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Mauro Ottolini a Umbria Jazz: il successo dell'ex bambino con la fisarmonica

Applausi per "Buster Kluster", il cine-concerto del trombonista e compositore che coi Sousaphonix ha musicato il capolavoro di Keaton "Sette possibilità". "Le etichette non bastano a definire il jazz. L'arte e la musica ci portano oltre la paura dell'altro, del diverso". Dall'Orchestra dell'Arena a Los Angeles, gli esordi con D'Andrea e Rava, le collaborazioni con Negramaro & altri bei nomi della canzone. Storia di un grande artigiano dell'improvvisazione. Che ora ha aperto un teatro e prepara un disco per voce e conchiglie

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PERUGIA - Questa storia comincia un giorno qualsiasi verso metà anni Settanta. Quando il signor Antonio Ottolini torna a casa da un viaggio lungo il quale, fermandosi a un autogrill, ha vinto una fisarmonica giocattolo. Della quale fa dono al figlio Mauro, che allora aveva circa quattro anni. Non immaginava certo il signor Antonio che in quell'oggetto sonoro e colorato c'era scritto per intero il destino del piccolo. La musica, ovviamente, e il gioco. Ovvero le due metà del cielo di Mauro Ottolini. Che in questi giorni s'è meritato nuovi applausi, presentando al teatro Pavone per Umbria Jazz 2016 Buster Kluster. Cine-concerto, anzi spettacolo vero e proprio, con la proiezione di Seven Chances (1925), uno dei capolavori di Buster Keaton, le musiche apposta composte e i classici, fra gli altri, di Scott Joplin, W.C. Handy e Irving Berlin, invece arrangiati dal pirotecnico musicista veneto per i suoi mirabolanti Sousaphonix, nei quali spiccano il sax tenore, il flauto e il clarinetto basso del sempre più bravo e attivo Dan Kinzelman, la stellare ritmica di Danilo Gallo (contrabbasso) e Zeno De Rossi (batteria), inoltre fondatori della ben nota factory musicale Gallo Rojo. Una piéce sfrenata, dalla drammaturgia

Mauro Ottolini musica Buster Keaton: è "Buster Kluster"

Il destino in una fisarmonica giocattolo. Trombonista insigne, ma anche esploratore di altri ottoni (tromba, sousaphone, trombone basso, slide trumpet, cornetta, flicorno , bombardino), compositore, arrangiatore, orchestratore, produttore, didatta, cartoonist, organizzatore culturale, Mauro Ottolini, classe 1970, alla musica ha dato tutto se stesso fin da quando imbracciò quella fisarmonica per bambini. Continuando poi da teenager nella banda di Peschiera, dove la cambiò col primo trombone della vita. Cambiava il giocattolo, non il gioco. Che non a caso sul pianeta "Otto", come lo chiamano gli amici, è cosa serissima praticata con attenzione e devozione sacrale. Convinzione che fu anche del gigante Lester Bowie (il disco Serious Fun, pietra miliare che il grande trombettista incise coi suoi Brass Fantasy, ndr) del cui formidabile trombonista, Steve Turre, Ottolini è stato allievo. Dopo esser diplomato in trombone al conservatorio di Verona e in jazz a quello di Trento, sotto la guida, ideale, di Franco D'Andrea - con Rava il padre della patria jazz.

