Ezio Bosso ha casa a Londra, a Bologna e a Torino. In quest'ordine. La casa di Bologna è la più bella, dice. Una loggia massonica nel cuore del centro storico, esistente già all'epoca in cui un giovane Mozart soggiornò in città; un lucernario la inonda di luce naturale, riverberando sulla superficie lucida del grande pianoforte Steinway.
Ezio Bosso è pianista, compositore e direttore d'orchestra; il Teatro Comunale di Bologna l'ha scelto come direttore ospite principale. Una manciata di minuti al festival di Sanremo è bastata a farne una star, come un flash accecante che oscura il già scritto, suonato e diretto nei trent'anni precedenti - oggi ne ha 45 - gli studi a Vienna, la direzione stabile dei London Strings, la musica composta per il cinema e il teatro, le incisioni. Sul pianoforte è posata una partitura di Bach e una di Chopin, sul tavolo Mendelssohn, Arvo Paert e l'immancabile Beethoven: gli autori che dirigerà ed eseguirà nel concerto del 22 dicembre al Teatro Comunale di Bologna a sostegno dei paesi colpiti dal terremoto in Centro Italia. Prepara un caffè con la moka, si sposta silenziosamente sulle sue ruote da uno spazio all'altro.
Quant'è cambiata la sua vita nel 2016?
"Sono cambiate molte cose, ma la mia vita cerco di non cambiarla. Sono aumentate le richieste di interviste, le date dei concerti, il peso di ciò che dico. Dopo di che guardo sempre il mappamondo, mi ricorda che sono piccolo. Continuo a svegliarmi alle 6,30, a fare i miei esercizi, a studiare".
Ha rivisto il video di quei minuti al festival di Sanremo, il 10 febbraio?
"Mi rifiuto di guardarmi. Già mi danno fastidio gli specchi. Mi imbarazzo".
Come sarà il suo 2017?
"Ridurrò i concerti: l'entusiasmo e la voglia di fare bisogna saperli dosare, non solo per il fisico anche per la musica, per suonare occorre studiare. E i miei ritmi non sono quelli di prima".
Quand'era "prima"?
"Fino a sei anni fa. Oggi sono un uomo con una disabilità evidente, ma non mi sento un disabile. Non sono malato, ma convivo con una malattia".
La sua musica...
"... diffido di chi dice la mia musica, la musica non è di nessuno e la prima peculiarità di chi scrive la musica è farla passare di mano. Diciamo così, ricordo una musica che non era stata scritta, e non mi chieda come, non lo so. La musica che scrivo nasce da questi spartiti, da Mendelssohn, Chopin, Ciajkovskij, e Beethoven... Non progetto nulla, non faccio schemi, mi metto lì con la matita, e va da sola. La musica è stata una scusa per studiare quel che non avevo voglia di studiare. Per dirigere l'Italiana di Mendelssohn, devi conoscere il suo tempo e la sua vita, il Grand Tour ottocentesco e perciò anche Goethe, la storia d'Italia. Devi sapere che se non ci fosse stato Mendelssohn, che si considerava figlio di Beethoven, non avresti riavuto Bach...".
Nel doppio cd appena uscito con la Sony, "And The Things That Remain", ha raccolto molti suoi brani per pianoforte solo, per archi e per orchestra, e poi un preludio di Bach, due di Chopin e uno di Debussy. Perché nessun altro autore contemporaneo oltre a lei?
"Ma li suono: aprirò il concerto di Bologna con Fratres di Arvo Paert e nell'album precedente, The 12th Room, ho inciso John Cage. La ragione è che scelgo i brani senza pregiudizio, nemmeno positivo, verso i contemporanei".
Un esperimento come Le Quattro Stagioni Recomposed di Max Richter ha raccolto milioni di preferenze su Spotify. Quand'è che una riscrittura è pop e quando musica colta?
"C'è sempre una cultura dentro la musica e la distinzione tra ciò che è popolare e ciò che è colto non ha senso. Tempo fa mi ha contattato Zucchero: ecco, io vedo la sua voce perfetta per Sì dolce è ' l tormento, l'aria di Monteverdi, con orchestrazione secentesca. Che importa se sia stata scritta per soprano o tenore, o contralto o contraltista. La voce è timbro".
È curioso che molti di questi esperimenti di riappropriazione dell'antico passino attraverso la cosiddetta musica da film.
"Perché è una grande palestra, tant'è che i più grandi compositori hanno usato il cinema per sperimentare. Ora c'è tutto nella musica da film".
