Questa sera su Rai Radio2, in diretta e dal vivo per Radio2 Live, c’è un evento da non perdere, il concerto di Calcutta. Una serata esclusiva, dalla Sala B di Via Asiago in Roma, alle 21, condotta da Carolina Di Domenico e Pier Ferrantini, per festeggiare l’anno di ascesa del compositore di Latina, diventato punto di riferimento del nuovo cantautorato italiano.
La serata sarà anche l’occasione per celebrare le 100 date raggiunte dal cantautore e per salutare il pubblico che l’ha accompagnato in questa ascesa, a partire da Oroscopo, disco d’oro e tra i brani più trasmessi dell’estate 2016, fino ad arrivare a canzoni come Cosa mi manchi a fare, Frosinone, Gaetano che registrano ormai milioni di visualizzazioni sul web.
Con questo esclusivo concerto, Radio2 conferma la sua attenzione a tutto il panorama musicale europeo più interessante e contemporaneo, e prosegue un percorso dedicato ai live, che ha già attraversato, tra gli altri, concerti come Verdena, I Cani e La festa della musica, con TheGiornalisti, Clementino, Malika Ayane e molti altri.
Per Calcutta l’esperienza live sta diventando sempre più importante. E importante è anche offrire uno show completo: “Preparando questi concerti”, dice Calcutta, “uno a Marghera al Rivolta, uno al Teatro della Concordia a Torino, una all’Alcatraz a Milano, uno a Napoli alla Casa della Musica e due all’Atlantico a Roma, stiamo cercando di offrire uno spettacolo che meriti la spesa che la gente fa per il biglietto. Io ho all’attivo un album e mezzo, non sono tante canzoni per un concerto di almeno un’ora e mezza, quindi sto preparando altro materiale, canzoni più vecchie, qualche sorpresa. Anche quando vai al ristorante non vuoi alzarti che hai ancora fame. Americani e inglesi non si pongono questo problema, fanno anche solo 50 minuti di concerto e vanno via, ma da noi non è così. Ovvio, non è che paghi un concerto a minuto, ma dato che nei mesi passati qualcuno si è lamentato che i miei concerti erano troppo brevi ho pensato di porre rimedio, non voglio mandare nessuno a casa non contento. E questo ha fatto si che alcune canzoni prendessero un suono diverso, brani più acustici hanno avuto arrangiamenti ex novo, alcuni un po’ più rock ed energici, altri con altri stili, ma nulla di manieristico o inutile”.
Cosa metterebbe sul suo biglietto da visita? Cantautore?
“Sul biglietto da visita? Beh, nell’album c’è evidentemente una grossa componente di canzone d’autore, comunemente intesa, ma sento che mi sto spostando sempre di più da quel seminato, c’è maggiore attenzione alla musica. Certo, il testo è importante, fondamentale, stabilisce l’umore della canzone, ma sto, anche a casa quando lavoro da solo, a curare tantissimo l’aspetto musicale. Del resto i miei punti di riferimento non sono tanto i cantautori italiani, ma artisti stranieri, soprattutto musicalmente. Quindi no, non scriverei cantautore. Magari faccio come un mio amico, che si definisce poeta, e sa di esserlo da quando si sveglia la mattina... potrei scrivere 'appassionato', mi sembra una buona definizione".
Di certo la nuova canzone italiana, che lei in qualche modo rappresenta, ha anche un lato 'generazionale'; c’è una generazione nuova di autori e interpreti che sta conquistando la scena. Cosa vi unisce?
“Non saprei davvero. Con i miei amici stavamo facevano un elenco di cose che potrebbero essere 'generazionali', cose che viste dal futuro possano rimanere come simbolo della nostra epoca, abbiamo tirato fuori un po’ di gruppi e artisti, ma ho notato che io ascolto veramente poco di quello che gira intorno. A me piace la musica vecchia, i miei riferimenti musicali sono i Beatles, certamente, Brian Wilson, i Cure, ma anche Bright Eyes, queste sono le mie coordinate, sono queste le cose che che mi fanno venire voglia di fare delle canzoni, cose come quelle che scrive McCartney, che è intelligente, mai prolisso, il massimo della forma pop, certi suoi dischi sono praticamente dei Bignami dell’arte pop”.
Sicuramente le sue canzoni hanno il pregio della libertà, soprattutto nella scrittura dei testi.
“A livello testuale è una libertà che è derivata dal fatto che io non parlavo a nessuno, stavo per fatti miei. Quando parli tra te e te o a un tuo amico molto caro, hai un linguaggio che è tuo e libero. E così sono le mie canzoni”.
Si aspettava che avrebbero avuto il successo che hanno avuto?
“Non me lo aspettavo, anzi quando ho realizzato il disco mi sentivo in colpa per i soldi che i ragazzi dell’etichetta stavano spendendo. Invece alla fine hanno fatto qualche profitto. Adesso pensavo di trovare grandissima difficoltà ad avere la stessa leggerezza, la stessa confidenza nello scrivere cose nuove, invece il fatto che comunque sia andata bene, che abba avuto un riscontro positivo anche in generazioni diverse, mi ha aperto molto di più. Del resto anche Lennon è rimasto sempre 'confidenziale', anche quando ha raggiunto un clamoroso successo ha continuato a scrivere parlando a se stesso. Io mi sento ancora confidenziale, scrivo ancora in maniera libera perchè non presuppongo di avere un pubblico. Ma le preoccupazioni che avevo sono andate via, mi sento meglio e il tour, il confronto con tanta gente, mi fa sentire più forte e sicuro”.
