Michael Putland, il fotografo degli Stones: "Ho smesso quando sono diventati un'azienda"
giulia echites
'The Rolling Stones by Putland' è il titolo del libro in cui il celebre fotoreporter, che dagli anni Sessanta ha immortalato tutte le le più grandi rockstar, racconta la sua lunga frequentazione con la band di Jagger e Richards: "Mi sentivo come il protagonista di 'Blow Up', ma avevo molte meno donne"
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“Sono stati anni bellissimi, indescrivibili”. Quasi ogni suo ricordo termina così e poi un sorriso o una risata accennata, al punto che a sentirlo parlare, senza sapere chi si ha di fronte, potrebbe essere un qualsiasi sessantenne che ricorda la sua giovinezza, magari gli anni dell’Università. Ma no, la vita di Michael Putland non è certo stata come quella di tutti gli altri, quando lui dice “era meraviglioso” o “è stato incredibile” si riferisce davvero a esperienze straordinarie che lui, fotografo inglese che dagli anni Sessanta ha immortalato tutti i più grandi musicisti (dai Clash a John Lennon, dai Led Zeppelin a David Bowie e Prince), ha vissuto. Sono però i Rolling Stones quelli che, costantemente, per oltre trent’anni, Putland ha accompagnato in giro per il mondo, sui palchi, nei backstage e nei momenti più intimi ed è la loro storia (quella parte che va dal 1963 al 1994) che il fotografo racconta nel suo ultimo libro, The Rolling Stones by Putland edito da LullaBit, in collaborazione con OnoArte Contemporanea di Bologna. Una raccolta di scatti naturalmente, oltre duecento, molti dei quali inediti, ma anche la narrazione fatta in prima persona da chi ha avuto un punto di vista privilegiato dal quale osservare la vita di Mick Jagger, Keith Richards, Charlie Watts, Bill Wyman e Ronnie Wood. “All’inizio della mia carriera mi sentivo come il protagonista di Blow Up, il film di Antonioni...io però avevo molte meno donne”.
La leggenda dei Rolling Stones negli scatti di Michael Putland
“Gli Stones erano la band che mi metteva più ansia e furono anche gli ultimi a farmi sentire in quel modo”. Michael Putland è uno dei fotografi inglesi più famosi, ha ritratto tutti i più grandi artisti dagli anni Sessanta in poi (John Lennon, i Clash, David Bovie, Prince), ma con i Rolling Stones c’era qualcosa di diverso. Putland li segue come loro fotografo per trent’anni, dal 1963 al 1994: è con loro sul palco, durante i soundcheck e per i concerti, nei backstage, alle feste e nei momenti più intimi. E ora, con il suo ultimo libro 'The Rolling Stones by Putland', edito da LullaBit, in collaborazione con OnoArte Contemporanea di Bologna, Putland ci consegna un documentario fatto per immagini (oltre duecento, molte delle quali inedite) in cui il suo racconto di quella parte di storia dei Rolling Stones, vissuta in prima persona, fa da trait d’union tra uno scatto e l’altro
“Ma quale rivalità tra Beatles e Rolling Stones!” La storia di Putland e dei Rolling Stones inizia prima dell’inizio, quando cioè gli Stones arrivavano ai loro concerti, nei piccoli club di Londra, guidando le loro auto. Certo, c’erano già capannelli di ragazzine urlanti, in coda all’ingresso dei locali, ed è proprio dopo non essere riuscito ad entrare in uno di questi club stracolmi che il Michael Putland fan prima ancora che fotografo incontra per la prima volta Keith Richards. “Mi stavo allontanando sconsolato, quando un furgoncino blu mi si avvicina. Il ragazzo al volante mi chiede dov’è la British Legion Hall...era lui, Keith! Ho pensato che se fossi salito per indicargli la strada mi avrebbe fatto entrare con lui, ma una volta arrivati mi dice: “grazie amico”, se ne va e mi lascia lì fuori impalato”. Erano gli anni Sessanta, gli anni della Swinging London e Michael Putland collezionava scatti intrufolandosi più o meno furtivamente ai concerti. “Di quel periodo ricordo che le radio inglesi non facevano che parlare della rivalità tra i Beatles e i Rolling Stones, un programma in particolare, in un’ora, alternava solo loro canzoni. Erano tutti concentrati sulla competizione tra le band, c’era chi preferiva gli Stones e chi i Beatles. Ma nella realtà non era proprio così: Mick e John si sentivano per telefono e si mettevano d’accordo su quando pubblicare i propri album, per non accavallarsi”.
