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Nick Cave, un nuovo disco, ma prima c'è 'The Sick Bag Song', epico libro-diario del tour

"Il testamento di un artista che cerca di trovare la sua via attraverso l’oscurità": così il cantautore annuncia 'Skeleton Tree', l'album (e docufilm) in uscita il 9 settembre. Intanto, in libreria, Cave racconta il viaggio del suo recente tour, tra States e Canada. La cui prima scrittura è stata vergata a mano, su sacchetti per il vomito

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Altri 'ventimila giorni sulla terra' insieme a un artista vissuto così tante volte, per citare lo straordinario documentario del 2014 su di lui, forse l’ultimo grande poeta prestato alla musica. I cultori di Nick Cave possono dormire sonni tranquilli (quindi agitati) quest’estate: l’australiano sta per tornare nei negozi con un nuovo disco, il sedicesimo della serie, a tre anni dal precedente Push the Sky Away. Si intitola Skeleton Tree e uscirà il 9 settembre. Registrato tra l’Inghilterra e la Francia, sarà un album dolente, minimalista, altamente introspettivo. E non poteva essere altrimenti, vista la tragedia immensa occorsa al cantautore proprio un anno fa: la morte del figlio quindicenne Arthur, nell’adottiva Brighton. Nessun singolo o videoclip ad anticipare e promuovere Skeleton Tree, ma un film vero e proprio (One More Time with Feeling il titolo), diretto da Andrew Dominik e disponibile il giorno prima del lancio ufficiale del cd. Realizzato miscelando colore, 3D e bianco e nero, conterrà l’esecuzione live delle tracce del nuovo lavoro da studio, un’intervista ai suoi Bad Seeds e le riflessioni in profondità del frontman, voce narrante del docufilm musicale: “Il testamento di un artista che cerca di trovare la sua via attraverso l’oscurità”.