La serata sarà anche l’occasione per celebrare le 100 date raggiunte dal cantautore e per salutare il pubblico che l’ha accompagnato in questa ascesa, a partire da Oroscopo, disco d’oro e tra i brani più trasmessi dell’estate 2016, fino ad arrivare a canzoni come Cosa mi manchi a fare, Frosinone, Gaetano che registrano ormai milioni di visualizzazioni sul web.
Con questo esclusivo concerto, Radio2 conferma la sua attenzione a tutto il panorama musicale europeo più interessante e contemporaneo, e prosegue un percorso dedicato ai live, che ha già attraversato, tra gli altri, concerti come Verdena, I Cani e La festa della musica, con TheGiornalisti, Clementino, Malika Ayane e molti altri.
Per Calcutta l’esperienza live sta diventando sempre più importante. E importante è anche offrire uno show completo: “Preparando questi concerti”, dice Calcutta, “uno a Marghera al Rivolta, uno al Teatro della Concordia a Torino, una all’Alcatraz a Milano, uno a Napoli alla Casa della Musica e due all’Atlantico a Roma, stiamo cercando di offrire uno spettacolo che meriti la spesa che la gente fa per il biglietto. Io ho all’attivo un album e mezzo, non sono tante canzoni per un concerto di almeno un’ora e mezza, quindi sto preparando altro materiale, canzoni più vecchie, qualche sorpresa. Anche quando vai al ristorante non vuoi alzarti che hai ancora fame. Americani e inglesi non si pongono questo problema, fanno anche solo 50 minuti di concerto e vanno via, ma da noi non è così. Ovvio, non è che paghi un concerto a minuto, ma dato che nei mesi passati qualcuno si è lamentato che i miei concerti erano troppo brevi ho pensato di porre rimedio, non voglio mandare nessuno a casa non contento. E questo ha fatto si che alcune canzoni prendessero un suono diverso, brani più acustici hanno avuto arrangiamenti ex novo, alcuni un po’ più rock ed energici, altri con altri stili, ma nulla di manieristico o inutile”.
Cosa metterebbe sul suo biglietto da visita? Cantautore?
“Sul biglietto da visita? Beh, nell’album c’è evidentemente una grossa componente di canzone d’autore, comunemente intesa, ma sento che mi sto spostando sempre di più da quel seminato, c’è maggiore attenzione alla musica. Certo, il testo è importante, fondamentale, stabilisce l’umore della canzone, ma sto, anche a casa quando lavoro da solo, a curare tantissimo l’aspetto musicale. Del resto i miei punti di riferimento non sono tanto i cantautori italiani, ma artisti stranieri, soprattutto musicalmente. Quindi no, non scriverei cantautore. Magari faccio come un mio amico, che si definisce poeta, e sa di esserlo da quando si sveglia la mattina... potrei scrivere 'appassionato', mi sembra una buona definizione".
Di certo la nuova canzone italiana, che lei in qualche modo rappresenta, ha anche un lato 'generazionale'; c’è una generazione nuova di autori e interpreti che sta conquistando la scena. Cosa vi unisce?
“Non saprei davvero. Con i miei amici stavamo facevano un elenco di cose che potrebbero essere 'generazionali', cose che viste dal futuro possano rimanere come simbolo della nostra epoca, abbiamo tirato fuori un po’ di gruppi e artisti, ma ho notato che io ascolto veramente poco di quello che gira intorno. A me piace la musica vecchia, i miei riferimenti musicali sono i Beatles, certamente, Brian Wilson, i Cure, ma anche Bright Eyes, queste sono le mie coordinate, sono queste le cose che che mi fanno venire voglia di fare delle canzoni, cose come quelle che scrive McCartney, che è intelligente, mai prolisso, il massimo della forma pop, certi suoi dischi sono praticamente dei Bignami dell’arte pop”.
Sicuramente le sue canzoni hanno il pregio della libertà, soprattutto nella scrittura dei testi.
“A livello testuale è una libertà che è derivata dal fatto che io non parlavo a nessuno, stavo per fatti miei. Quando parli tra te e te o a un tuo amico molto caro, hai un linguaggio che è tuo e libero. E così sono le mie canzoni”.
Si aspettava che avrebbero avuto il successo che hanno avuto?
“Non me lo aspettavo, anzi quando ho realizzato il disco mi sentivo in colpa per i soldi che i ragazzi dell’etichetta stavano spendendo. Invece alla fine hanno fatto qualche profitto. Adesso pensavo di trovare grandissima difficoltà ad avere la stessa leggerezza, la stessa confidenza nello scrivere cose nuove, invece il fatto che comunque sia andata bene, che abba avuto un riscontro positivo anche in generazioni diverse, mi ha aperto molto di più. Del resto anche Lennon è rimasto sempre 'confidenziale', anche quando ha raggiunto un clamoroso successo ha continuato a scrivere parlando a se stesso. Io mi sento ancora confidenziale, scrivo ancora in maniera libera perchè non presuppongo di avere un pubblico. Ma le preoccupazioni che avevo sono andate via, mi sento meglio e il tour, il confronto con tanta gente, mi fa sentire più forte e sicuro”.