco era troppo basso, troppo vicino al pubblico, e c’erano troppi Hells Angels e body guard su di giri, una situazione davvero pericolosa, me ne andai appena fu possibile".
Il 1969 ha cambiato tutto nelle vostre vite, lei cosa fece?
"Comprai una casa per me, a mio padre la macchina che aveva sempre sognato, e poi un appezzamento di terra nel nord della California dove feci costruire una casa in cui i miei genitori potessero stabilirsi da pensionati".
Come può rimanere con i piedi per terra un giovane come lei era allora quando intorno a lui tutto cambia tanto velocemente?
"Per me la chiave fu concentrarmi sulla musica, puntare a diventare un musicista migliore, credo sia stato questo a salvarmi".
Lei non era l’unico bianco nei Santana, c’era anche Gregg Rolie, ma a differenza di Rolie lei proveniva dalla upper class di San Francisco e si ritrovò a suonare in una band di neri e latini.
"Persino a Woodstock in tanti mi chiesero come potesse un giovane bianco come me stare in una band che sembrava una gang di strada. Per i miei familiari però non è mai stato un problema, anche se ero l’unico a non venire dai suburbi della città. Ero molto giovane ma frequentavo già gli ambienti del jazz e del blues più in vista della città, circondato da musicisti afroamericani, frequentavo i loro locali. La combinazione di musicisti nei Santana non la vedevi in nessuna band, era certamente inusuale, tra messicani, portoricani, neri, bianchi: tanta gente si chiedeva come fosse possibile".
Fu lei a far conoscere a Santana la musica di John Coltrane e di Miles Davis.
"Proprio così, ognuno di noi portò un sapore diverso: io il jazz e la musica brasiliana, Carabello la musica latina, Gregg Rolie il rock inglese, Santana la melodia e il blues, per questo suonavamo in modo diverso dalle hippie band di San Francisco, come i Grateful Dead, i Jefferson Airplane o i Big Brother di Janis Joplin. Soprattutto la musica dei Santana era diversa da qualsiasi altra rock band dell’epoca per la presenza delle congas e dei timbales".
Lei scrisse 4 canzoni in Caravanserai, l’album che contribuì a rompere i Santana: quale fu la differenza fondamentale con i vostri primi tre album?
"Nei primi tre album c’è un’evoluzione, poi vivemmo un grande cambio con Caravenserai che rappresenta anche la nostra volontà di tenere i piedi saldamente a terra: c’era un mucchio di droga in giro e non solo nella nostra band, tutto si faceva più opprimente e sgradevole. Contemporaneamente nel mondo del jazz stava succedendo qualcosa di veramente eccitante e interessante, qualcosa stava esplodendo, cambiando radicalmente, e avvicinandosi al rock e all’r&b, come Sly & the Family Stone e Jimi Hendrix, il Miles Davis di Bitches Brew, i Weather Report, Chick Corea e John McLaughlin. Io e Carlos entrammo in quella dimensione musicale e in un nuovo di stile di vita, diciamo più spirituale, il che significò anche restare vivi".
Lei ha scritto musica per film e anche musica elettronica, cosa pensa della scena elettronica di oggi?
"Oggi musica elettronica significa soprattutto musica per party, e la dance a me piace meno. Per quanto mi riguarda mi sono specializzato nella batteria elettronica e ho fatto un album con il batterista Klaus Schulze, ex Tangerine Dream, e uno con David Beal intitolato Big Picture. Credo ci sia tanta musica buona in giro, è cambiato il modo in cui viene distribuita e fruita, ma questo non significa che non ci sia musica interessante e che può essere suonata".