Da pianista e compositore, quanto sente di avere in comune con Ludovico Einaudi, o Giovanni Allevi o Stefano Bollani?
"Sono bravissimi, ma io mi occupo di altro: per me è tutto connesso. Io mi occupo di divulgare ciò in cui credo e che amo. Se poi ciò che scrivo potrà essere un ulteriore mezzo, ben venga. Io sono un interprete, un direttore d'orchestra che scrive musica e all'occorrenza suona il pianoforte. Lo furono tutti in passato, anche Mendelssohn, lo è oggi Esa Pekka-Salonen. Solo in Italia non abbiamo le idee chiare".
Chi sono i grandi, oggi?
"Claudio Abbado resterà sempre con noi e continua a vivere nei progetti di Mozart 14, l'associazione guidata dalla figlia Alessandra, che crea musica con i detenuti, per i bambini, per la cura. Ogni volta ho i brividi. E continua ad essere la mia guida, il mio faro".
E tra i lutti rock del 2016, David Bowie, Prince e Leonard Cohen, chi le mancherà di più?
"David Bowie, perché si è spinto sempre al di là.
Ma Purple Rain è una delle più belle canzoni mai scritte. E Cohen, uno scrittore di musica i cui brani sono ancor più belli quando non è lui a cantarli. Come l'Hallelujah di Jeff Buckley".
Come evolverà la musica? Quanto sono condizionanti gli oggetti, materiali o immateriali, con i quali la si ascolta?
"La differenza la fa l'enorme potenzialità tecnologica. Anche il mio fratellone (indica lo Steinway, ndr) evolve, non è certo lo stesso strumento sul quale Beethoven ha composto la Sonata n. 14 Al chiaro di luna che peraltro era un clavicembalo. Ma la tecnologia se ti ingloba ti rende schiavo, devi imparare a servirtene. Tra i ragazzi che vengono da me, allo Studio aperto della Fondazione Barolo a Torino o a Venezia, alcuni sono tutti concentrati solo sullo strumento, altri scrivono al computer. Va bene, ma se aspetti di vedere cosa fa il computer anziché fargli fare quello che tu vuoi, allora ti privi della tua parte sognante".
A proposito di "parte sognante". È vero che il libro della sua vita è "Cristalli sognanti" di Theodore Sturgeon?
"Sì. I cristalli alieni creano forme perché sognano, un'invenzione straordinaria. Per me Sturgeon è il più grande narratore dell'America del Novecento".
Ezio Bosso è pianista, compositore e direttore d'orchestra; il Teatro Comunale di Bologna l'ha scelto come direttore ospite principale. Una manciata di minuti al festival di Sanremo è bastata a farne una star, come un flash accecante che oscura il già scritto, suonato e diretto nei trent'anni precedenti - oggi ne ha 45 - gli studi a Vienna, la direzione stabile dei London Strings, la musica composta per il cinema e il teatro, le incisioni. Sul pianoforte è posata una partitura di Bach e una di Chopin, sul tavolo Mendelssohn, Arvo Paert e l'immancabile Beethoven: gli autori che dirigerà ed eseguirà nel concerto del 22 dicembre al Teatro Comunale di Bologna a sostegno dei paesi colpiti dal terremoto in Centro Italia. Prepara un caffè con la moka, si sposta silenziosamente sulle sue ruote da uno spazio all'altro.
Quant'è cambiata la sua vita nel 2016?
"Sono cambiate molte cose, ma la mia vita cerco di non cambiarla. Sono aumentate le richieste di interviste, le date dei concerti, il peso di ciò che dico. Dopo di che guardo sempre il mappamondo, mi ricorda che sono piccolo. Continuo a svegliarmi alle 6,30, a fare i miei esercizi, a studiare".
Ha rivisto il video di quei minuti al festival di Sanremo, il 10 febbraio?
"Mi rifiuto di guardarmi. Già mi danno fastidio gli specchi. Mi imbarazzo".
Come sarà il suo 2017?
"Ridurrò i concerti: l'entusiasmo e la voglia di fare bisogna saperli dosare, non solo per il fisico anche per la musica, per suonare occorre studiare. E i miei ritmi non sono quelli di prima".
Quand'era "prima"?
"Fino a sei anni fa. Oggi sono un uomo con una disabilità evidente, ma non mi sento un disabile. Non sono malato, ma convivo con una malattia".
La sua musica...
