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Aquino come Indiana Jones, una tromba per difendere l'arte

Luca Aquino ha presentato a Little Petra in Giordania l'album 'Petra' che ha registrato nei mesi scorsi open air nella gola più remota di questa straordinaria location

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LITTLE PETRA (GIORDANIA)  - Quando alle 19,45 in punto si ode in lontananza la voce del muezzin della moschea di Wadi Musa che chiama alla preghiera, Little Petra - il sito archeologico non meno prezioso del Tesoro che è lì a due passi, una delle sette meraviglie del mondo - si prepara per la notte. Le antiche pietre su cui i nabatei scavarono la loro città si tingono d’oro, poi di ruggine, infine di bruno Van Dyck. E mentre negli accampamenti beduini, in lontananza, si accendono i primi fuochi, Luca Aquino insegue con la tromba quel canto stonato, non melodioso come al solito, metallico, disperato e insieme arrabbiato, quasi si facesse carico di tutto il dolore del martoriato Medio Oriente (la Giordania è un’isola in mezzo alla polveriera Siria-Iraq-Cisgiordania, presa d’assalto da continue ondate di profughi). L’arte pacifica gli animi, sostiene la fratellanza, incita alla tolleranza, più che mai in una serata come quella di sabato, con la storia a portata di jazz; più che mai nel corso di un evento che suggestivamente riporta la musica nei luoghi naturali, dove folate di vento, versi di uccelli notturni e suoni che giungono dal deserto sono in perfetta sintonia con le partiture dell’artista di Benevento, appassionatamente eseguite con il fisarmonicista Natalino Marchetti, il flautista Sergio Casale e la Jordanian National Orchestra, ensemble cosmopolita che raccoglie musicisti americani, armeni, romeni e tedeschi.
È un sogno che Aquino insegue da sempre: già in passato scelto come location delle sue incisioni la chiesa di Sant’Agostino di Benevento e un antico hamam di Skopje, ma Petra, il disco che ha realizzato con il patrocinio dell’Unesco a sostegno della campagna #Unite4Heritage (tre brani già disponibili in download, il cd in uscita il 23 agosto su etichetta TAGI Records), interamente registrato nei mesi scorsi open air nella gola più remota di Little Petra e eseguito dal vivo in quella fantastica location, lo trasforma in una sorta di Indiana Jones del jazz. «Registrare un album in Giordania, tra i colori del deserto e i riverberi del sito archeologico è stata un’esperienza mistica», dice il trombettista 42enne, eccellenza del jazz europeo che ha collaborato con Roy Hargrove, Sting, Jon Hassell, Manu Katché e Lucio Dalla. «Lavorare con artisti di culture e nazionalità apparentemente lontane ma unite dall’urgenza espressiva della musica ha prodotto un sound che soffia luce dai minareti, sorvola la mia bella città natale e punta dritto a New Orleans».

La magia del jazz a Petra con la tromba di Luca Aquino

Con un’amplificazione essenziale, in quell’angolo di deserto coperto di tappeti per accogliere gli ospiti illustri (la principessa Dana Firas, Talal Abu-Ghazaleh, presidente e mecenate della Jordanian National Orchestra Association, Emad Hijazeen della Petra Development and Tourism Region Authorithy e numerosi consoli e ambasciatori), i musicisti hanno raccontato in un’ora di musica le meraviglie della Giordania, l’incanto della luna sul Mar Morto, i misteri di Petra ancora da svelare, la magia del Wadi Rum adorato da Lawrence d’Arabia, l’effervescenza della capitale Amman, la quiete degli accampamenti dove cammelli, asini e uomini hanno stretto da secoli un patto di mutuo soccorso. Nessuno schieramento militare per garantire la sicurezza, a dimostrazione che l’intelligence giordana è perfettamente in grado di contenere l’allarme terrorismo, e nessuno sbarramento per limitare l’accesso ai curiosi; pericolosamente accovacciati sulle rocce altissime in bilico sul palco naturale scelto per la performance, dozzine di ragazzi del vicino insediamento beduino assistono silenziosi a quella celebrazione in cui tra oriente e occidente, arte e quotidianità, cultura e ingegno umano non c’è confine. «La passione condivisa all’interno di questa esperienza musicale dimostra come l’arte possa costruire ponti robusti tra le culture e superare le barriere geografiche, linguistiche o fisiche», commenta Costanza Farina, rappresentante dell’Unesco in Giordania. «È meraviglioso vedere una quantità crescente di persone che condividono l’interesse per il nostro paese attraverso la sperimentazione musicale », aggiunge Abed Al Razzaq, direttore generale del Jordanian Tourism Board. «Questi siti sono stati palcoscenici di antiche civiltà e stasera Petra e musica sono un binomio inscindibile ». Mentre la fisarmonica di Marchetti, trionfo di crepuscolare malinconia, entra in sintonia con la notte che scende sulla Piccola Petra, Aquino soffia dentro tromba e flicorno la sua serenata a quei fronti rocciosi sapientemente erosi dal tempo, ai meravigliosi portali in arenaria, alle tombe che per secoli sono state rifugio di pastori e armenti. «Abbiamo il dovere di salvare il patrimonio artistico dalla barbarie », dice. Come tutti, mentre i pochi fari illuminano di porpora l’ingresso di Siq al-Barid, il nome arabo del sito archeologico, pensa ai Buddha di Bamiyan, al Museo di Baghdad saccheggiato, alla vicina Aleppo deturpata e a Palmira sfigurata.