Manuel Agnelli, un rocker a X Factor: "Ma quali scelte snob, mi piace prendermi dei rischi"
Ernesto Assante
Il frontman degli Afterhours traccia un bilancio (provvisorio) dell'esperienza da giudice di X Factor. Il rapporto con i 'colleghi', con le dinamiche della tv, con il pubblico. E le conseguenze che non t'aspetti: "Adesso in strada mi riconoscono anche i bambini..."
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MANUEL AGNELLI era il principe del rock indipendente italiano. Anzi, lo è ancora, con i suoi Afterhours, con le canzoni di una band che ha saputo, dagli anni Novanta a oggi, attraversare la cultura musicale del nostro paese e segnarla con canzoni assolutamente originali, con un rock che è sempre stato tagliente quanto sentimentale, creativo e vero. Basta ascoltare il loro ultimo lavoro, Folfiri e Folfox, uno dei migliori album italiani di quest’anno. Oggi, dopo essere approdato alla televisione, Manuel Agnelli è anche “Il vampiro di X Factor”, come amabilmente qualche bambino lo chiama.
Manuel Agnelli, il giudice 'contro' di X Factor
Manuel Agnelli, icona del rock alternativo italiano e leader degli Afterhours, è uno dei grandi protagonisti dell'edizione 2016 del talent X Factor. Nella sua prima esperienza nelle vesti di giudice, Agnelli ha dispensato lacrime, giudizi severi e accesi battibecchi con i suoi colleghi, mettendo in luce una profonda conoscenza musicale e una insospettabile verve televisiva
Era una scommessa difficile, sulla carta, quella di Agnelli sulla sedia da giudice del talent show di Sky: uscire dall’alveo a suo modo protettivo del rock indipendente, quello nel quale, senza sporcarsi le mani, si può vivere al riparo dal mercato mainstream e affrontare il grande pubblico della tv. Difficile perché i “duri e puri” dell’indie rock avrebbero immediatamente gridato al “tradimento”, sicuramente le vestali dell’indipendenza avrebbero marchiato il cantante degli Afterhours come un “venduto”, uno che pur di farsi vedere, avere fama, magari addirittura (oddio!) guadagnare dei soldi, ha venduto l’anima al diavolo televisivo, anzi al peggiore dei diavoli televisivi, quello del talent show. A chi protestava ha risposto subito, mesi fa: “L’idea della riserva indiana non produce un cazzo. Bisogna contaminarsi. A chi mi critica dico: levatevi dalle palle”. Più chiaro di così non si può.
Ma il vero chiasso non lo hanno fatto gli indie rockers intransigenti, quanto il pubblico che, non sapendo chi fosse Manuel Agnelli, ha cominciato a vederlo, scoprirlo e - accidenti - apprezzarlo dopo le prime puntate dello show. Per arrivare addirittura ad amarlo dopo i primi live. Per la sua onestà, la sua intransigenza, la sua chiarezza, il suo amore per la musica. Che condivide volentieri con Arisa e Alvaro Soler, ma soprattutto con il compagno di giochi più inatteso, Fedez, che il passaggio da “duro e puro” a “venduto” per gli integralisti del rap lo aveva già fatto da tempo. Sorpreso del successo con il pubblico mainstream? Non tanto, a giudicare dal suo aplomb tutto questo “rumore” attorno a lui se lo aspettava, faceva parte del gioco, era parte del “piano”. Agnelli sembra più divertito che sorpreso, dopo le prime puntate live di X Factor: “Per quello che è stato fino ad ora la considero un’esperienza positiva”, dice lui, “per me è tutto nuovo, è un mondo che obiettivamente non conoscevo”.
E dopo averlo conosciuto?
“Come in ogni ambiente ci sono cose positive e belle, cose negative e cose in mezzo. Io non avevo preconcetti quando ho iniziato quest’avventura, non pensavo di entrare nella 'tana del lupo' e non mi sono fatto una cattiva idea dell’insieme. Trovo che sia un’esperienza notevole, con momenti belli e momenti difficili”.
