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'Loud places', il doc sui luoghi perduti del rock

Tre club leggendari (l'Hammersmith Palais a Londra, il Rose Bonbon a Parigi e Quartier Latin a Berlino) hanno chiuso i battenti e al loro posto ci sono ristoranti e palestre. In un corto di sei minuti i registi Mathy Tremewan e Fran Broadhurst ripercorrono le vicende dei luoghi simbolo del punk e non solo

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Dove un tempo risuonavano la chitarra di Joe Strummer, la voce di Joey Ramone, fino ai sintetizzatori dei Primal Scream, oggi c’è prevalentemente rumore. Quello che fanno le posate quando sbattono sul piatto, i bicchieri quando si toccano, quello delle sedie che strusciano sul pavimento o addirittura quello dei piedi che battono sul tapis roulant. L’Hammersmith Palais a Londra, il Rose Bonbon a Parigi e il Quartier Latin a Berlino sono stati, per anni, molto più che dei club. Li hanno scelti per i loro concerti Bob Marley, i Clash, Siouxie Sioux, Nick Cave...solo per nominarne alcuni, eleggendoli a locali di riferimento della scena punk-rock.

Non solo, trasformandoli in luoghi politici nel momento stesso in cui, dal palco, alcuni di loro hanno gridato all’anarchia, altri “stand up for your right” e altri ancora hanno scelto di indossare giubbotti di pelle nera, fascette con le svastiche o t-shirt con scritto “Brigade Rosse”. Di tutto questo, ora non è rimasto più niente, tutti e tre i locali sono chiusi: dove era il Quartier Latin adesso c’è un teatro di vaudeville, al posto del Rose Bonbon è stato aperto un ristorante di lusso e l’Hammersmith Palais si è trasformato in una palestra. È difficile, per chi non l’ha vissuto, immaginare il micromondo che si era creato attorno a questi locali. Arriva in aiuto, però, un documentario, realizzato da Mathy Tremewan e Fran Broadhurst: i due riescono a riportarci indietro nel tempo, lo fanno grazie ai ricordi, le testimonianze di chi c’era, a immagini di repertorio e recuperando i suoni originali. In poco più di sei minuti, il loro cortometraggio Loud Places fa decisamente il suo lavoro.
 
“È stata una grande rivoluzione persa, non succederà mai più niente di simile”. L’inizio non lascia spazio a illusioni, tuttavia anche se si tratta di “posti morti”, i ricordi “sono ancora vivi”. E questi sono più che sufficienti per risvegliare le pareti ora intorpidite che, in un tempo neppure troppo passato, ne hanno sentite di ogni.

96, Potsdamer Straße, Berlino.  “Quando sono tornato al Quartier Latin e non l’ho più trovato perché era andato, chiuso, io continuavo a ripetermi: c’è qualcosa che manca”. È la voce di un uomo ad aprire il racconto, si solleva sulle immagini in bianco e nero dell’insegna del Quartier Latin. “Era tutto, era il palcoscenico”. Ora è un teatro per commedie e prosa. Dove un tempo, infatti, si ammassava un pubblico urlante, pronto a dimenarsi, a cantare e a sorreggere chiunque si cimentasse nella pratica dello stage-diving, ora ci sono sedie e poltroncine e ognuno si siede composto dove il numero sul suo biglietto lo destina. Nato a Potsdamer Straße come sala cinematografica in grado di ospitare fino a ottocento persone, il Quartier Latin diventa un club grazie all’iniziativa di un collettivo studentesco. Già dagli anni Settanta è il locale di riferimento per musicisti jazz, folk e rock.
 

The Clash e la leggenda dell'Hammersmith Palais


Si trovava a Berlino ovest ma le notizie su quello che succedeva lì dentro non facevano alcuna fatica ad oltrepassare il muro e diffondersi in tutta la città. “Era lo zeitgeist”. E, come per le più belle sorprese, a guardarlo non ci avresti scommesso un soldo: “le attrezzature erano scadenti, il palco fatiscente, ma poi diventava tutto potentissimo. Quando aprivi le porte e ti ritrovavi lì, nella hall, un sound fortissimo ti colpiva. Gli amplificatori erano disposti in modo da farti diventare quasi sordo. Ad un certo punto si perdeva la concezione dello spazio, non eri più a Berlino, eri sovrastato dalla musica. Non ho più ritrovato quella sensazione, né, tantomeno, un posto così”. Fino al 1989, ha ospitato concerti quasi ogni sera. “Tutte le più grandi band inglesi sono passate dal Quartier Latin. Io ci ho visto i Ramones, è stato fantastico”.

