I perseguitati dall'Isis, dalla Beyoncé curda al pianista fuggito dalla Palestina
Maurizio Di Fazio
Storie di artisti che sfidano le bombe e le fatwe di Al Baghdadi e dei suoi seguaci utilizzando la musica: "Trenta ore di Bach curerebbero anche l'anima degli uomini più spietati"
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L'Isis, e il terrorismo islamico in genere, si sa, odiano e disprezzano la musica, “megafono degli infedeli, dei miscredenti”. L’attentato al Bataclan di Parigi non è stato perpetrato a caso, e Al Baghdadi e seguaci hanno giurato vendetta ad alcuni musicisti coraggiosi: come Aeham Ahmad, un pianista palestinese divenuto celebre per aver suonato il pianoforte tra i brandelli della Siria in fiamme. Scansando missili e mine vaganti, caparbiamente, col suo piano fissato sul carretto dello zio ortolano, ogni giorno Aheman andava a rendere il suo tributo alla bellezza dell’esistere nonostante tutto, sprigionando melodie nei luoghi più desolati.
Oggi questo ragazzo di 28 anni vive da rifugiato politico in Germania, vicino Francoforte, con la moglie e i due figli; e ad agosto è uscito il suo primo disco, intitolato, programmaticamente, Music for hope. In queste settimane è in tournée in Italia: nel resto d’Europa ha macinato sold-out. Gli sorride il successo, ma la sua educazione sentimentale è stata drammatica. L’ha salvato quella musica che i fondamentalisti vorrebbero silenziare. Ahmad è cresciuto in un campo profughi palestinese alle porte di Damasco, dove ha capito che il suo pianoforte non poteva restare confinato dentro un’accademia (è diplomato al Conservatorio) ma doveva diventare uno strumento mobile di libertà e umanità. E si è messo così a suonare per le strade bombardate di fresco, come fondali lunghe sequenze di edifici squarciati. Eseguendo sia brani personali che standard che arrivano dritti al cuore. La maestosità romantica e vitalistica di Beethoven soprattutto. Ad accompagnarlo, spesso, il padre al violino. Non era più tempo di stare alla finestra a vendere falafel. Occorreva dare un segnale forte e chiaro, mentre l’Isis (nella primavera del 2015) proibiva ufficialmente la musica. Serviva un canto per riscattare l’orrore, per restare umani: “La musica dà conforto, coraggio e gioia anche dove terrore e angoscia oscurano il futuro. È una straordinaria costruttrice di pace, perché con il suo linguaggio universale arriva al cuore e abbatte le barriere. Ed è una medicina prodigiosa: sono convinto che trenta ore in ascolto di Bach curerebbero anche l’anima degli uomini più spietati” ha detto una volta Aheman, con quei suoi occhi enormi.
Kefiah al collo, i suoi video nel campo dei dannati di Yarmouk sono diventati un potente esorcismo, una storia da tramandare e dilagano tuttora sul web. Dell’importanza del cibo per l’anima anche quando il corpo è denutrito. Il suo sogno si è interrotto però due anni fa, quando i tagliagole di Daesh hanno pensato bene di fare un falò della sua appendice di vita. Gli hanno bruciato il piano, generandogli un micidiale senso di colpa per quel bambino trucidato mentre assisteva alla sua performance. E a quel punto Aheman Ahmad se n’è andato. Via lungo la rotta balcanica come decine di migliaia di suoi connazionali disperati, a piedi e su mezzi di fortuna. Ma la sua non è stata certo una diserzione, anche perché i fantasmi del terrore lo inseguono ovunque. Suo fratello è sepolto vivono nelle carceri di Assad, e tutto il mondo è corroso dalla follia sedicente islamica. Lui continua a fare concerti gratis per strada, qua e là, a beneficio dei rifugiati non ancora integrati. Tanto per vivere gli bastano i guadagni dei dischi e dei concerti “ufficiali”. “La musica può essere un veicolo per continuare a parlare della guerra in Siria e per stimolare un dialogo, un ponte tra i popoli” ha spiegato “il pianista di Yarmouk” in un’intervista.
Un’alternativa concreta al razzismo, alla recrudescenza dei nazionalismi, al fanatismo religioso, alle bombe. A Yarmouk sarebbe stato ammazzato di sicuro dai sicari dell’Isis: era diventato un loro nemico pubblico. Amava la vita, amava la musica, pensate un po’ voi. Ama la musica, quindi la vita anche Shaaban Abdel Rehim, un cantante pop egiziano d’alta classifica finito nelle mire dell'Is per avere bollato Al Baghdadi in diretta tv come “l'emiro dei criminali”, e i suoi miliziani come “una banda di pazzi” che fanno strame dell'Islam. “La religione non predica di vendere donne e bambini. Decapitare teste non è Islam, dite chi c'è dietro di voi” recita in un passaggio il suo pezzo della discordia. E lo “Stato islamico” ha reagito con furore, sguinzagliando i suoi peggiori haters che gli hanno comminato numerose fatwe online. “Ti sgozzeremo. Ti faremo a pezzi così sparpagliati che non potranno neanche raccoglierli”. Eppure, benché ironico e dissacrante, Shaaban è un musulmano praticante, con accenti da arci-conservatore, tant’è che in passato si è battuto contro le “ignominiose vignette sul profeta Maometto” (da cui la sua hit araba Abbiamo perso tutti la pazienza) e contro la guerra in Iraq. Un personaggio doppiamente scomodo per i fautori della guerra santa. “Temo solo Dio, non le minacce dell’Is. Io ho fatto ciò che la mia coscienza e il mio patriottismo mi suggeriscono. Quello che fanno loro è contro l'Islam e danneggia l'immagine dei musulmani. Io li affronto con la canzone popolare, mentre loro ai nemici tagliano la testa”.
