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Il 'secondo cuore' di Paola Turci: "Mi ispiro ad Anna Magnani"

La cantante romana pubblica il nuovo album realizzato con un nuovo team e con la collaborazione di Enzo Avitabile. E con una dedica alla grande attrice: "Lei rappresenta la mia storia e la mia Roma"

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Sembra avvolta da un nuova luce, e così l’hanno percepita i telespettatori che hanno seguito il festival di Sanremo, un’aria di rigenerazione, forse addirittura di rinascita. Esce con un nuovo disco che si intitola Il secondo cuore, con un nuovo team, nuovi autori, tutto all’insegna del nuovo, anche se il titolo alla fine viene dall’intuizione dell’unico vero grande vecchio presente in questo nuovo progetto ovvero Enzo Avitabile. "Ha scritto per me un testo che si intitola Nel mio secondo cuore, e mi ha colpito profondamente, adoro la sua poetica in generale, e in particolare questo pezzo".
 

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Ma quanti cuori può avere una donna?
"Credo che due siano già tanti, già degni di nota. Il primo è quello che ci è stato dato, che abbiamo da sempre, quello fisico, il secondo è più astratto, metafisico, è il luogo della passione, dell’incoscio, della spiritualità, della creatività e quindi per me ovviamente della musica, e che contiene tutto quello che ci vorrebbe per vivere meglio, quindi è stata un ‘idea illuminante, c’è tutto quello che io avrei voluto esprimere e quindi l’ho scelto come titolo di tutto il disco".

E porta bene questo secondo cuore?
"Benissimo, lo sento dagli altri, sento l’affetto che c’è intorno a me, una grande considerazione, molti mi hanno trovato, o ritrovato, ed è bellissimo".

Nel nuovo progetto sembra di percepire anche un notevole entusiasmo per l’oggetto canzone, e considerando quanto è storicamente usurato, è significativo che a trovare nuova energia sia una cantautrice che fa questo lavoro da molto tempo…
"E’ che ancora vedo la canzone soprattutto come musica, è passione pura, e avendo questo fuoco sono sempre più definita nelle canzoni che ascolto e che suono, credo di essere nel momento di massima empatia possibile tra me e le canzoni".
 
Tra un cuore e l’altro ne è passato di tempo dagli esordi. Cosa è cambiato, com’è per un giovane che inizia oggi?
"E' più difficile, per molti versi. Ma c’è sicuramente un pubblico più ricettivo. Quando ho cominciato c’erano quattro o cinque cantanti che emergevano, e poco altro, oggi ce ne sono tantissimi, ci sono più eventi, più piattaforme, più possibilità, e comunque trovo una grinta pazzesca, un tempo c’era più approssimazione, ora sono tecnicamente molto più preparati, mi soprendono, sembrano già pronti al debutto".
 
A sorpresa nel disco c’è uno struggente, meraviglioso pezzo in romanesco, una romanità che c’è sempre nella storia di Paola Turci stata ma mai espressa prima. Cosa è successo?
"La mia ispirazione è stata la Magnani, che tra l’altro è stata anche cantante, proprio ieri vedevo un film su di lei in cui lei fa la sciantosa e canta O surdato ‘nnammurato, e mi fa sentire male, come l’interpreta, la recita… sì, sembra lontanissimo da quello che ho proposto a Sanremo e nel disco, ma non lo è, sono proprio io, anzi tutto il nuovo progetto è partito da lì, è stata la prima canzone che abbiamo trovato, e da lì è uscito tutto, quel pezzo mi ha dato la possibilità di coniugare tutta la mia vita perché la Magnani rappresenta mia nonna, mia madre, la mia Roma e ho sempre desiderato cantare una canzone in romanesco, ma fino ad  ora non avevo mai trovato il modo giusto anche perché troppo spesso si va a sfociare nello stornello, cercavo qualcosa di diverso, ma non trovavo mai la svolta giusta che mi facesse sentire lo struggimento che cercavo, e ci sono arrivata attraverso le canzoni che canto la sera a casa con gli amici tipo le canzoni di Chavela Vargas, lei quando canta Paloma negra la canta come avrebbe fatto Gabriella Ferri, o la Magnani. Il pezzo è venuto fuori in un lampo, e si sente nel disco esattamente il momento in cui la canzone è uscita fuori eravamo io e Giulia Anania in studio, con la collaborazione di Marta Venturini, scritta e registrata al volo in un mezzo pomeriggio, praticamente un provino, quindi un’esperienza fulminante, indimenticabile. Ma è ovvio che da qui partono mille idee, è probabilmente un inizio. Diciamo che si è aperta una porta nuova”.
 
Ma da dove arriva questa rinascita?
"Tutto è partito dal libro che ho scritto, Mi amerò lo stesso, che mi è servito a fare i conti con me stessa e i problemi che mi trascinavo dietro, ma soprattutto la svolta è stata quando mi hanno proposto di metterlo in scena, lì si è smosso tutto, avevo un gruppo di lavoro che non mi stimolava più. Intanto era fondamentale tornare a teatro dopo 24 anni, dopo l’incidente. Proprio 15 giorni prima dell’incidente ero a Cinecittà a fare un provino con Scola, poi mi sono distrutta la faccia e quella cosa è rimasta lì, nel cassetto. Per fortuna che di base io canto e questo mi ha permesso di andare avanti, ma è rimasto un sogno. Ora voglio riprenderlo. Voglio tornare in scena col mio monologo e poi vedremo".