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“Sono un piccolo dio di terracotta che trema su un piedistallo, interrato in un vortice di suono” scrive l’ex leader dei Birthday Party nel libro The Sick Bag Song, finalmente in distribuzione nelle librerie italiane. L’ha tradotto e lo pubblica Bompiani: “Un poema epico narrativo sui suoi viaggi in Nordamerica. Cave (autore fin lì di due romanzi) sperimenta una nuova forma letteraria, una combinazione di prosa, poesia, canzoni e autobiografia” l’ha osannato il New York Times. Un diario di viaggio lungo, dentro e intorno ventidue città in occasione del tour del 2014 di Nick e compagni, tra gli States e il Canada. Partendo da un escamotage, al solito, geniale: prima dell’impaginazione, The Sick Bag Song è stato infatti vergato sugli appositi sacchetti per il vomito degli aerei di linea. Diavolo di un Cave. “L’elegante sacchetto per la nausea di Air Canada. L’efficiente sacchetto per la nausea dell’American Airlines. Il triste, grigio sacchetto per la nausea della British Airways. Il funzionale sacchetto per la nausea dell’Alaska Airlines. L’istruttivo sacchetto per la nausea della Delta Air Lines. L’estroverso, modaiolo sacchetto per la nausea della Virgin Atlantic. Lo sfruttatore sacchetto per la nausea della Quantas Airline. Il noioso, pubblicitario sacchetto per la nausea della Southwest Airlines. L’inutile sacchetto per la nausea rivestito di plastica resistente all’inchiostro della United Airlines”. Redatti con grafia minuta, sia in minuscolo che in maiuscolo, in penna blu, nera e rossa; tempestati da frecce e disegnini, cancellature vistose e dal mantra sfumante “I was wrong”, questi appunti sparsi e non dispersi restituiscono al lettore un nitido diorama del Nick Cave Pensiero, nel pieno della sua età di mezzo (a settembre compirà 59 anni). Visioni di un attimo e mitologie di ritorno. Routine da tournée e collisioni spazio-temporali. Tranquilli spostamenti geografici ed estenuanti nomadismi psichici da una suite d’hotel di lusso. Ragionamenti sul sesso, sul successo e sull’idolatria. Demoni mai sopiti e bagliori di leggerezza aguzza. Immagini densamente liriche, sublimi o orribili, gravi e senza peso. Ricordi campali di infanzia sognati e trasfigurati da adulto. “Un ragazzino inizia a correre lungo i binari. Arriva a metà del ponte. Si ferma sul bordo e guarda il fiume torbido che scorre al di sotto… Le pietre sotto i piedi cominciano a tremare. Si rannicchia e poggia di nuovo l’orecchio sui binari. I binari iniziano a vibrare. Il treno sta arrivando. Guarda giù, verso l’acqua scura e torbida, con il cuore che gli martella nel petto. Il ragazzino non si rende conto di non essere affatto un ragazzino, ma piuttosto la memoria di un ragazzino”. Memorie da un sottosuolo ad alta quota di un possibile Sturm und Drang per il ventunesimo secolo. Ben sapendo che “in ogni storia d’amore c’è un drago morto”. (Ri)morire d’amore, nonostante tutto: “Fate in modo che il mondo sappia che sono morto d’amore”.
Un libro fatto di love songs al rallentatore e di sacchetti antiproiettile a stelle e strisce. Sacchetti per il vomito che sprigionano (se auscultati come si conviene, come fossero delle conchiglie fornite di cuore) il potere delle nove muse: “la tavoletta della scrittura, la pergamena, il flauto, le frecce dell’amore, la maschera tragica, l’arpa, la lira, la maschera comica, il globo e il compasso”. Muse benevole che tornano a fare visita a Nick and The Bad Seeds quando si accendono i riflettori di un loro concerto: “Calliope, per le ballate epiche. Euterpe, per le canzoni tristi. Erato, per quelle intimiste. Clio, per le più vecchie. Melpomene, per le cose più tragiche. Polyhymnia, per i pezzi religiosi. Tersicore, per i passi di danza. Thalia, per le canzoni ironiche e Urania, per i momenti spaziali e psichedelici”. Sacchetti per il vomito per fotografarsi, depurarsi l’anima: “The sick bag song è piena di tutto ciò che amo e detesto. E tutto è dentro di me. È così piena ormai che sta per esplodere”. Sacchetti per rinascere, tappa dopo tappa: “The Sick Bag Song è le partenze, i graffi, i tremori, le ultime vestigia, la bile e le frattaglie, i resti e i residui, gli avanzi e i regressi, il fondo melmoso del barile, i rifiuti vomitati”. Sfidando persino il contrappasso dei “nove tormenti dell’avanzamento”: “Resisti al bisogno di creare. Resisti alla fede nell’assurdo. Resisti attraverso la provocazione. Resisti attraverso la malattia e la tristezza. Resisti attraverso la masturbazione. Resisti attraverso manuali di motivazione. Resisti lavorando per gli altri. Resisti attraverso il paragone con gli altri. Resisti attraverso l’opinione degli altri”.
Nei sacchetti per il vomito di Nick Cave, immacolati e finemente istoriati, rivive anche, in controcampo, la storia del rock. The Man in Black: “In uno studio di Malibù, Johnny Cash si è messo a sedere e ha suonato una canzone. Era quasi cieco e a malapena riusciva a camminare. Io ero lì. Ho visto un uomo malato prendere la sua chitarra e stare bene. Purtroppo ho visto anche il contrario. Ho visto uomini sani prendere la loro chitarra e stare male”. Mr. Tambourine Man: “Uscii piano dalla mia roulotte durante una tempesta feroce. Era il 1998 a Glastonbury. Attraverso il velo dell’acqua scrosciante, vidi una roulotte con la porta aperta dall’altro lato del pantano. Ne uscì una figura incappucciata… E tutto il mondo si fermò per poter assorbire questo pensiero. È lui. Poi lentamente, sbucando fuori dalla sua manica, una mano fredda, bianca e vellutata prese la mia. “Ehi, mi piace quello che fai” mi disse. “Anche a me piace quello che fai” risposi. Ci mancò poco che morissi. Poi la mano si ritrasse nella sua manica, e Bob Dylan si girò e se ne andò. Scomparendo di nuovo nella pioggia”. Il menestrello di Duluth part. 2: “Rientrai nella mia roulotte in quel giorno eccezionale sentendomi improvvisamente prosciugato. Prosciugato del sangue! Della vita! E debole. Così svuotato che potevo dissolvermi. Ed è quello che sostanzialmente feci per tre anni interi. Un torpore paralizzante mi pervadeva….Ogni notte sognavo quella lenta mano da vampiro che sbucava dal suo polsino… Poco dopo notai, solo per caso, che Dylan aveva pubblicato Love and Theft, ed ebbe un dieci e lode sul Village Voice. Bob era tornato in vetta! Nello stesso periodo uscì il mio Nocturama, che invece fu un completo flop”. Elvis Presley al vapor pulp: “Una nuvola di pioggia a forma di testa decapitata di Elvis piange lacrime salate”. Il fondatore dei Roxy Music: “Quando Bryan Ferry cantò la vecchia e sconsolata ballata inglese The Butcher Boy, lo fece da solo al pianoforte, con un abbandono così profondo da ridurre in lacrime me e mia moglie. Fu l’eterea interpretazione del brano? O il testo struggente? O una diabolica combinazione di entrambe le cose? Non so, ma qualcosa di inenarrabile e profetico avvenne in quel momento, mentre la canzone si stabiliva in noi, prendeva possesso di noi, e il corso della nostra vita insieme sarebbe cambiato per sempre. E in quel preciso momento nel tempo, da solo al pianoforte, Bryan Ferry divenne un vero dio dotato del pericoloso potere di determinare il destino con la più bella voce che esista al mondo”. Se ne intende di alchimie, redenzioni e miracoli dal vivo, Re Inchiostro: “È la mancanza di desiderio che ci conduce alla fine”.