Sì, ma che effetto fa entrare nel tritatutto della televisione?
“Il tritatutto è la vita".
Fare il “giudice” comporta una quota di cattiveria…
“No, comporta una quota di onestà. Io dico quello che penso davvero, non potrei fare altrimenti, non avrebbe senso. Mi dispiace se qualcuno ci resta male o viene eliminato, ma chi partecipa a X Factor sa che questo può accadere”.
La condizione della popolarità è però per lei completamente nuova.
“Quello sì, mi riconoscono per strada anche i bambini, è una cosa assai curiosa. Ma era quello che pensavo servisse agli Afterhours, raggiungere un pubblico più ampio. Se anche solo un decimo del pubblico che segue il programma entrasse nel nostro universo musicale sarebbe un successo notevole”.
È ovvio che col passare delle settimane le cose cambiano...
“Con il passare delle settimane cambia tutto. All’inizio c’è l’entusiasmo per la novità, c’è energia, i problemi e le cose più lontane da te sono divertenti. Quando ti abitui non è lo stesso, sicuramente alcune cose sono pesanti. E i ritmi sono incredibili: devi scegliere i brani, arrangiarli, portare a un certo livello le performance in quattro giorni, e nel frattempo ci sono una marea di interviste, registrazioni, riunioni. È molto stimolante ma ha un ritmo infernale, capisco che chi lo fa per tre o quattro anni alla fine è prosciugato”.
Tutt’altro che un “semplice spettacolo televisivo”.
“Altro che, è impegnativo. E secondo me devi essere caratterialmente portato per farlo, non riesci a imparare tutto quello che serve per farlo bene in un tempo così breve se non sei portato, è troppo. A livello creativo c’è uno sforzo pazzesco, se sei senza esperienza soccombi, la concentrazione la devi tenere ad altissimi livelli 24 ore su 24. La verità è che la tv vuole sempre raccontare delle storie e alla fine hai comunque sempre le telecamere accese accanto e tutto quello che dici potrebbe essere usato contro di te, non scegli tu cosa mandare in onda. Quindi questa condizione è stimolante, perché ti costringe a dare il meglio sempre, ma è dura farlo così tanto per cosi a lungo. Soprattutto per il live”. Manuel Agnelli in concerto con gli Afterhours a Firenze, nel 2015 Nei live viene fuori esattamente quello che lei è? O c’è una parte di “personaggio”?
“Io non sono un attore, non sono in grado di recitare, sono me stesso e quindi ho un ruolo. Si vede che agli autori serviva uno come me, hanno individuato un personaggio che gli serviva. È vero che in certi momenti devi un po’ recitare ma questo fa parte del mestiere, non è che quando salgo sul palco con gli Afterhours faccio solo come mi pare. Ma il 90 per cento è reale, io non ho un autore, se mi serve un testo me lo scrivo da solo o, come accade sempre, rispondo spontaneamente. Chi mi conosce mi riconosce, io sono così”.
Alla fine X Factor non è comunque solo uno show, la musica c’è davvero.
“La musica c’è, e c’è l’esperienza formativa, sia per i ragazzi che per me. Io devo imparare a trasmettere quello che mi interessa a un pubblico che non mi conosce e io non conosco. Il modo di trasmettere al mio pubblico lo conosco e più o meno funziona, è il mio linguaggio, mentre con il pubblico della tv cambiano le regole. Ma voglio comunque riuscire a incuriosire il pubblico e per questo mi prendo dei rischi. Per le mie scelte vengo criticato, passo per snob, ma se vado lì a fare quello che hanno fatto gli altri che ci sono andato a fare? Si, a X Factor la musica è ancora al centro, intorno c’è un sacco di roba, ma c’è lo spazio per un discorso musicale e si può anche ampliare”.
Anche con il pubblico che vota “contro” Silva Fortes? Giovedì scorso era arrabbiato con quelli che l'hanno mandata al al ballottaggio o con i giudici che l’hanno eliminata?