"Quell'orchestra mi rende triste". Di Ottolini si può senz'altro dire che è un jazzista certificato, come testimonia il titolo di Miglior italiano nel referendum 2013 di Musica Jazz. Ma questo non esaurisce certo il suo fare musica, senza trascurare il fatto che, come accade col rock o il pop, nella nostra società liquida non è più affatto semplice definire cosa il jazz sia. "E' vero che le etichette non riescon più a raccontare con esattezza il loro oggetto - attacca Ottolini, con quell'eloquio da fiume in piena che così bene ne rappresenta la natura vulcanica - credo però che se improvvisazione, ricerca e meticciato culturale lavorano assieme, allora si può parlare di jazz. Ed è per seguire quelle tracce che ho lasciato la routine dell'Orchestra dell'Arena di Verona, dove ho lavorato per dodici anni, dal 1996 al 2008, mentre cercavo con fatica una strada mia lontano da quel contesto routinier, studiando e suonando, appena e dove potevo, il jazz e le cose che mi appassionavano: a causa delle assenze ho rischiato il licenziamento più d'una volta. In quegli anni, era il 1998, feci anche un disco, Otto Funk, in cui suonavo con un rapper, Max Ambassador, un tipo ruspante che conobbi nei mesi in cui, lasciata l'orchestra dove mi sentivo sempre più triste, me ne andai a Los Angeles per studiare le cose che piacevano a me. Non dico che mi fossi arreso, fare il salto però mi pareva molto molto difficile". Un capodanno coi tesori Motown. Di certo fu decisivo il contributo di un amico di Ottolini, Francesco Bearzatti (sax tenore italiano fra i migliori d'Europa, trasferitosi anni fa a Parigi, ndr), che più volte lo spronò a venir via dall'orchestra, perché col suo talento avrebbe ricevuto una quantità di chiamate. "Il resto l'ha fatto il mio amore per la musica, il piacere che provo a studiarla come un ossesso, ad approfondire le composizioni che mi piacciono, ad ascoltare i miei circa diecimila dischi. Mica tutto jazz, eh. Per capodanno scorso degli amici mi chiesero di suonare e io mi domandai cosa, come far ballare la gente oggi. Visto che si trattava di coetanei, pensai che anni e anni fa avevo passato un bel po' di tempo a studiare il repertorio di Motown e Stax, di Otis Redding e Marvin Gaye. Mi misi a cercare e a un certo punto saltò fuori un enorme pacco di spartiti di Holland e dei Dozier e di molti altri, con tutti i loro bravi arrangiamenti. E devo dire che la festa riuscì benissimo".

Jazzisti e cantautori: c'è un Otto per tutti. Mollati gli ormeggi Ottolini incassa alla svelta la previsione dell'amico Bearzatti: oltre a D'Andrea, con cui suona praticamente da sempre in duo, trio e sestetto, e Rava, per il quale ha arrangiato e suonato in On the Dance Floor, il disco dedicato a Michael Jackson, ecco Capossela, col quale resta per sei anni. Ancora, le collaborazioni ricorrenti con tante altre stelle: Han Bennink, Fresu, Dave Douglas, Garbarek, Carla Bley, Tony Scott, Frank Lacy, Kenny Wheeler, Maria Schneider, Steve Swallow, Gary Valente. Ma la curiosità di Ottolini davvero non ha limiti e, da arrangiatore e orchestratore, ruoli che lo vedono fra i più ambiti, lo troviamo a fianco di Negramaro, Subsonica e Teatro degli Orrori, di Malika Ayane ed Elio, Pacifico, Daniele Silvestri, Rossana Casale fino a Dalla e Alberto Fortis. Fino a Grace Jones, Gino Vannelli, Joe Bowie dei Defunkt. "Sono rimasto folgorato da un pensiero di Schoenberg che fissava non più nelle note ma nel timbro il nuovo per chi scrive musica. E' stato questo il lavoro dei veri geni, come Stravinski, al quale ho guardato per Bix Factor (disco dei Sousaphonix, ndr), Varése e Pousseur, ed è lì che credo si debba tornare per riuscire ad andare avanti. Come ha fatto Eric Dolphy, che infatti andava da Stockhausen a Darmstadt a studiare e non ha copiato mai nulla da nessuno. O quell'altro genio di George Martin, che ha nutrito il rock nuovo dei Beatles col suono della London Symphony. Quando arrangio o orchestro una canzone, oltre che a timbri e suoni, metto la massima attenzione pure nel concepire strutture molto economiche: per dare carattere a un brano servono davvero poche cose che però siano belle".

