Alborosie, l'italiano che ha conquistato la Giamaica: "Sono un cittadino del mondo"
Alfredo D'Agnese
Da Marsala (dove è nato) a Bergamo (dove ha vissuto) fino a Kingston (dove abita) ai palchi del mondo: storia di Alberto D’Ascola, che ai giamaicani è riuscito a vendere qualcosa di inaspettato: il ritmo. Come? "Sono un soldato del reggae", spiega
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“Non sono più un italiano in Giamaica. Sono Alborosie e basta”. Alla soglia dei 40 anni, Alberto D’Ascola – il suo vero nome – è una stella del reggae, senza bandiere né ‘ismi’ da mostrare. “Sono un cittadino del mondo”, dice alla vigilia della sua partecipazione alla XVI edizione del festival Gusto dopa al sole che si tiene dall’11 al 13 agosto al Parco Gondar di Gallipoli.
Sul palco della rassegna salentina il musicista e produttore presenterà – nella prima serata – il nuovo album Freedom & Fyah. Un’estate lunga, quella dell’interprete nato a Marsala. Il 12 agosto si esibirà a Terralba (OR), il 25 alla Summer Arena di Soverato (CZ), il 26 al Festareggio di Reggio Emilia, il 2 settembre all’Home Festival di Treviso. Infine, il 5 settembre, dividerà lo stesso palco di Damian Marley, figlio del leggendario Bob, al Carroponte festival di Sesto San Giovanni (MI).
Alborosie, in tour per portare sui palchi il nuovo album 'Freedom & Fyah'
Sono lontanissimi i tempi in cui, oltre vent’anni fa, ha fondato i Reggae National Tickets. All’inizio del 2000 la trasformazione: da Stena (nomignolo scelto in onore di Marley) ad Alborosie; da Bergamo – dove era andato a vivere con la famiglia da bambino – a Kingston. Passo dopo passo, album dopo album, il cantante ha guadagnato la fiducia di un pubblico sempre più vasto fino a conquistare nel 2011 – primo artista bianco a vincere un premio dedicato alla musica black – il prestigioso Mobo Awards. Freedom & Fyah è il decimo disco di inediti da solista. Anticipa l’uscita di The Rockers, una compilation di cantanti italiani che ha prodotto “come se fossi un americano”.
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Cinque anni fa dicevi di essere in missione. A che punto è il tuo compito?
“Ho portato il mio cognome in Giamaica. Sono contento. Ho fatto un lungo viaggio e sono arrivato fino in fondo. Prima ho fatto pace con me stesso, poi ho trovato la mia dimensione. Oggi non tornerei più a vivere in Europa. Vivo in un luogo dove tutti sono musicali, sanno ballare e hanno un rapporto profondo con il ritmo. Tu stesso finisci con il diventare musica”.
Come si diventa un “re” in Giamaica, partendo da Bergamo?
“Sono una sorta di soldato del reggae. In questi anni ho fatto più di 2000 concerti. Ho iniziato presto e non ho mai mollato. Vado dove mi vogliono, colpisco e porto a casa. Mi sono preparato per anni. Tutto quello che faccio è al massimo. E questo arriva alla gente, senza mediazioni. Ho creduto in me stesso, sempre”.
Il nuovo album è costruito come un concept. Perché questa scelta?
“Ho voluto fare un disco lineare, seguendo un filo conduttore. Nei precedenti ho mescolato generi e stili. Stavolta il processo è durato due anni. Ho cambiato direzione più volte. Non è facile scrivere canzoni diverse usando la stessa ricetta. Il risultato mi piace molto. E il pubblico ai concerti gradisce la ricetta”.
I temi centrali dell’album sono: politica, amore e vendetta.
“Dietro molti dei nostri problemi ci sono i politici che ci governano, la mia visione è che i cittadini pagano tasse per una classe che invece fa solo i suoi interessi. A perdere nel confronto è la gente comune: alle sue spalle c’è la trama dei politici. È un argomento che il reggae non può ignorare. L’amore è il sale della vita. Non possiamo farne a meno. La vendetta può sembrare un soggetto strano, ma a ben rifletterci siamo attorniati anche in rete da un piccolo esercito di ‘hater’ che amano distruggere gli altri. Ho provato a scrivere canzoni che gridano vendetta”.
Quanto è stato importante vincere un Mobo Award?
“Molto, oggi comincio a raccogliere i frutti di quel riconoscimento. Ma nessun premio può eguagliare il rispetto della gente. Sento di avere il pubblico dalla mia parte. Ed è la cosa più importante”.
Tra qualche settimana uscirà la compilation che hai curato personalmente, The Rockers. Che cos’è esattamente?
“È un progetto al quale ho lavorato un anno. Vi figuro come ingegnere del suono, produttore e autore delle ritmiche. Ho chiamato a parteciparvi, tra gli altri, gli Africa Unite, Caparezza, i 99 Posse, i Sud Sound System, Elisa, Nina Zilli, Jovanotti, Vacca, gli Apres La Classe. Sono artisti veri, non un prodotto industriale. Ho chiamato personaggi alternativi: io provengo dalla musica indipendente e anche se alcuni tra di loro hanno raggiunto il successo, mantengono quello spirito. È un album molto vario che va dal rock all’hip hop, un prodotto internazionale realizzato per il mercato italiano. L’abbiamo registrato in Giamaica, missato a New York e masterizzato a Los Angeles”.
Come spieghi il fatto di essere più conosciuto all’estero che in Italia?
“Con un sistema musicale così limitato non è così importante essere conosciuti, non trova? Il messaggio contenuto nelle mie canzoni è poco adatto alla scena italiana. Io stesso sono poco malleabile. L’Italia è diventata un Paese da musica mainstream. Quando ho cominciato stava sorgendo il movimento dei centri sociali. Oggi si è perso tutto. È difficile che i miei brani siano trasmessi dalle radio, più facile che accada in Francia e in Germania. Qui o fai quello che detta il mercato o sei finito”.
Che tipo di Italia ritrovi ogni volta che torni da Kingston?
“In questi giorni sento un clima depresso, dal punto di vista politico. La musica invece è finita nelle mani del piccolo schermo. O sei in tv o non esisti”.
Perché Bob Marley è ancora un modello inarrivabile per il reggae?
“C’è stato un momento storico in cui è stata scattata una fotografia che è ancora attuale. Le sonorità di Beatles, Doors, Led Zeppelin, Rolling Stones e di Bob Marley fanno ancora la differenza, restano un marchio indelebile. Mi guardo intorno e mi chiedo: dov’è finito oggi il rock? E il metal? E il rhythm’n’blues? Sono diventati una nicchia. Ma Bob è sempre presente”.