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La festa pagana di Robert Plant, dal folk tribale al rock dei Led Zeppelin

Lo storico cantante di 68 anni è in tour in Italia e infiamma il pubblico insieme alla sua nuova formazione, i Sensational Space Shifters
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La domanda risorge ad ogni scomparsa illustre (di pochi giorni fa quella di Alan Vega dei Suicide) che lo spietato 2016 c'infligge: che ne sarà del rock quando i vecchi leoni non saranno più con noi? La preoccupazione parrebbe prematura, dato che i palchi estivi sono affollati di incrollabili 60/70enni: dal Boss a David Gilmour, da Neil Young a Santana. Gente come Robert Plant, ad esempio, che ieri sera sul palco dello Street Music Art (accanto al milanese Forum di Assago) ha dato un luminoso saggio di spirito giovane a dispetto dei quasi 68 anni, 50 dei quali passati a scrivere la Storia del Rock. Alla faccia di chi da anni gli rimprovera di non raggiungere più gli acuti alto tenorili con cui la sua voce (votata dall’inglese NME Greatest voice in Rock) sfidava la lancinante chitarra di Jimmy Page nei lavici concerti storici dei Led Zeppelin. Per rispolverare i quali tra l’altro s’annuncia per il prossimo 16 settembre la ristampa del lussuoso…
La domanda risorge ad ogni scomparsa illustre (di pochi giorni fa quella di Alan Vega dei Suicide) che lo spietato 2016 c'infligge: che ne sarà del rock quando i vecchi leoni non saranno più con noi? La preoccupazione parrebbe prematura, dato che i palchi estivi sono affollati di incrollabili 60/70enni: dal Boss a David Gilmour, da Neil Young a Santana. Gente come Robert Plant, ad esempio, che ieri sera sul palco dello Street Music Art (accanto al milanese Forum di Assago) ha dato un luminoso saggio di spirito giovane a dispetto dei quasi 68 anni, 50 dei quali passati a scrivere la Storia del Rock. Alla faccia di chi da anni gli rimprovera di non raggiungere più gli acuti alto tenorili con cui la sua voce (votata dall’inglese NME Greatest voice in Rock) sfidava la lancinante chitarra di Jimmy Page nei lavici concerti storici dei Led Zeppelin. Per rispolverare i quali tra l’altro s’annuncia per il prossimo 16 settembre la ristampa del lussuoso cofanetto The Complete BBC Sessions, golosamente arricchita di un supplementare album di inediti.

Incurante di qualsiasi tentazione promozionale dei fasti del suo indimenticabile passato, il Plant di oggi sale sul palco in ottima forma – con quel look che ricorda il fumettista Alan Moore e il Michael Caine-vecchio hippie nel film I Figli degli Uomini – per offrire al suo pubblico l'oggi di un'ondivaga quanto inesausta ricerca musicale di nuovi orizzonti, mai la malinconia per i giorni di fuoco che furono. Lo fa spalleggiato da un'eccellente band di sei elementi, i Sensational Space Shifters, musicisti brillanti senza primedonne a svettare per forza sul lavoro di squadra: due chitarristi (Justin Adams e Liam "Skin" Tyson, chiomato e barbuto come uno ZZ Top) versatili ad alternarsi fra elettrica, acustica e banjo, il bassista/contrabbassista Billy Fuller, il batterista Dave Smith, il tastierista John Baggott, che non si nega anche qualche intervento percussivo qua e là, con ampio spazio solistico per il nero Juldeh Camara, musicista del Gambia che affianca Plant in qualche controcanto in lingua Fulani, suona percussioni delle sue terre ma soprattutto al tehardant, una sorta di violino tribale ad una sola corda originario del Mali, cui vengono riservati diversi degli assoli che un tempo sarebbero spettati a Sua Maestà Page.

Una band ormai rodata, che accompagna il nume tutelare dell’hard rock britannico dall'album Lullaby and the Ceaseless Roar (del 2014, soffuso di desertici panorami di Joshua Tree), da cui provengono Poor Howard, Rainbow e Turn It Up in scaletta ieri sera. Plant pesca a piene mani dalla propria vasta produzione solista (13 album esclusi live e compilation), in cui ormai è difficile tenergli dietro: la delicata All The King's Horses viene da Mighty Rearranger (titolo-manifesto del 2005, con gli Strange Sensation), un piccolo capolavoro, nel solco degli ultimi due dischi dei Led Zeppelin nella sua fusione oriental-folk-electro-psichedelica.
Del resto, la ricerca di Plant è partita nel ’65 dal blues del Delta di Willie Dixon e Muddy Waters e ora risale impavida il fiume delle origini africane di quel suono, abbattendo qualsiasi barriera culturale sul suo corso (tutti quei muri che oggi tanti invocano e coi quali non avremmo mai neppure avuto la nostra musica); così dimostrando come il folk celtico vada a braccetto con quello indiano o africano, col country e, perché no, persino con quello napoletano (l’accenna “Vide 'o mare quant'è bello…”, sul finale della struggente Baby I’m Gonna Leave You). Quindi rimescola il suono globale sonoro con bordate di modernissima elettronica e loop incombenti, irrispettosi e felicemente collidenti col “roots feeling” dominante: l’originalità della miscela si percepisce al meglio quando partono i classici dei Led Zeppelin, le canzoni che tutti aspettano per saltar per aria in un boato d’applausi, qui arditamente riarrangiate senza timori reverenziali. Se Dazed and Confused parte scura, quasi sabbathiana, di Whole Lotta Love rimane solo il primo blocco fino al ritornello, poi le sperimentazioni con la chitarra distorta e il theremin del Page ‘69 vengono sostituite da percussioni e tehardant, curvano verso You Need Love di Dixon e Fixin’ To Die di Bukka White, per riprendere l’immortale riff solo quando il pubblico crede che il trip sia finito e inizia ad applaudire.

Poi Black Dog e Rock’n’Roll (che parte con Bluebirds over the mountain di Ersel Hickey/Beach Boys/Ritchie Valens) perdono parte della carica hard originaria per guadagnare nuove spezie nel clima tribal-folk da festa pagana del Plant attuale. Che gigioneggia coi fan da consumato entertainer, guidando cori, call-and-response, siepi di mani alzate, sempre brillante e coinvolgente. Per chiudere definitivamente su Going to California, già melodica ballad acustica nella versione originale sul mitico Led Zeppelin IV, che conteneva quest’inno flower power ispirato a Joni Mitchell nel lontano 1971, come uno che ancora si diverte a far musica (meglio, Musica) invece che ad autocelebrarsi. Unico rimpianto: una durata di solo un’ora e mezza, compresi i due rientri per bis chiamati a gran voce dal parterre, che lasciano tutti a sognare come sarebbe stata la nostra canzone preferita degli Zep nell’atmosfera di ieri sera.