Baustelle, l'insostenibile leggerezza della musica pop
Gianni Santoro
Tutto esaurito all'Auditorium Parco della musica di Roma per il tour "L'amore e la violenza" della band di Francesco Bianconi
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Il palco sembra lo studio televisivo di un programma musicale anni Settanta, con la scritta luminosa che giganteggia sullo sfondo e la possibilità di vedere e ascoltare Marcella Bella e subito dopo magari Fabrizio De André.
"Portami fuori a cena, Baustelle", cantavano loro, i Baustelle, nel 2003 nel brano Arriva lo ye-yé. Accantonate le orchestre e la grandiosità dell’album Fantasma, lo ye-yé è tornato per il nuovo tour di presentazione dell’album L’amore e la violenza, che lunedì 13 marzo ha fatto tappa all’Auditorium Parco della musica di Roma, sold out da mesi. C’è una band di otto elementi, tastiere e chitarre, con loro tre al centro. A sinistra: la solidità, la certezza della professionalità, il chitarrista Claudio Brasini, che ancora si divide tra la musica e il lavoro in banca. A destra: l’entusiasmo incontenibile di Rachele Bastreghi, che spesso si allontana dalle tastiere per prendersi la scena ballando e cantando e giocando a fare la star. Al centro: algido, distaccato, emozionante, intenso, magrissimo, Francesco Bianconi.
A vederli così diversi uno accanto all’altro si spera davvero che siano complici e compagni, che bella storia di amicizia sarebbe, dopo i venti anni che da Montepulciano li hanno portati alla ribalta della musica italiana. Musica leggera vissuta senza lievità, la loro. "Io non ho più voglia di ascoltare questa musica leggera" (Il vangelo di Giovanni). Sbarazzina in certe melodie e pregna di significati e di rimandi nei testi. Una dicotomia che, estremizzata, è la cifra dell’ultimo bell'album, eseguito per intero nella prima parte del concerto.
La serietà della frivolezza, la pesantezza della leggerezza imposta come linguaggio, la bellezza del brutto: “La vita è tragica, la vita è stupida, però è bellissima essendo inutile” (La vita, anche più convincente che su disco). I contrasti: a volte colpiscono al corpo, a volte alla testa. Quanto amore c'è? Quanta violenza? E poi il contrasto definitivo è quello che viene in mente guardando Rachele che balla durante Eurofestival: quanto ci fanno e quanto ci sono. Se ci sono musiche per cui l’aderenza con il personaggio e la veridicità della proposta sono tutto (vedi l’hip hop, ma anche il pop delle ballate confidenziali) nel caso dei Baustelle è assolutamente irrilevante. Quanto sono veri? Erano più autentici quelli degli inizi, come si dice sempre delle band sopravvissute alle mode? O erano più “veri” quelli drammatici di Fantasma? Non importa. I Baustelle sono post tutto per natura. Post-moderni, post-nostalgia, post-ironia. Post-Battiato, post-Pulp, per citare due riferimenti musicali, ora anche post-I Cani. E post-mode. "Gravi stati di allucinazione mentre passa l'ultima canzone all'Eurofestival e il nostro amore è ai titoli di coda. Chi siamo noi, chissà quest'anno cosa va di moda" (Eurofestival).
Mettono in scena il rituale della forma canzone celebrandone tutto, la stanchezza e la decadenza e l'eternità. Ha senso rimanere seduti in un auditorium, perché è anche la rappresentazione di un concerto pop rock, non solo “il concerto pop rock”. Per la celebrazione, per la festa, per l’escapismo c’è un sacco di altra musica: con loro non ti lasci mai veramente andare perché neanche loro si lasciano mai andare davvero.
Poi però c'è la seconda parte del concerto, quella dei successi e del passato: Charlie fa surf, Un romantico a Milano, Bruci la città spogliata del pop, L’aeroplano con una pulsazione ossessiva, addirittura La canzone del parco e il jingle jangle di La moda del lento dagli esordi. E a questo punto si alzano tutti e vanno sotto al palco. Perché poi è bello anche partecipare e identificarsi e lasciarsi andare. Perché i Baustelle sono un po’ questo: la poetica della difficoltà di lasciarsi andare nella vita.
Ma poiché i Baustelle sono i Baustelle, a quel punto, quando tutti sono in piedi ed euforici, loro, che non vogliono facile empatia, ma pretendono calore umano con la freddezza chirurgica dell’arte, a quel punto suonano un inedito, Veronica n. 2. Energico, ma nel pubblico senti lo smarrimento. Lo straniamento, effetto principe dei contrasti dei Baustelle. Fortunatamente arriva liberatorio l’ultimo brano, Le rane.
Sono importanti, i Baustelle, sono stelle del pop intelligente italiano. Eppure è come se, pur sapendo di esserlo ormai, ancora non riuscissero a essere fino in fondo vere popstar. Non volessero. E quale stimolo migliore per restare vivi, giovani e rilevanti di quell’eterna tensione di chi non si accontenta mai.