Alla fine, tutto quel baraccone mediatico che si muoveva intorno a lui, al suo legame con Courtney Love e alla cosiddetta scena di Seattle lo aveva sfiancato. Cobain non somigliava a nessuno, non era parte di nessuna scena. Amava profondamente la musica, ma non possedeva l’epica eroica di Eddie Vedder e dei suoi Pearl Jam o il gusto sarcastico e strafottente dei Tad. L’eroina per lui non era un ornamento rock’n’roll: aveva iniziato a prenderla perché era l’unico modo per non sentire i dolori strazianti provocati dalla sua ulcera. Per poter dormire.
Figuriamoci quanto gliene sarebbe fregato delle idiozie sul ‘club dei 27’, sulla maledizione del rock’n’roll e su tutte quelle storie su cui è costruita tanta letteratura musicale. La sua tossicodipendenza non aveva niente di estetico e la sua vera preoccupazione era quella di non tradire lo spirito degli esordi, di non cadere nella piscina dorata dello star system.
Kurt Cobain: Montage of Heck - Il trailer
“A suo modo, Kurt Cobain ha tentato di mostrarci come vivere – ha scritto Donna Gaines all’indomani del suicidio - pregava per il razzista, l’omofobico, il misogino. Ma lui non era Gesù e non poteva salvarci”. Forse davvero Cobain è stato il John Lennon degli anni 90, ma non ha saputo sopportare il peso della sua immagine. Semplicemente perché non lo voleva. Nei mesi precedenti al suicidio aveva mandato segnali di malessere profondo: voleva dare a In utero un titolo impossibile da equivocare come I hate myself and I want to die e si era fatto anche fotografare con un pistola in bocca. Il suo disagio di antistar si percepiva in ogni istante.
Kurt Cobain, 20 febbraio 1967 - 5 aprile 1994
Kurt Cobain, l'angelo biondo dei Nirvana, si suicidò sparandosi un colpo di fucile il 5 aprile del 1994, aveva solo 27 anni ma già la sua musica, le sue canzoni, i suoi versi avevano conquistato il mondo, un'intera generazione di giovani refrattari al conformismo che in lui e in tutto quanto lui produceva trovavano identificazione e conforto. Per tutti quelli che scelsero la sua voce come colonna sonora, i dischi dei Nirvana fotografano un momento fulminante, drammatico, irripetibile; un messaggio che, partito da Seattle, è andato ben oltre la grunge generation. L'influenza di 'Nevermind', l'album caposaldo del grunge del 1991, è andata ben oltre i trenta milioni di copie vendute fino al '92. Ecco una galleria di immagini dedicata al defunto leader dei Nirvana
Se davvero ha lasciato un testamento forse bisogna cercarlo tra le pieghe delle sue ultime canzoni. Come in All apologies, dove tante domande vengono lasciate in sospeso: era lui a pretendere le scuse dei mass media? O voleva scusarsi con la piccola Frances? O si scusava col mondo per il suo prossimo addio?
Non è un caso che nella versione unplugged di quel brano, registrata nel novembre del 1993, pochi mesi prima del suicidio, la frase “all in all is all we are” diventò “all alone is all we are”. Dopo la sua morte, Courtney Love disse che non sapeva cos’altro avrebbe potuto fare per aiutarlo. Non aveva funzionato niente: l’amore, la piccola Frances, la terapia. “Lo stomaco ‘bruciante e nauseante’ di Kurt era il suo cuore sanguinante”, ha scritto Donna Gaines.
Kurt Cobain: Montage of Heck - Il trailer
Frances Bean ha ragione sugli anni 90. Non è l’analisi di un decennio che può spiegarle suo padre. Né tantomeno le fandonie sui 27enni maledetti. Kurt era la rappresentazione del dolore, la voce della disperazione. Starà vicino a Billie Holiday, a Edith Piaf, a Janis, a Amy Winehouse, a Jeff Buckley. Tutte voci solitarie, assolute, capitate per caso nel loro tempo ma contundenti, straziate, eterne. E speriamo che almeno abbia trovato un po’ di silenzio: quaggiù il rumore si era fatto assordante.
'Chi ha ucciso Kurt Cobain?', il doc su Crime Investigation