Spettacoli

LA RECENSIONE

Moseek, la gente d'oro suona elettropop

Dopo la partecipazione a 'X-Factor', il trio laziale propone un album di elettropop che guarda all'estero

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Moseek, Gold People (Sony)

Talento da talent. In molti abbiamo imparato a conoscerli per la loro partecipazione a X-Factor, e in molti li abbiamo apprezzati per la loro 'diversità'. Una band, un trio per l'esattezza (provenienza geografica: area romana), che ha portato il talent show fuori da quello che sembrava il suo invalocabile perimetro: i suoni prima del bel canto, ecco la loro rivoluzione. E poi una presenza scenica inedita per un talent, frutto di un'esperienza sul palco maturata anche grazie a un precedente esordio discografico e ben diversa dal volenteroso e ingenuo entusiasmo di un esordiente.
Il repertorio. C'è un forte senso di modernità nella musica dei Moseek, che si dicono appassionati di generi anche diversi tra loro (quando devono citare i loro preferiti mettono insieme Arctic Monkeys e Woodkid) ma che alla fine propongono un elettropop contemporaneo e vario, arricchito da registri diversi. Elisa Pucci (autrice dei brani, voce, chitarra e timpani), Fabio Brignone (basso, synth, cori) e Davide Malvi (batteria, percussioni, sequencer e cori) hanno fatto scelte anche coraggiose: innanzi tutto cantano in inglese, e già questo per molti è un sacrilegio. Poi suonano pop, ma restano ben al di fuori dallo standard nazionale. Inseguono un'idea di musica non ostica, ma nemmeno banale. Personalizzano la lezione degli anni 80 e 90 senza passare per la via più facile, andando a occupare una posizione momentaneamente scoperta nel panorama italiano. Nè ultrapop nè ultraindie.

La gente d'oro. Il titolo del disco è il ringraziamento che il trio ha voluto rivolgere alle persone che li hanno aiutato in questo percorso. Le canzoni viaggiano tra i generi, dal dreampop alla house, dall'elettronica al pop, senza perdere un'identità. Tiger Tiger, Venice and Paris, Beth My Beth e il remix di Elliott curato da Benny Benassi sono i momenti migliori di un album insolito e imperfetto, che anche nei suoi momenti meno riusciti mette in mostra un gusto distante dal mainstream dominante. Non è poco.