Dopo la pubblicazione a sorpresa che ha scatenato un nuovo dibattito sul futuro della discografia, cosa rimane di "Blonde", l'album dell'artista americano?
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Frank Ocean, Blonde (Boys don't cry)
La musica. Quello che ancora non abbiamo capito è che alla fine la musica vince sempre. È più forte di tutte le rivoluzioni. Più forte di Napster, degli mp3, degli streaming, della morte del cd, della resurrezione del vinile, della morte dell’mp3, della fine dell’hi-fi, dell’era delle playlist, della scomparsa dell’album, della sua rinascita, del ritorno di tutto, anche delle audiocassette, dei visual album, delle uscite a sorpresa, delle autodistribuzioni, della crisi delle major. In mezzo a tutto questo la musica c’è sempre stata, bella e brutta. Quando tutto questo sarà dimenticato, quando l’industria musicale sarà un lontano ricordo, la musica esisterà ancora in qualche forma, fosse anche solo orale.
La copertina dell'album "Blonde" L'album. È per questo che dispiace che il chiacchiericcio intorno alla musica continui a metterla in ombra per un motivo o per un altro. E tutto il peso dei discorsi sulle strategie, il marketing, le esclusive, l’attesa - che anche un rivoluzionario in questo campo come Thom Yorke dei Radiohead ha iniziato a odiare: “Sono troppo vecchio. Pubblicate gli album e basta, altrimenti diventa frustrante e si finisce per togliere qualcosa alla musica”, ha detto recentemente – tutto questo finisce per gravare su un album indifeso come Blonde di Frank Ocean, uscito a sorpresa dopo quattro anni di attesa, preceduto altrettanto a sorpresa da un “visual album” fruibile solo come file video, Endless. Eppure allo stesso tempo quello che gira intorno a Frank Ocean è importante per l’album di Frank Ocean. Perché se non sapete chi è Frank Ocean è difficile che possa poi interessarvi Frank Ocean. Perché l’artista 28enne di New Orleans, al secondo album dopo l’exploit del defilato ma ambizioso Channel Orange, è l'estremizzazione dello storytelling in musica, la pretesa di raccontare qualcosa del mondo parlando di se stessi. Blonde è l'ombelico (come quello proverbiale di certo cinema italiano, tutto rigirato su stesso) in musica. Paradossalmente Ocean è esponente di spicco della generazione di artisti che vive la fama e le attenzioni continue sui social network dando accesso alla propria vita, ma è uno strenuo difensore della proprio privacy, anche dopo un coming out per niente urlato, e sui social network non è presente. Eppure ne conosce bene l'importanza, se nell'album inserisce il racconto parlato di un amore all’alba della creazione di Zuckerberg: Facebook Story (con la voce del dj francese Sebastian) è uno dei tanti intermezzi che accompagnano e rallentano questo sketchbook che è Blonde, dove le canzoni vanno cercate con calma, le melodie rischiano di perdersi nell’abbondanza di cose immerse in un dilatatissimo panorama di ricordi e voci, amici e citazioni. Del groove della musica nera non è rimasto niente. Del soul c’è tutto ma il linguaggio è enormemente cambiato, così cambiato che Frank Ocean è oggi considerato uno dei paladini del punto di arrivo di quel cambiamento, da studiare e analizzare in ogni dettaglio. E in quanto faro del nuovo non sono molti i Fantozzi che osino alzarsi in piedi a urlare che sì, Blonde in fondo è noiosetto. Una volta decifrati tutti i riferimenti alla biografia del suo autore (a sconsigliare le droghe in un messaggio registrato utilizzato per un altro intermezzo, Be yourself, è la mamma di un suo amico?), epurato dagli intermezzi, dribblate le strofe, scovate le citazioni (Beatles, Bacharach, Elliott Smith), messi in fila gli ospiti (da Beyoncé a Jonny Greenwood dei Radiohead fino a Kendrick Lamar), rimane un’evanescenza che può sembrare arrendevolezza. Estetica dell’evaporazione, una cosa del genere. Perfettamente espressa, il fascino è indiscutibile, ma la scelta di riferirsi alle vite dei ragazzi neri uccisi dalla polizia – “RIP Trayvon, that nigga look just like me” canta in Nikes – quasi en passant invece di alzare la voce come avrebbero fatto i Public Enemy, Marvin Gaye o anche la stessa Beyoncé può sembrare troppo defilata se il mondo musicale è ai tuoi piedi. What’s going on, “che succede?”, si chiedeva Marvin Gaye davanti alla brutalità della polizia. Con Ocean sembra che tutto succeda nella testa del suo autore.
Il pop. Superate le diffidenze e le difficoltà però Blonde sfodera molte armi. Bellissima Ivy, voce e chitarra, che sembra opera di Jeff Buckley. Pink + White, scritta con Pharrell, è la canzone più “normale”, con un arrangiamento professionale e un ritornello, sembra Kanye West quando faceva il pop. Non a caso dietro c’è Pharrell Williams. Meglio ancora Solo, gospel laico su pregi e difetti della solitudine (“sono rimasto in piedi finché non è morta la batteria del telefono, fumando molto e rollando da solo”), tutto intonato su una base scarna di tastiera. Nights elude tutte le regole del pop e a metà brano cambia arrangiamento. Ma il pop qui c’entra in modo molto marginale. Come Kanye West, oggi Frank Ocean è popolare, indipendentemente dalla popolarità della sua musica. Se sono i singoli a fare la storia del pop, gli album vogliono fare la storia dell’arte. E nonostante tutto qui l’ambizione non è da meno.