Un artigiano circense che non si ferma mai. Leader di tre fantastiche formazioni - Slide Family, un muro del suono di dieci tromboni più batteria e dj, la big band Separatisti Bassi e i Sousaphonix - titolare di venti album a proprio nome, mentre sono 150 quelli cui ha collaborato, Ottolini è un creativo tellurico-compulsivo. Un artigiano delle arti dallo spirito circense, incapace di star fermo e titolare di un ingovernabile senso dell'umorismo, che irradia nella musica come nelle parole e nei loro giochi. Un sincretico costruttore di balocchi sonori e non, in perenne oscillazione fra filologiche febbri per il jazz arcaico e una liberissima, robusta vocazione a tutto sperimentare, che sviluppa poi nella acrobatica coerenza della sua musica, sempre scoppiettante di invenzioni e però rigorosamente riconoscibile. Mentre l'ampiezza delle sue prospettive si è dilatata, in anni recenti, fino alla realizzazione di cartoni animati e un centro di attività culturali.

Così nasce un teatro. "Da tempo non faccio più il turnista perché voglio stare concentrato solo sulle mie cose. Anche approfondire il lavoro di arrangiatore e orchestratore per altri, due lavori che la gente non sa nemmeno che esistono, è stato bello e interessante, ma ora i miei progetti hanno bisogno di tutto il mio tempo e di tutte le mie energie. Perché oltre alla musica, in giugno con cinque amici, fra cui anche Vanessa Tagliabue Yorke, a Peschiera abbiamo aperto il 'Teatro per una società senza pensieri', dal titolo del penultimo disco dei Sousaphonix. E' uno spazio che abbiamo realizzato esclusivamente con materiali di recupero, nato per ospitare, da venerdì a lunedì, concerti e spettacoli, alcuni dei quali vanno anche in streaming, attività per i piccoli e le scuole, seminari e incontri a tema. Mi pare che in giro ci sia sempre meno voglia di riflettere, leggere, incontrare gli altri, quindi, mi son detto, se riesco a far nascere nella nostra collettività domande che di solito non vengono fuori, tipo 'ma chi sono questi Sousaphonix?', è già qualcosa. Se poi quelle stesse persone vengono anche a soddisfare la loro curiosità assistendo alle nostre proposte, tanto meglio. La cosa per noi importante è far incontrare più etnie possibili , l'arte e la musica ci portano oltre la paura dell'altro, del diverso. Quello che, con Vanessa Tagliabue Yorke e Paolo Scarnecchia, grande specialista di musica araba, ho cercato di fare in Musica per una società senza pensieri, con una composizione dedicata a Umm Kulthum, la leggendaria cantante egiziana, che Vanessa canta in arabo, una delle dodici lingue impiegate nel disco. Un'artista immensa che ha saputo unire il mondo arabo, nel quale non mancano certo le divisioni, come forse solo Nasser. Era lesbica e per poter cantare dovette travestirsi da uomo, e a tutt'oggi i maschi arabi negano che fosse una donna. Ma i suoi funerali durarono mesi e ci andarono  4 milioni di persone".

