1991, Nirvana, Rem & co: l'anno in cui il rock spazzò via il mainstream
Andrea Silenzi, ANDREA SILENZI
Venticinque anni fa il successo delle band di Kurt Cobain e Michael Stipe, unito a quello di Metallica, Red Hot Chili Peppers e tanti altri, sembrò aprire le porte a una rivoluzione culturale. Che però durò poco
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Quando Nevermind dei Nirvana, pochi mesi dopo la sua pubblicazione, conquistò il numero 1 della classifica americana, furono in molti a pensare che la tanto attesa rivoluzione culturale fosse ormai compiuta: l’alternative aveva spazzato via il mainstream. Da questo punto di vista, il 1991 poteva essere l’anno zero del nuovo ordine. C’era il grunge, il fenomeno che poteva contare su una formidabile spinta mediatica e su almeno due dischi (il già citato Nevermind e Ten dei Pearl Jam) dal formidabile impatto emotivo e commerciale. Cobain e Vedder erano gli eroi di una generazione di svalvolati abituati a succhiare lattine vuote sul bordo dei marciapidi e a vivere nella più totale distanza da tutto e tutti. Un po’ hippy, un po’ punk, molto alienati. Accanto a loro c’erano Soundgarden (Badmotorfinger), Mudhoney (Every good boy deserves fudge) e una pletora di band figlie del boom di Seattle.
Quando Nevermind dei Nirvana, pochi mesi dopo la sua pubblicazione, conquistò il numero 1 della classifica americana, furono in molti a pensare che la tanto attesa rivoluzione culturale fosse ormai compiuta: l’alternative aveva spazzato via il mainstream. Da questo punto di vista, il 1991 poteva essere l’anno zero del nuovo ordine. C’era il grunge, il fenomeno che poteva contare su una formidabile spinta mediatica e su almeno due dischi (il già citato Nevermind e Ten dei Pearl Jam) dal formidabile impatto emotivo e commerciale. Cobain e Vedder erano gli eroi di una generazione di svalvolati abituati a succhiare lattine vuote sul bordo dei marciapidi e a vivere nella più totale distanza da tutto e tutti. Un po’ hippy, un po’ punk, molto alienati. Accanto a loro c’erano Soundgarden (Badmotorfinger), Mudhoney (Every good boy deserves fudge) e una pletora di band figlie del boom di Seattle.
Ma quello era anche l’anno di Metallica, un disco da milioni di copie che ridefinì la grammatica del metal trasformando brani pesanti e decisamente poco commerciali come Enter sandman in successi da stadio. Era l’anno di Blood sex sugar magic dei Red Hot Chili Peppers, il trionfo del crossover in chiave alternative: un chiassoso incrocio dove si davano appuntamento Bob Marley, i Black Sabbath, George Clinton e Bart Simpson. Ed era l’anno di Out of time dei Rem, inarrivabile sintesi di immediatezza pop e coscienza indie: l’imprevedibile e dilagante successo di Losing my religion (“Una canzone di 5 minuti senza un vero ritornello, nel quale lo strumento principale è il mandolino. Solo immaginare che un pezzo costruito in questo modo avrebbe da lì in poi rappresentato i Rem mi sembrava veramente ridicolo”, confessò qualche anno dopo Michael Stipe) era il più tangibile segno dei tempi.
Tutto il mondo della musica sembrava in movimento, e la direzione sembrava ostinata e contraria alle tradizionali leggi del ‘mercato’. Gli U2 pubblicavano Achtung baby, grandioso affresco sull’ultimo scorcio di millennio dipinto con i colori della nuova tecnologia; in Gran Bretagna trionfavano Screamadelica dei Primal Scream, Blue lines dei Massive Attack e Loveless dei My Bloody Valentine, le nuove frontiere del crossover, della psichedelia e del rumoroso shoegazing. Chi accendeva Mtv, poteva imbattersi più facilmente in Cobain che in Madonna o Michael Jackson. Davvero la musica era andata laggiù, nella dark side dell’industria discografica?
Kurt Cobain: Montage of Heck - Il trailer
Per un po’ forse sì. Dopo il boom di Nevermind, le major iniziarono a cercare compulsivamente i ‘nuovi Nirvana’, sparando fuori nomi a raffica destinati a bruciarsi in pochi mesi. Lo scouting divenne spietato, la palestra delle piccole etichette come la Sub Pop di Seattle cancellata dalla fretta di trovare la nuova 'big thing'. Sugli scaffali dei negozi (si vendevano ancora i dischi, e se ne vendevano milioni) iniziarono ad apparire imitatori inattendibili, mentre tutti i grandi nomi della scena alternative firmavano contratti milionari con le grandi etichette e solo in pochi riuscirono a mantenere indipendenza creativa e credibilità. Il cortocircuito che sembrava aprire le porte a un’epoca di libertà intellettuale divenne in realtà la tomba di quell’utopia. L’indie tornò ad arroccarsi, il rock da classifica progressivamente scomparve, seppellito dall’hip hop, dall’elettronica da ballo e da un pop sempre più plastico. Nessuna canzone seppe più fotografare un’intera generazione come Smells like teen spirit.