Nella black list del Califfato c’è poi lei. Dall’Iran curdo, Helly Luv (all’anagrafe Helan Abdulla), classe 1988, messa al mondo in un campo profughi iraniano da genitori curdi iracheni e vissuta in Finlandia e a Los Angeles. Soprannominata la “Beyoncé curda” (ma anche la “Madonna dei peshmerga” o la “Shakira del Medio Oriente”), in Kurdistan è la star numero 1. Bellissima, aria da virago e capelli cangianti nero e rossi; ciglia finte, unghie affilate, proiettili e Chanel. Ci si è accorti globalmente di lei l’anno scorso per Risk it all, contenuto nel film Peshmerga del filosofo e giornalista Bernard-Henri Lévy, presentato a Cannes e da lei stessa interpretato: causa curda ed esotismo sensuale, molotov e desiderio. Ma ad accendere la miccia ci ha pensato nel 2015 il video di Revolution, visualizzato a milioni su YouTube. Un clip girato molto perigliosamente vicino Erbil, non distante da Mosul, a ridosso delle roccaforti dell’Is: in mezzo alla guerra vera, si ammira Helly incedere con tacco 12 dorato e tuta mimetica mentre imbraccia un fucile. “Ci sono voluti tre mesi per registrare il video, è stato molto complicato perché appena si iniziavano le riprese piovevano proiettili dell’Isis. I combattenti che appaiono nel video sono degli autentici soldati che lottano in quella zona contro lo Stato islamico. Hanno registrato nel loro tempo libero”.
Mai vista un’eroina tanto glamour e determinata, fatale e ferale al contempo. Il testo fa così: “Alzatevi in piedi, noi siamo uniti, insieme possiamo sopravvivere. È una rivoluzione. Andiamo avanti a lottare. Non bisogna aver spavento nel mondo. Uniamoci per far sapere loro che noi siamo qui” intona rivolta ad attori travestiti da jihadisti in bandiera nera. L’ha specificato in un secondo momento: “Quando ho sentito cosa stava facendo l’Isis a questo popolo ho deciso di usare la mia musica come un'arma per difenderlo. Il mio video può considerarsi violento, ma la ritengo una virtù: avevo bisogno di mostrare la verità. Se siete qui e vedete come operano, le uccisioni e gli stupri che compiono… Allora capirete che non è violento. Questa è l’organizzazione terroristica più pericolosa al mondo e non si può combattere contro di loro con bastoni e fiori”. L’Is minaccia rappresaglie e intanto l’apostrofa definendola “un insulto alle donne”. Aggiungeteci pure che Helly Luv è decisamente sexy ed è la beniamina e la musa delle truppe curde in lotta, i peshmerga, in prima linea contro gli oscurantisti di Daesh: sua madre ne indossò la divisa prima di sposarsi. Una genealogia di guerriere. Il successo convive con le “chiamate dei mullah dalle moschee per uccidermi, perché sono un cattivo esempio per le ragazze musulmane”. L’Isis l’ha condannata a morte: “Ne vado fiera” replica lei, senza paura.
Il Medio Oriente musicale è sempre più à la page, che sia stato messo o meno all’indice dai senzamusica della follia islamica. Prendiamo i 47Soul, londinesi d’adozione ma formatisi ad Amman, in Giordania, nel 2013. D’origine palestinese, impossibilitati a tornarci perché privi di passaporto, i loro video registrano milioni di visualizzazioni e i loro concerti fanno sold-out in tutto il mondo: hanno mandato in estasi secolare persino il pubblico del Festival di Glastonbury. Il loro sound è un travolgente impasto di 'dabke', la danza popolare araba e di rock, reggae, hip-hop. Una miscela che hanno voluto chiamare shamstep. L’ispirazione promana soprattutto dalle cerimonie di nozze nelle cittadine e nei villaggi regionali.
Tastiere e chitarre in levitare per tratteggiare il futuro del pop mediorientale che guarda al globo. “Diamo un suono alla nostra regione, la Grande Siria, il Levante che include Palestina, Libano e parte dell’Iraq”. Cantano (sia in inglese che in arabo) della questione palestinese, di temi politici e sociali ma con ballabile lievità i 47Soul, che sono il rapper Tareq Abu Kwaik (MC El Far3i), palestinese di nazionalità giordana, già autore di tre album in proprio; Walaa Sbeit, ex componente dei Ministry of Dub, attore, ballerino e poeta; Z the People, al secolo Ramzy Suleiman, cresciuto a Washington prima di prendere il volo per la Giordania; Hamza Arnaout, ossia El Jihaz, anche lui diventato uomo in America prima di sentire forte il richiamo delle sue radici.
Il nome stesso di questo supergruppo si riallaccia idealmente al 1947, l’anno che precedette la fondazione dello stato di Israele e la prima guerra arabo-israeliana: quella Palestina senza barriere e confini e dell’anima che i 47Soul vagheggiano, moriva proprio in quei giorni. Eppure la musica è più forte della geopolitica. Si conferma una prodigiosa macchina del tempo e dello spazio. Suonare, nel 2017, come se Beirut, Damasco, Gerusalemme e Amman fossero ancora una cosa sola. Senza bandiere nere e costumi neo-medievali in sottofondo.