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50 anni di Jeff Buckley, l'angelo caduto in volo

Il 17 novembre il cantautore di Anaheim, California, morto in circostanze mai chiarite il 29 maggio 1997, avrebbe compiuto mezzo secolo. Ecco cosa ci ha lasciato, oltre quell'unico disco-capolavoro intitolato 'Grace'

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Magari per Jeff Buckley questo 17 novembre sarebbe stato solo un giorno come un altro. Nessuna voglia di fare granché per il suo cinquantesimo compleanno. Anzi: pensare solo al concerto della sera. Forse in un piccolo club di New York. Voci in sottofondo e tintinnio di bicchieri. Il palco, le luci basse, il microfono, la sua chitarra. Pochi accordi, qualche applauso e poi il canto.

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Quel canto: capace di colmare le assenze, capace di sublimare il tempo svuotandolo dal superfluo. E magari avrebbe iniziato con la sua versione di Hallelujah giusto per stabilire che Leonard Cohen aveva a che fare più con la trascendenza che con il rock&roll. Oppure avrebbe iniziato con Just Like a Woman di Bob Dylan, giusto per far piazza pulita di chi ancora arranca nel falso problema della portata letteraria di una canzone. Oppure con la sua Grace, giusto per ricordare all’America la posta in gioco nel presente capovolto del trumpismo che esclude, alza muri, stabilisce retrograde gerarchie di valori.

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Magari. E invece no, tocca mettersi a sedere, fare una playlist e maledire ancora e ancora quel 29 maggio del 1997, quell’affluente del Mississippi che fece venire a Buckley la voglia di fare un bagno, quel battello che passando poco distante generò un gorgo ingestibile anche per il più esperto dei nuotatori. 29 maggio 1997: uno dei giorni più raccontati della storia del rock. E dopo le imprecazioni passare ai libri, ai vecchi articoli, alle nuove ricostruzioni, cercando di credere per un momento che esista una spiegazione razionale all’assurdo. E alla fine, non trovandola, restarsene seduti ascoltando You and I, il disco postumo pubblicato all’inizio di quest’anno: dieci canzoni, molte cover, solo voce, chitarra e Spirito Santo. Oppure quella piccola meraviglia del Live at Sin-é: i primi anni novanta, il giovane Buckley che entra in un piccolo club di New York e inizia in punta di piedi la sua carriera. Oppure il suo unico album registrato in studio, Grace, anno del Signore 1994. Ma con il Classico la scansione ordinaria del tempo lascia il tempo che trova. Classico: è forse per questo che Jeff Buckley manca così tanto alla musica contemporanea, a quella che viene prodotta e registrata in questi giorni del 2016. Perché i cicli continui di quel perenne revival di generi musicali sorteggiati a caso cui siamo sottoposti è la cosa più lontana dal Classico che si possa immaginare. Perché quella retromania musicale che ci rende tutti accumulatori compulsivi del rock tende a farci considerare le forme musicali del passato come qualcosa di definito, immutabile, stabilito una volta per tutte. Senza vita. Ecco: nel rock Jeff Buckley è stato forse l’ultimo a restare nel vertiginoso equilibrio tra forma e vita, assolutamente riconoscibile, trasparente e assimilabile e allo stesso tempo capace con la sua voce di meravigliare, stupire, ipnotizzare accordo dopo accordo, strofa dopo strofa, ritornello dopo ritornello. Classico, in perfetta sospensione tra storia e vita, tra apollineo e dionisiaco si direbbe. Insomma, una delle ultime volte in cui il rock è stato Arte allo stato puro.