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Emerson, Lake & Palmer, la leggenda rivive con Steven Wilson

A partire dal 29 luglio escono le ristampe dei primi tre album del trio rimasterizzati dal leader dei Porcupine Tree. Un restauro tecnologico per ridare luce a una musica ancora amatissima

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Dopo la metà degli anni Settanta li demonizzarono. Il loro gigantismo sonoro, le mastondiche scenografie live, le pellicce e gli aerei privati, il virtuosismo predominante: in epoca punk, Emerson, Lake & Palmer erano le statue da abbattere. Poi, dopo un paio di decenni di oblio, il loro culto ha ripreso vita, come tutto l’immaginario legato al progressive. Adesso al loro catalogo ha messo mano Steven Wilson, leader dei Porcupine Tree e autentico sacerdote di quella scena così amata e così odiata. Uno che ha come missione quella di “restituire fiducia a band che, dall’avvento del punk in poi, erano considerate antiquariato”. E che non ha l’ambizione di migliorare quelle opere, ma solo quella di farle brillare, di regalare a quella musica, attraverso il restauro tecnologico, una nuova luce. Con il pensiero rivolto soprattutto alle nuove generazioni.
 

Emerson, Lake & Palmer, 'Fanfare for a common man'

Dal 29 luglio i dischi di Emerson, Lake & Palmer torneranno a vivere in lussuose edizioni in vinile, cd e in digitale. Greg Lake, tra l’altro, ha chiesto e ottenuto di stampare i vinili in versione 140 grammi, per poter assicurare la miglior resa possibile del suono. Si parte con i primi tre album, rimodernati dal lavoro al missaggio di Steven Wilson: Emerson, Lake & Palmer, del 1970, Tarkus, del 1971, e Pictures At An Exhibition, ancora del 1971. Tutti e tre i dischi conterranno bonus track, versioni alternative, la riproduzione degli artwork originali, booklet con interviste ai musicisti e altro materiale inedito. Ai tre dischi originali si aggiunge la raccolta Emerson, Lake & Palmer – The anthology, con 39 brani e un libretto arricchito dalle note del critico rock Chris Welch e raro materiale illustrato.
  “Ci sono quattro aggettivi per inquadrarci – aveva dichiarato Greg Lake due anni fa – eravamo espressivi e potenti da un lato, dinamici e romantici dall’altro. Se riascoltate le parti di piano suonate da Keith Emerson in Take A Pebble (dal loro primo album, ndr) ne avrete un esempio palpabile”. Nella memoria collettiva sono rimaste però le coltellate che Emerson infliggeva al muro di tastiere e moog di cui si circondava sul palco. Un gesto molto rock, in perfetto contrasto con le rivisitazioni classiche e i barocchismi della sua produzione, che in molti accostarono accostarono alle chitarre bruciate da Jimi Hendrix. Proprio Hendrix era affascinato dal trio, e avrebbe voluto suonare con loro se il destino non lo avesse beffato: avevano in programma un tour insieme, ma Jimi morì poco prima. Mentre Emerson avrebbe voluto il suo batterista, Mitch Mitchell, che però rifiutò l’offerta e scelse gli arcobaleni blues di Jimi. Poi il destino ha fregato anche Emerson, morto suicida a 71 anni il 10 marzo del 2016: il peso della malattia che gli impediva di usare le mani con la magia del passato era diventato troppo forte.
 
Eppure era lo stesso destino che negli anni ha restituito a EL&P una buona parte della leggenda che li accompagnò per almeno un decennio. Il loro uso della tecnologia, applicato all’allora blasfema commistione di classica e rock, ha fatto scuola: “La bellezza del progressive consiste nell’approccio democratico tra generi”, aveva dichiarato Lake, “la musica commerciale non è riuscita a distruggerlo”. Ma poi aveva aggiunto: “Noi guardavamo nel futuro. All’epoca di Brian Salad Surgery (che verra ristampato a fine settembre insieme a Trilogy, ndr) abbiamo anticipato la la letteratura fantascientifica e i romanzi cyberpunk traducendo in note un periodo di grandi trasformazioni”. Hendrix, forse, non aveva tutti i torti. 

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