Michael Putland, il fotografo dei Rolling Stones: "Erano la band che mi metteva più ansia"
Eravamo io, Mick Jagger, Bob Marley e Peter Tosh. L’occasione per Michael Putland di trasformare la sua passione in professione arriva nel 1970 quando la rivista Disc and Music Echo gli commissiona un servizio sugli Stones. Di lì in tre anni Putland diventa il fotografo di riferimento per lo staff della band al punto che è lui che vogliono per il tour europeo del 1973. “Il modo in cui si lavorava allora era totalmente diverso da quello di oggi, con il digitale, i computer e gli smartphone”. Vienna è stata la prima tappa di quel tour, “la mattina dopo ho preso un aereo per tornare a Londra, sono andato nel mio studio, ho stampato le foto, poi ho preso l’auto perché il servizio doveva essere consegnato fisicamente nelle sedi delle diverse riviste con cui collaboravo. Il giorno dopo ero di nuovo in tour con gli Stones”. Ma se da questo punto di vista le cose erano decisamente più complicate, “la parte bella era la totale libertà di muovermi che avevo. In quegli anni era tutto più tranquillo, non c’erano contratti troppo stringenti da rispettare, bastava una stretta di mano” e Michael Putland aveva davvero facile accesso ai luoghi più riservati. Come la “tiny room”, la stanza piccolissima dove si sono ritrovati, dopo il concerto degli Stones al Palladium di New York, nel 1978, “i Beatles, tutti, Bob Marley e Peter Tosh. Quando Mick li ha raggiunti era esausto...sul palco dà davvero tutto. Era pallido, disidratato. Ha preso un bicchiere di birra, ma non trovava posto per sedersi e allora Bob e Peter gli hanno fatto spazio, in mezzo a loro. Io ero lì, con la macchina fotografica in mano che mi chiedevo se lasciargli un momento per riprendersi o scattare. Avevano tutti e tre dei sorrisi bellissimi, ho scattato”.
“Fai sorridere Keith” gli hanno chiesto. “Nei concerti dei Rolling Stones non c’era un solo backstage, ce n’erano due: uno per tutto lo staff, l’altro doveva essere un luogo molto più intimo, quasi un santuario dove Mick, Keith e gli altri sapevano che sarebbero stati praticamente soli. Sono riuscito a entrare nel secondo backstage poche volte”. Ma quindi se in uno c’era lo staff e nell’altro erano soli, groupie e droga sono solo leggende? No. “Personalmente non ho mai fatto uso di droga, ma gli Stones...beh, qualcosa deve essere successo. Sono stati loro stessi ad ammetterlo nel corso degli anni. Quanto alle groupie, non era l’abitudine, ma capitava di vedere bellissime ragazze nel backstage e probabilmente erano lì più per interesse che per amore”. Da questo punto di vista Keith Richards era il più inaffidabile: “all’inizio lavorare con lui non è stato facile. Non è un segreto che tipo fosse. La foto che ho scelto come una delle due copertine di questo libro, ad esempio, gliel’ho scattata subito dopo i fatti di Toronto (è il 1977, gli Stones devono suonare in Canada, ma la polizia trova nella stanza d’albergo di Richards oltre venti grammi di eroina, l’accusa è detenzione con fini di spaccio, ndr). Quella volta ha davvero rischiato di finire dentro e di restarci per molto tempo. La sua manager, Jane Rose, mi ha chiamato dicendomi che voleva uno scatto in cui Keith sorridesse, voleva si vedesse che si sarebbe ripreso. Abbiamo realizzato questa foto nella sua casa fuori New York. Da quel momento, lavorare con lui è diventato molto più facile”.
“Ho detto basta quando gli Stones sono diventati un’azienda” All’inizio degli anni Novanta “mi sono ritrovato improvvisamente a dover lavorare con contratti pieni di clausole. Loro non erano cambiati e neppure le persone immediatamente vicine alla band, quello che c’era intorno sì: i Rolling Stones erano diventati un’azienda”. L’ultima volta che Michael Putland li ha visti suonare dal vivo è stato due anni fa, alla O2 Arena di Greenwich. “Mi sarebbe piaciuto moltissimo vederli a Cuba, ma ho chiamato il loro ufficio troppo tardi e non sono riuscito a trovare posto”. Ma con loro, con la band è ancora in contatto? “No”. Ma saprà che Mick Jagger è appena diventato padre per l’ottava volta? “Certo, congratulazioni Mick! Dio...io ho sessantanove anni e alla notizia ho guardato la mia compagna che è molto più giovane di me...sembrava un po’ nervosa”.