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Greg Lake: "Con gli EL&P abbiamo affermato una nuova identità rock"

A partire dal 29 luglio escono le ristampe dei primi tre album del trio rimasterizzati dal leader dei Porcupine Tree. Fondatore con Keith Emerson e Carl Palmer degli EL&P, ha attraversato la storia del rock con personalità e intelligenza

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Greg Lake è uno dei più grandi musicisti della storia del rock. Fondatore con Pete Sinfield e Robert Fripp dei King Crimson, fondatore con Keith Emerson (scomparso a marzo) e Carl Palmer degli EL&P, ha attraversato la storia del rock con personalità e intelligenza, riuscendo, anche dopo l’epoca travolgente del Progressive, della quale è stato assoluto protagonista, a produrre musica e concerti sempre interessanti, fino ad arrivare ai giorni nostri, ancora amato e seguito dai fan del rock più "colto". "È un onore per me essere ancora seguito da molta gente, vuol dire che la musica è ancora viva, anche quella di Emerson, Lake & Palmer. Ne sono molto fiero, la nostra musica ha resistito nel tempo". Sì e a riascoltare oggi gli album della band, tutti rimasterizzati e ripubblicati in queste settimane, si capisce che Lake ha ragione. La musica di Emerson, Lake & Palmer è per molti versi senza tempo, l’approccio della band era talmente creativo e ampio da non rischiare necessariamente l’invecchiamento, il rapporto con la musica classica, essenziale, ma anche quello con il jazz e la canzone, rendevano e rendono le loro composizioni diverse e uniche, tanto da non soffrire troppo oggi all’ascolto.

Emerson, Lake & Palmer, 'Fanfare for a common man'

Signor Lake, quali erano a suo avviso le caratteristiche principali di EL&P?
"C’erano molte cose ma una delle centrali era che abbiamo sempre cercato di essere differenti, non volevamo seguire o essere uguali ad altri, noi eravamo diversi da tutti, avevamo una nostra identità. L'altra cosa importante è che c’era una differenza dinamica tra me e Keith, in un momento la dinamica era molto intensa e in un altro momento era dura, poi diventava gentile e bella, questa dinamica era importante e ci rendeva sempre sorprendenti".

Siete stati tra i primi a scegliere di non avere un nome collettivo. Usare i vostri cognomi era un modo per ribadire la vostra diversità?
"Si, abbiamo scelto di usare i cognomi perché venivamo da band che erano molto conosciute, i Nice, i King Crimson, gli Atomic Roster. Pensavamo che se avessimo avuto un altro nome da band non ci saremmo mai liberati del nostro passato, sentivamo che era meglio usare i nostri cognomi perché così dicevamo chiaramente quello che eravamo. E ha funzionato". Si ricorda la prima volta che il progetto ha preso forma?
"Certamente. Io e Keith suonavamo nello stesso show a San Francisco, lui con i Nice e io con i Crimson. Ci incontrammo alla fine, al bar dell’albergo, e iniziammo a parlare di musica, di noi, delle nostre band con le quali i rapporti stavano cambiando. Entrambi cercavamo qualcosa di nuovo, di diverso. Così quando tornammo a Londra ci rivedemmo e pensammo di mettere su una nuova band. Cercammo un batterista e trovammo Carl Palmer, facemmo un’audizione a Soho e capimmo che era perfetto per noi. Fu subito chiaro che la band aveva un’energia speciale, una chimica che univa noi tre in maniera particolare".

Era anche modo per rinnovare il classico power trio con chitarra, basso e batteria.
"Era interessante essere in tre, davvero. E a questo proposito io ho una teoria. Quando superi i tre elementi in una band se ascolti il suono è più difficile identificare ogni parte individuale. In una band con tre musicisti puoi davvero ascoltare ogni persona suonare nello stesso momento, la tua attenzione si divide equamente. Se sei in cinque diventa un ensemble, il suono è unito, non sai bene chi sta facendo cosa. Per questo il trio ha sempre avuto nel rock una forza speciale, con Hendrix, con i Cream, con i Police. Tre persone hanno una particolare forza e possono farsi ascoltare individualmente, cosa che perdi quando la band è fatta di cinque o sei elementi".

Ognuno di voi portava un bagaglio personale diverso. Che equilibrio c’era nel trio?
"Tutti abbiamo portato qualcosa, l’equilibrio cambiava a seconda dei brani e dal vivo anche a seconda delle sere. Keith era uno straordinario musicista e compositore, io scrivevo canzoni cantavo e suonavo chitarra e basso, e specialmente sui primi dischi collaboravo molto alla produzione. Palmer era un batterista intenso e inventivo. Ci piaceva suonare insieme, moltissimo".

Mi consenta una domanda veramente ovvia: riascoltando oggi gli album rimasterizzati, ce n’è uno che reputa il migliore, quello dove la band ha raggiunto il suo massimo?
"È vero, è una domanda che mi fanno spesso, e io davvero non so come rispondere, perché è come scegliere non tra figli, ma tra gemelli. Però ho sempre pensato che Trilogy fosse il nostro lavoro più importante, quello in cui trovammo davvero la nostra direzione, il nostro stile, quello in cui definimmo davvero chi eravamo come band. È anche quello in cui sfruttammo per la prima volta appieno le tecnologie, che erano molto cambiate in pochi anni, il sintetizzatore, la registrazione multitraccia. Era un momento perfetto per la nostra creatività".

Anche il rapporto con la musica classica ha contribuito a definirvi come band. Fu una scelta molto decisa.
"Non direi che fosse una ‘scelta’, era qualcosa che ci venne naturalmente. La nostra era musica europea, non americana, non venivamo dal blues, dal gospel, dal jazz, ma dalla musica classica e folk europea. Noi eravamo europei ed era naturale mettere nella musica in nostro bagaglio. Non lo facevamo per essere “cool” o per accreditarci come “artisti”, lo facevamo perché ci piaceva e ci divertiva”.

Sta di fatto che “Pictures at an exhibition” è stato un album che ha segnato un’epoca.
"Eseguivamo quel lavoro in concerto, decidemmo di pubblicarlo in un album perché la gente lo amava moltissimo. Ecco, quel lavoro, dove c’era la musica classica, la canzone, il jazz, l’improvvisazione, non assomigliava davvero a niente altro, era la musica di Emerson, Lake & Palmer, europea, creativa e divertente, anche spettacolare”.

Già, siete stati tra i primi a suonare in spazi enormi. Ricorda lo stadio Flaminio a Roma?
"Certo che lo ricordo. Ma le devo anche dire che per noi suonare a Wight o in uno stadio, o in un club, non faceva davvero differenza. E sa perché? Perché non si suona mai per la “gente”, non si suona mai per un pubblico indistinto, ma per ogni singola persona che assiste al concerto, il rapporto è diretto con ognuno di quelli che sta davanti al palco, siano pochi o siano tanti. È questo che rende la musica davvero speciale e diversa da tutte le altri arti”.