6, Rue Caumartin, Parigi.  “Ci sarei andata tutti i giorni al Rose Bonbon. Quelli erano davvero momenti in cui ti sentivi vivo”. È una donna, invece, ad introdurci alla storia del club parigino. Oggi le tovaglie sui tavoli del ristorante che ne ha preso il posto non potrebbero essere più inamidate o bianche, fanno da contrasto netto con le sedie e le pareti scure. Il Rose Bonbon nasce nel 1978 e brilla per pochi, intensissimi anni, fino al 1984. Questo posto è, fin dall’inizio, come “una zia generosa” per la maggior parte delle band parigine: “Il nostro primo concerto lì è stato a dicembre del 1978” racconta nel documentario uno degli intervistati, la sua band si chiamava Modern Guy. “Potevi tranquillamente lasciare i tuoi demo ai proprietari, ci facevi una chiacchierata e al più tardi tre settimane dopo eri sul palco a suonare. C’era la consapevolezza di quanto fosse importante, dal punto di vista creativo, fare musica dal vivo”.

Non lasciatevi ingannare dal nome, né dal logo scritto in un corsivo cicciotto e baroccheggiante, il Rose Bonbon ha attraversato Parigi come una tempesta. “Era come se non ci fosse stato niente fino a quel momento e come se niente ci sarebbe stato dopo. Era tutto lì, era il rock club”. Entravi e una scossa elettrica ti attraversava il corpo: “ma allo stesso tempo era come stare in casa, in famiglia”. Ascoltavi i Clash o gli Stray Cats e poi bevevi con loro qualcosa al bar. “Era il luogo in cui gli artisti erano liberi di esprimersi, dove le band si sono costruite e sciolte. In altre parole, lì si provavano delle emozioni”.

242, Shepherd’s Bush Road, Londra. Nei sei minuti Mathy & Fran (così si firmano i due registi) sono riusciti a darci anche un assaggio – e non avrebbero potuto non farlo – dei quasi novant’anni di storia dell’Hammersmith Palais. La prima sala da ballo ad essere aperta in Gran Bretagna, nel 1919, si è reinventata più volte nel corso del tempo, trasformandosi in un jazz club, perfino in una pista di pattinaggio sul ghiaccio per un periodo degli anni Trenta, per poi diventare, dai Settanta, il tempio della musica dal vivo.

L’ultimo live all’Hammersmith Palais c’è stato il primo aprile del 2007, poi il palais de danse  è stato demolito. Dove un tempo si sudava pogando, ora si suda facendo cyclette, correndo su un tapis roulant o sollevando pesi. “Era caldissimo lì dentro, non c’era volta che non uscissi con i vestiti completamente bagnati di sudore”. All’Hammersmith Palais hanno suonato un po’ tutti i più grandi: i Beatles, i Rolling Stones, David Bowie, gli Smiths, i Cure, gli U2. “Potevi andare sola in posti come l’Hammersmith e non sentirti mai sola – racconta una frequentatrice - le persone si trovavano, si connettevano in un modo impensabile adesso: completi estranei sembravano incollarsi l’uno all’altro”. Appiccicarsi, insomma, come le suole delle scarpe su quel pavimento dove, inevitabilmente, tra spintoni e salti, finiva per rovesciarsi la birra che avresti voluto bere.

“Tutt’intorno ai Clash sembrava ci fosse uno spazio piccolissimo. A confronto con la grandezza del posto l’intensità era fortissima”. A nulla, però, sono servite le proteste di chi ha provato, fino alla fine, a proteggere quel posto. L’Hammersmith Palais è stato demolito, sgretolato e sulle sue ceneri è stata costruita la Pure Gym. “Ogni volta che un posto così chiude è davvero triste, è una parte della nostra storia che se ne va”.

A fine documentario, tirando le somme, sembra che l’unico rimasto deluso da uno show nel club di Londra sia stato proprio Joe Strummer, l’uomo bianco nell’Hammersmith Palais, quando sperando di assistere alla “roots rock rebellion” si è trovato di fronte solo uno “UK pop reggae”.