Meno male che c'è il soul secondo Michael Kiwanuka
Carmine Saviano
Il musicista inglese ha pubblicato il suo secondo disco, "Love & Hate"
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Michael Kiwanuka - Love & Hate, Polydor
Serve solo la prima canzone, la lunga introduzione strumentale di Cold little heart, dieci minuti sospesi tra Isaac Hayes, Marvin Gaye e i Pink Floyd di Shine on you crazy diamond (sì, quelli...) per mettere in chiaro che Michael Kiwanuka non è l'ennesimo, noioso e ossigenato replicante soul-rock in cerca di gloria. Serve solo farsi accompagnare da questa lunga evocazione del proprio "piccolo, freddo, cuore sanguinante" per respirare nella consapevolezza che in Love & Hate, secondo album di Kiwanuka, non si indugia nell'auto-compiacimento, in stilemi e formule, non si scimmiotta alcunché. Perché qui si muove su quella frontiera musicale con umiltà e allo stesso tempo con la voglia di esplorarla nuovamente, strappandole via quella patina da museo che la avvolge.
Riconnettere il soul alla vita. Utilizzandone non solo l'aspetto soggettivo: il canto come processo attraverso il quale le proprie ferite vengono osservate, sezionate, messe in scena, curate. Ma riscoprendone il valore in quanto luogo di creazione di comunità. Black man in a white world, seconda traccia, è una canzone che aderisce al nostro presente fatto di emarginazione e discriminazione razziale, che ri-mette in note quel disorientamento e quell'estraniamento che rappresentano le chiavi interpretative più efficaci per leggere la condizione umana. Nessun timore insomma nel prendere la musica come modalità di comprensione del proprio tempo, nessun timore nel saltare fuori dallo specchio distorto dell'intrattenimento fine a se stesso.
Figlio di rifugiati, chitarrista eccelso, oggetto del desiderio dei re dello showbiz, da Kanye West in giù, Kiwanuka incanta con l'ispirazione straziante della sua Falling con la preghiera pure-black di One more night. E mette al centro del disco una Love & hate che - si perdoni l'affronto a sua santità Marvin Gaye - non è solo vestita-come ma che arriva direttamente da quella zona dell'anima da cui proviene Inner city blues: "Sono qui, chiedendo ai miei demoni di essere rilasciato", "sono qui, non potete prendere ciò che il Signore mi ha donato". E quando le parole si interrompono, al minuto 4:58, un assolo di chitarra che si dipana mentre intorno archi e cori in call and response aumentano la dinamica della canzone, ci indica quel luogo tanto astrale quanto terreno da cui si origina il canto, quello autentico.