Cartoni animati nella fabbrica occupata. C'è un legame intuitivo, anzi proprio visivo fra Mauro Ottolini e i cartoni animati. La sua figura rotonda e allegra avvolta in eccentrici technicolor, gli eterni strampalati cappelli, i tempi ultrarapidi del parlato, lo sguardo febbrilmente mobile eppure sognante. Ma soprattutto il saltabeccare a perdifiato da un'idea all'altra, da una cosa all'altra e il surreale sense of humour. L'incontro, anche quelle fortunato, coi cartoons era dunque un altro destino scritto. Infatti, nei quattro fin qui scritti da lui insieme a Vanessa Tagliabue Yorke, disegnati da Piero Schirinzi, animati da Hermes Mangialardo e postprodotti da Paolo Pinaglia, Otto, va da sé autore anche delle musiche, compare in modo assai riconoscibile, alla testa di alcuni dei Sousaphonix o della banda al gran completo. Come nel primo, Workman Blues (2010) dal concept album The Sky above Braddock, ispirato da un capitolo del libro di Mario Calabresi La fortuna non esiste, sulle tragiche conseguenze della chiusura, a fine Sessanta, della gigantesca acciaieria di Braddock, sobborgo di Pittsburgh, storica capitale dell'acciaio Usa, che significò 30.000 disoccupati e la progressiva sparizione di ogni forma di vita civile. "Nello spaventoso degrado dell'area lasciata dagli altiforni si sono insinuati un mortale traffico di crack, le delinquenza scorazza a suo piacimento, le case non valgono più nulla. Il capitale ha lucrato finché ha potuto e quando non ha potuto più, se n'è andato. I pochi superstiti sono povere anime perse senza presente ne futuro. Finché compare una strana banda di musicisti, cioè noi, le cui canzoni narrano le storie di alcuni di quei poveri reietti. E appena i musici iniziano a suonre, dai loro strumenti vola fuori una polvere di stelle colorata e i derelitti ritrovano la forza di sognare e sperare". Legato al doppio Bix Factor, 2013, il più leggero Did You Hear About Jerry, il cui energetico jungle-funk ispirato ad un brano di Harry Belafonte, accompagna le avventure di Ottolini in un immaginario Cotton Club fra gangster cattivissimi, viaggi sulla luna stile Méliès e pupe da brividi. Completano, ad oggi, le produzioni, sempre ben accolte o anche premiate ai festival dove son state invitate, i due cartoni usciti fra 2105 e 2016 insieme a Musica per una società senza pensieri volume 1 e 2. Chubanga, nel quale di nuovo Otto e i suoi ragazzi si ritrovano stavolta nella giungla sotto la buffa minaccia di temibili neri stilizzati alla Al Jolson nel Cantante di jazz. Mentre in Cooking Breakfast for the One I Love, una ulteriore reincarnazione di Ottolini da una parte sogna di conquistare una ballerina dalle fattezze irresistibili di Jospehine Baker, dalla altra vorrebbe fuggire dal frusto menage con la moglie. Finendo per a fare il cameriere di entrambe. Last but not least, il documentario di Alberto Fasulo, l'autore di TIR, che seguendo Ottolini in studio di registrazione, con The Break, ha girato - attraverso micro espressioni del viso, movimenti del capo e delle mani, il respiro - un'emozionante indagine sul musicista, in senso lato, e il manifestarsi della sua creatività anche durante le pause di una esecuzione. Ma è forse Musica per una società senza pensieri, il lavoro più ambizioso di Ottolini fino ad oggi. Perché quel titolo, come detto, di un altro concept in due volumi, lo è pure del documentario che il trombonista ha ideato e affidato alla regia di Francesco Crapantano che l'ha girato nel 2014. Un'ora per raccontare la storia, mitica per davvero, di una banda di musicisti giunti in Valsugana da ogni dove che, negli anni Venti, allietava feste di piazza e riti della vita agricola per poi partire alla conquista del mondo a colpi di note. Inghiottiti dalla Seconda guerra mondiale, la sola cosa che di loro tornerà a casa sarà un organetto.

Concerto per orchestra di conchiglie. Di scoperta in scoperta di tutte le facce del pianeta "Otto", il prossimo disco segna il nuovo trionfo della musica come gioco e del gioco come musica. Al posto della fisarmonica per bambini dell'inizio, le sessanta conchiglie raccolte nel tempo con le quali Ottolini sta ultimando un disco atteso per la fine dell'anno. "Il mio primo maestro in quest'arte antica come l'uomo, un tempo usato ad esempio come sistema di comunicazione, è stato Steve Turre, il grande trombonista di Lester Bowie, che però le usa come uno strumento singolo. Io invece ho messo insieme una voce umana e un'orchestra di conchiglie, organizzata in sezioni vere e proprie a seconda del timbro, che è dettato dalle dimensioni, le più piccole hanno i registri più alti, le più grandi i più bassi. Sono circa quindici anni che le studio e comincio a suonarle abbastanza bene...".