Gli Eagles e i 40 anni di 'Hotel California', storie di fantasmi e utopie spezzate
Andrea Silenzi
Fu l'album simbolo della band guidata da Don Henley e Glenn Frey. Un successo mondiale da milioni di copie, una canzone metafora della decadenza di fine anni Settanta. Insolitamente lunga, snobbata dai discografici: ma anche quella volta ebbe ragione la band
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Famosissimi, viziosi, esagerati. Gli Eagles sono la fotografia del rock negli anni 70. La critica li snobbava per uno stile troppo ammiccante e eccessivamente morbido, ma in America collezionavano record e stadi pieni. La loro antologia Their greatest hits: 1971-1975, pubblicata quasi d'imperio dall'etichetta della band Elektra-Asylum nel febbraio del 1976 per riempire il buco creativo della band, ottenne risultati impensabili per una semplice antologia senza inediti: a oggi, le copie vendute sono 32 milioni negli Usa e 42 in tutto il mondo.
Ma erano gli anni Settanta, musicisti fuori controllo e anarchia creativa. E quando arrivarono Hotel California, prima l'album e poi l'omonimo singolo, la giostra degli Eagles subì l'ennesima accelerazione. Il disco, uscito l'8 dicembre 1976, ebbe una gestazione molto complessa. Nonostante l'ingresso nel gruppo del chitarrista Joe Walsh il nuovo disco degli Eagles divenne la favola del mondo discografico, visti i continui rinvii e la totale vaghezza del progetto. "Non facciamo mai niente nel modo più facile", commentò Glenn Frey, scomparso nel gennaio del 2016, "ma stavolta abbiamo davvero esagerato".
L''Hotel California' degli Eagles, una leggenda lunga quarant'anni
A dispetto delle premesse, Hotel California fu un trionfo. Il 15 gennaio 1977 l'album era già in testa alle classifiche americane, accompagnato da critiche imprevedibilmente positive. Il primo singolo, New kid in town, raggiunse il primo posto della classifica americana il 26 febbraio. Ma fu con la canzone Hotel California che la band entrò definitivamente nella leggenda. Arrivò al primo posto il 7 maggio 1977 e divenne disco d'oro in cinque giorni. Era la rappresentazione dell'autodistruzione e del dilagante edonismo della scena musicale di Los Angeles e di tutta la scena rock americana. "Il disco parla della fine degli anni Sessanta e della decadenza e dell'escapismo del quale siamo stati e siamo testimoni nei Settanta", spiegò Don Henley, "e rappresenta un tentativo di scuotere la gente dalla propria apatia". "La California è vista come un microcosmo in cui si riflette il resto del mondo", aggiunse Glenn Frey, "un esempio che è sotto gli occhi di tutti solo per il fatto di rappresentare l'ultima frontiera della cultura occidentale...".
L'Hotel California non è un luogo fisico, ma una metafora dell'America di quegli anni. E' un posto di lusso, una prigione dorata fatta di suite imperiali e limousine dove si entra ma non si può più uscire (You can check out any time you like but you can never leave). Un luogo di fantasmi, come i reduci dal sogno hippie di qualche anno prima, perso dentro le stesse ambizioni personali e gli stessi vizi visti fin lì come nemici da combattere. "E' la nostra interpretazione della bella vita a Los Angeles", spiegò Don Henley, "era una canzone sull'oscura vulnerabilità del sogno americano, qualcosa che conoscevamo bene".
Eagles, 40 anni fa il boom di 'Hotel California'
L'8 dicembre del 1976 veniva pubblicato l'album degli Eagles 'Hotel California'. Il disco e l'omonima canzone, pubblicata come singolo nel maggio del 1977, trascinarono definitivamente la band guidata da Don Henley e Glenn Frey nell'olimpo dei grandi del rock. Il singolo divenne disco d'oro in soli cinque giorni
Hotel California era il racconto della fine dell'utopia, annegata dentro eccessi e droga (come confessò la stessa band). Era il confronto tra la coscienza americana e il proprio passato recente: il viaggiatore che entra nell'hotel si lascia abbagliare dal lusso e dalla buona accoglienza, ma quando si rende conto di essere circondato dai fantasmi non sa più come uscirne. Una visione pessimistica e un po' disperata, che era però il riflesso di una generazione senza più punti di riferimento. "La gente sembra pensare che non si possa scrivere una canzone orecchiabile che sia una hit ma che abbia anche un significato", si sfogò Don Henley parlando del celebre duetto tra le chitarre di Don Felder e Joe Walsh che contribuì non poco al successo della canzone, "io invece penso che le nostre canzoni abbiano a che fare con la vita di tutti i giorni quanto quelle di Springsteen, se non di più".
Paradossalmente, i responsabili della Asylum non volevano pubblicare il brano come singolo perché spaventati dalla inconsueta durata (sei minuti e trentuno): erano convinti che le radio non lo avrebbero trasmesso. Cambiarono idea solo dopo le insistenze della band. Che ancora una volta ebbe ragione.