"... diffido di chi dice la mia musica, la musica non è di nessuno e la prima peculiarità di chi scrive la musica è farla passare di mano. Diciamo così, ricordo una musica che non era stata scritta, e non mi chieda come, non lo so. La musica che scrivo nasce da questi spartiti, da Mendelssohn, Chopin, Ciajkovskij, e Beethoven... Non progetto nulla, non faccio schemi, mi metto lì con la matita, e va da sola. La musica è stata una scusa per studiare quel che non avevo voglia di studiare. Per dirigere l'Italiana di Mendelssohn, devi conoscere il suo tempo e la sua vita, il Grand Tour ottocentesco e perciò anche Goethe, la storia d'Italia. Devi sapere che se non ci fosse stato Mendelssohn, che si considerava figlio di Beethoven, non avresti riavuto Bach...".
Nel doppio cd appena uscito con la Sony, "And The Things That Remain", ha raccolto molti suoi brani per pianoforte solo, per archi e per orchestra, e poi un preludio di Bach, due di Chopin e uno di Debussy. Perché nessun altro autore contemporaneo oltre a lei?
"Ma li suono: aprirò il concerto di Bologna con Fratres di Arvo Paert e nell'album precedente, The 12th Room, ho inciso John Cage. La ragione è che scelgo i brani senza pregiudizio, nemmeno positivo, verso i contemporanei".
Un esperimento come Le Quattro Stagioni Recomposed di Max Richter ha raccolto milioni di preferenze su Spotify. Quand'è che una riscrittura è pop e quando musica colta?
"C'è sempre una cultura dentro la musica e la distinzione tra ciò che è popolare e ciò che è colto non ha senso. Tempo fa mi ha contattato Zucchero: ecco, io vedo la sua voce perfetta per Sì dolce è ' l tormento, l'aria di Monteverdi, con orchestrazione secentesca. Che importa se sia stata scritta per soprano o tenore, o contralto o contraltista. La voce è timbro".
È curioso che molti di questi esperimenti di riappropriazione dell'antico passino attraverso la cosiddetta musica da film.
"Perché è una grande palestra, tant'è che i più grandi compositori hanno usato il cinema per sperimentare. Ora c'è tutto nella musica da film".
Da pianista e compositore, quanto sente di avere in comune con Ludovico Einaudi, o Giovanni Allevi o Stefano Bollani?
"Sono bravissimi, ma io mi occupo di altro: per me è tutto connesso. Io mi occupo di divulgare ciò in cui credo e che amo. Se poi ciò che scrivo potrà essere un ulteriore mezzo, ben venga. Io sono un interprete, un direttore d'orchestra che scrive musica e all'occorrenza suona il pianoforte. Lo furono tutti in passato, anche Mendelssohn, lo è oggi Esa Pekka-Salonen. Solo in Italia non abbiamo le idee chiare".
Chi sono i grandi, oggi?
"Claudio Abbado resterà sempre con noi e continua a vivere nei progetti di Mozart 14, l'associazione guidata dalla figlia Alessandra, che crea musica con i detenuti, per i bambini, per la cura. Ogni volta ho i brividi. E continua ad essere la mia guida, il mio faro".
E tra i lutti rock del 2016, David Bowie, Prince e Leonard Cohen, chi le mancherà di più?
"David Bowie, perché si è spinto sempre al di là.
Ma Purple Rain è una delle più belle canzoni mai scritte. E Cohen, uno scrittore di musica i cui brani sono ancor più belli quando non è lui a cantarli. Come l'Hallelujah di Jeff Buckley".
Come evolverà la musica? Quanto sono condizionanti gli oggetti, materiali o immateriali, con i quali la si ascolta?
"La differenza la fa l'enorme potenzialità tecnologica. Anche il mio fratellone (indica lo Steinway, ndr) evolve, non è certo lo stesso strumento sul quale Beethoven ha composto la Sonata n. 14 Al chiaro di luna che peraltro era un clavicembalo. Ma la tecnologia se ti ingloba ti rende schiavo, devi imparare a servirtene. Tra i ragazzi che vengono da me, allo Studio aperto della Fondazione Barolo a Torino o a Venezia, alcuni sono tutti concentrati solo sullo strumento, altri scrivono al computer. Va bene, ma se aspetti di vedere cosa fa il computer anziché fargli fare quello che tu vuoi, allora ti privi della tua parte sognante".
A proposito di "parte sognante". È vero che il libro della sua vita è "Cristalli sognanti" di Theodore Sturgeon?
"Sì. I cristalli alieni creano forme perché sognano, un'invenzione straordinaria. Per me Sturgeon è il più grande narratore dell'America del Novecento".