Nicolò Carnesi, elogio del tedio secondo un giovane cantautore
Luigi Bolognini
"Bellissima noia" è il terzo album dell'artista siciliano, tra citazioni di David Foster Wallace e un'intima rassegnazione
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Nicolò Carnesi, Bellissima noia (Malintenti)
Moravia. Chissà se qualcuno si ricorda ancora di Alberto Moravia, morto nel 1990. Di sicuro se lo ricorda uno che allora aveva anni 3, Nicolò Carnesi, che certamente ha letto uno dei libri più noti del romanziere, La noia. E da questa lettura non viene solo il titolo del terzo disco del cantautore palermitano, Bellissima noia, ma anche il suo contenuto. Scriveva Moravia: «Per me la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti essa rassomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà». Ed è esattamente questo concetto a muovere Carnesi, anche se lui in tutto il disco cita – forse per rimarcare la generazione a cui appartiene o forse semplicemente perché fa cool – David Foster Wallace: Lo scherzo infinito è un omaggio a Infinite Jest. Un libro, chi ha osato tentare di leggerlo, lo ricorderà, lungo mille pagine. Questo disco lo ricorda un po’ anche in questo: M.I.A. è lungo 9 minuti e 47, che per un singolo è una lunghezza ancor più spropositata, una suite riflessiva e malinconica.
La copertina dell'album "Bellissima noia" Solitudine. Perché lo strano di Carnesi è che mescola la contemporaneità che è connaturata a un neppur 30enne alla solitudine anche social, dato che usa – probabilmente controvoglia – Facebook e dintorni solo ed esclusivamente per promozione. Basti dire che ha mollato Milano per tornare nel suo paesino siculo e annoiarsi fino al punto di dover creare, di avere la scrittura e la composizione come unici mezzi di sopravvivenza. Il risultato è questo album variatissimo nelle sonorità, dall’elettronica al soffuso intimismo, con un occhio sulla realtà un po’ di sguincio, obliquo, ma anche di nascosto. Verrebbe da dire come una mosca, che osserva il mondo ma senza prenderne parte davvero. Con anche un filino di disgusto, sotto sotto, che è quasi sempre trattenuto, a parte qualche tuffettino nel qualunquismo (il «Non capisco la differenza tra un politico e un cretino» in cui prorompe in Lo spazio vuoto poteva lasciarlo a certe trasmissioni di Retequattro, ma vabbeh). Ed è proprio questo trattenersi che fa la differenza: nel senso che è facile, magari anche giusto, dire che la società contemporanea fa schifo, ma dirlo più per allusione che per invettiva, e con eleganza, è quello che fa la differenza.
Morbidezza. Eleganza è forse la sintesi più esatta del tutto. Sia quando il pezzo è improntato all’ottimismo, sia quando prevale la rassegnazione, c’è sempre della morbidezza, come se in fondo il concetto forse “d’altra parte è così”, la tipica frase che chiude qualunque discorso nel bene e nel male. Forse qualche salvezza c’è, ma è del tutto intima, personale e fugace («quante volte da bambino son caduto inseguendo un'idea, che forse il senso, il senso dell'eterno si nasconde in quei piccoli frammenti di felicità», canta in Fotografia). E tutto il resto? È noia.