“Sinceramente non ero arrabbiato con il pubblico, vota chi vuole, è giusto così. Se mi arrabbiassi perché il pubblico non mi capisce sarei un idiota, la colpa è la mia che non ho trasmesso le cose giuste o che ho fatto scelte sbagliate. Ma prima del voto del pubblico c’è il condizionamento dei giudici che esprimono un'opinione che condiziona il pubblico. E io credo che giovedì, rispetto a quello che ho fatto fare a Silva, l’opinione dei giudici sia stata superficiale. Silva ha cantato un pezzo meraviglioso di Bowie nella versione in portoghese di Seu Jorge. Bowie stesso aveva detto che la versione di Seu Jorge aveva portato Life on Mars a nuovi livelli di bellezza. Quindi non poteva non essere cantata in portoghese, non avrebbe avuto senso. La versione di Silva Fortes, che ha origini capoverdiane, in portoghese era artificiosa, radical chic. Ma è la sua lingua, e viene criticata in un palco dove gli italiani cantano in inglese! Le critiche sono state molto strumentali, non mi è piaciuto che la musica sia tornata in secondo piano e si è pensato alla competizione. È vero che ogni tanto la mano scappa pensando alla gara, ci tengo anche io, ma ci sono dei confini e giovedì sono stati superati. Mi dispiace, ma se ci sono critiche non dico che dovrebbero essere costruttive ma almeno sensate”.
Se mi permette una battuta: un “indie-rocker” come lei ha dovuto fare un ampio ripasso della musica pop per tenere il passo con la trasmissione?
“Sì, certo. In realtà ascolto musica a 360 gradi, sintetizzo quello che ascolto nel mio progetto musicale, il rock resta il mondo che preferisco ma ascolto di tutto, da Ibey agli hit che vanno in classifica, agli Alabama Shakes. Lo ammetto, ci sono cose che non conosco e arrivano soprattutto da Fedez, che ha una cultura musicale complementare alla mia. Solo che io credo di essere meno chiuso e più curioso degli altri, che pensano che se loro non conoscono qualcosa vuol dire che non è importante o non è significativa. Credo che il problema non sia solo di conoscenza musicale, ma generazionale, di atteggiamento verso la musica”.
La tensione con Fedez è soprattutto sulle scelte artistiche, come nel caso di Rochelle.
“Lui sta facendo un percorso sensato con Rochelle, Fedez è intelligente, è un bravissimo produttore, con Rochelle sta mettendo a punto un personaggio che gli servirà dopo, fuori da X Factor. Sta facendo promozione facendola conoscere, precisandone il carattere, cosa che serve per entrare sul mercato. Io sto facendo un percorso differente: provo a mettere i ragazzi a confronto con cose diverse per arrivare a sintetizzare il loro meglio negli inediti, cucirgli addosso una cosa che gli vada bene. Se Fedez l’ha già individuata con Rochelle va bene per lui, per il programma è un po’ una palla, ma va bene così”.
E Tommassini? Non pensa che tutto lo show che costruisce attorno ai concorrenti sia alle volte un po’ eccessivo, inutile?
“Io Tommassini lo difendo a spada tratta. Dobbiamo fare otto puntate e ogni volta è come se per tutti i cantanti uscissero dei singoli nuovi. Le coreografie e i costumi servono a dare un carattere diverso allo spettacolo televisivo sennò sai che rottura di palle, vedere la stessa faccia allo stesso modo non sarebbe particolarmente avvincente. E poi serve a esplorare le possibilità di performer di ogni artista sul palco. Magari sono bravi a cantare e scrivere ma non sanno stare in scena e quella di X Factor è una grande scuola, una full immersion in tempi brevissimi. Eva, ad esempio, era molto chiusa e statica, per alcune cose andava già bene per altre era limitata. Tommassini la spinge a muoversi ed è cresciuta tanto. Bisogna considerare che quando escono da X Factor sono già lanciati sui palchi e in tv e non hanno fatto alcuna gavetta. Così, dopo questa esperienza, non sei più impreparato, sul palco ci sai stare, non sei più imbarazzato, sei te stesso e basta. Io ci ho messo dieci anni a capire com’ero sul palco...”.