Spettacoli

LA CRITICA

Baustelle, un romanzo di formazione in musica

Tra poetica vintage, malinconia ludica, "Eurofestival" e "Amanda Lear", la band italiana torna con "L'amore e la violenza", pop ambizioso ma meno solenne che in passato

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Baustelle, L'amore e la violenza (Warner Music)

Nella musica italiana di oggi, i Baustelle sono un romanzo di formazione. La loro carriera e le opere hanno una trama carnosa e contemporanea, umana e viva, anche quando si parla di morte. E il loro ultimo album L'amore e la violenza ricorda il ritorno alle origini di Peter Camenzind, il primo romanzo di Herman Hesse. Partito dalla campagna come il frontleader della band Francesco Bianconi, Camenzind va in città per fare il poeta. Poi, alla fine, dopo molte avventure, ritorna sulle montagne svizzere. Dove comprende il suo irrinunciabile legame col passato autentico, bucolico e onirico, con la vera patria del cuore e dello spirito. L'amore e la violenza è infatti un brutale ritorno al passato per i Baustelle, un sussidiario illustrato della maturità, per fare il verso al loro acerbo esordio. E non è un caso che in copertina ci siano due donne seminude strette in un abbraccio feroce ispirato a If con Malcom McDowell. L'amore e la violenza ha avuto il duro destino di arrivare tre anni dopo Fantasma, forse il capolavoro concettuale della musica italiana del XXI secolo, una Wunderkammer sinfonica, stendhaliana, quasi opprimente per la sua avvolgente narrazione e l'armonia sinestetica. Fantasma era sembrato un manifesto, un patto faustiano con la musica solenne, intoccabile e quasi immortale, il primo capitolo di un nuovo, lungo, struggente viaggio al termine della notte.
 
La copertina dell'album "L'amore e la violenza" 
Non è così, nonostante l'illusione di Love, la prima traccia de L'amore e la violenza. Un'intro prima trobadorica e poi pseudobarocca, promettente come la Danza dei cavalieri di Prokofiev o un Helter Skelter riscritto da Bach, che viene spenta all'improvviso, come in decompressione, per leggere Il vangelo di Giovanni: un inno esistenziale molto Battiato e sicuramente una delle migliori canzoni dell'album, che ricuce il misticismo religioso di Bianconi, i profughi siriani, la malinconia à la Lana del Rey sulla fine delle estate e l'"io non ho più voglia di ascoltare la musica leggera". Che riecheggia nell'altrettanto notevole Eurofestival, anche se questo album ha molta di musica leggera, d'antan, colta, distrattamente engagé.

In tutto l'album sono disseminati l'amore e la violenza, ovviamente. E cioè l'essenza della Vita, "tragica, stupida e bellissima" secondo i Baustelle, indissolubile come il fato di Romeo e Giulietta, i baci, i sospiri, i sogni spezzati, la pioggia, i "gravi stati di allucinazione", il "caso Moro all'università", i 5000 amici su Facebook, la "passione ai titoli di coda", gli jihadisti, Palmira e le nuove insicurezze contemporanee. Ciò che sembra rifugio in realtà non lo è, nonostante Jacques Prévert, già citato nel singolo prequel Lili Marleen. È un amore più franco e disincantato dei passati album dei Baustelle, sicuramente più maturo, visto che Bianconi nel frattempo si è separato dalla compagna dalla quale ha avuto una figlia protagonista dell'ultimo brano, Ragazzina, vagamente ispirata a Uomini persi di Baglioni, e comunque prima soffice ode alla De André e poi ninna-nanna innevata e presepiale.

L'amore e la violenza è un disco "oscenamente pop", come ha detto lo stesso Bianconi in un'intervista a Repubblica, ma anche synth-pop, basti pensare all'introduzione di Lepidoptera, l'ottava traccia dell'album, che ricorda i Kraftwerk e il loro vecchio Baudelaire. Qualcuno ci ha visto anche i Daft Punk. Non solo. L'inizio di Amanda Lear, il primo brillante singolo dell'album, pesta le orme della Common People dei Pulp. Basso e batteria scatta con una patente citazione di Sandokan degli Oliver Onions. Dopo gli organi di Fantasma, qui c'è l'uso smodatamente irresistibile del Mellotron e dei sintetizzatori analogici, ma anche di "microsampling" per la batteria, suoni ricampionati e ossessive ricerche tonali sui vinili degli anni Settanta. Una produzione musicale autoriale, sofisticata, raffinata, d'antiquariato.

I testi, invece, sono più istintivi e immanenti. Meno prosa rispetto a Fantasma, meno Bianciardi e Zolla, più haiku, Prévert, Hans Leip, Foster Wallace e William Burroughs, ma anche Houellebecq sull'assefuazione all'orrore contemporaneo immerso ne L'era dell'acquario, una canzone figlia illegittima di Raffaella Carrà. C'è poi La musica sinfonica, elegia della felicità metafisica e irraggiungibile, in cui Rachele Bastreghi, insieme all'altro componente della band Claudio Brasini, scala tonalità vertiginose, che sembra quasi una ballata ilare e purificatrice, come Sprawl II degli Arcade Fire. E poi c'è Betty, il quarto pezzo dell'album, romantico e adolescenziale, già tra i più amati in Internet, che è la prosecuzione silenziosa di La guerra è finita e il Monumentale dell'album precedente.

Siamo distanti dalla maestosità di Fantasma. Ma i Baustelle hanno avuto il coraggio e l'umiltà di tornare con un'opera apertamente meno pretenziosa, più pop e comunque ammirevole, senza rinunciare alla poetica vintage, agli strapiombi esistenziali, alla malinconia ludica. L'amore e la violenza sembra un album fuori dal tempo. Negli anni 80 sarebbe stato considerato un capolavoro. A oggi è il miglior album italiano del 2017.