L’ultimo tango ballato nell’hotel leggendario di Hollywood
Gianni Santoro
Due outsider della musica popolare, l'ex Pulp Jarvis Cocker e il pianista rapper Chilly Gonzales, uniscono le forze per "Room 29", concept album dedicato alle storie maledette dello Chateau Marmont di Hollywood
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Jarvis Cocker e Chilly Gonzales, Room 29 (Deutsche Grammophon)
L'hotel. Entrate in punta di piedi nella camera numero 29, non svegliate i fantasmi che la popolano da anni e da anni ne alimentano il mito, non disturbate i segreti che le quattro mura proteggono a fatica. Cos’è la camera 29? “È un luogo confortevole per un esaurimento nervoso”, ma non solo: “C’è qualcosa di più triste di una stanza d’albergo dove non hanno fatto l’amore?”.
L’albergo è il leggendario Chateau Marmont di Hollywood, Los Angeles, dove le camere sono 63, gli anni sono 88 dalla sua costruzione, anni durante i quali John Belushi è riuscito a trovare la morte qui, Jim Morrison e John Frusciante a sfuggirla, Heath Ledger da qui prese la rincorsa prima della sua scomparsa tragica. Qui era la stanza scelta da Quentin Tarantino per Four Rooms, il film a episodi girato, appunto, in quattro camere d’albergo. Room 29 con il suo piccolo pianoforte a coda è allo Chateau Marmont, ma sembra l’Overlook Hotel di Shining. Misteriosa, inquietante, desolante, vuota, dove non ti aspetti di trovare nessuno, e se incontri un volto fa paura. Questa è l’angolazione da cui hanno scelto di osservare la vita Jarvis Cocker e Chilly Gonzales per l’album Room 29. “Il primo album nei 119 anni di storia della Deutsche Grammophon con lo sticker di avviso per i testi espliciti”, twittava entusiasta Gonzales.
La copertina dell'album "Room 29" Gli autori. Due outsider del pop, gli autori. Uno, Jarvis Cocker, era il leader dei Pulp, intellettuali del brit pop, dissacranti fustigatori di costumi nazionalpopolari, fari artistici dei Baustelle, poi dandy solista dimesso e popstar pentita (“stavo diventando una figura grottesca dello show business e sapevo che potevo rimanervi intrappolato per il resto della vita”). L’altro, seduto al pianoforte a coda, è Chilly Gonzales, canadese da tempo a Berlino, figura sfuggente e polimorfa che passa dalle collaborazioni con i Daft Punk alle musiche per gli spot della Apple, all’inizio rappava su raffinate basi electro pop (ovunque si peschi nella sua discografia schizofrenica va bene) poi dopo sperimentazioni soft rock si è concentrato sul pianoforte. Illuminanti i suoi tutorial solo apparentemente ironici su YouTube. Insieme entrano allo Chateau Marmont per un concept album ispirato a libri, chiacchierate (c’è anche la voce del critico e storico David Thomson) e leggende con canzoni dal sapore dolceamaro del cabaret fumoso.
Il modo in cui la voce e il pianoforte si contrappuntano delicatamente è un matrimonio riuscito, che mostra il suo lato migliore quando si rincorrono (Belle Boy), meno quando le melodie dei due strumenti si ricalcano, come in Bombshell, sulla storia di Jean Harlow e del marito suicida, ospiti dell’hotel nel 1932 per la luna di miele. In alcune canzoni, come Salomé, succedono entrambe le cose. “Oh Deborah do you recall?” chiedeva Cocker in uno dei brani più famoso della carriera dei Pulp, l’immortale Disco 2000. Qui è Clara a essere interrogata sul suo passato: Clara è la figlia di Mark Twain, che cercò sollievo allo Chateu Marmont dopo la morte del marito. Invano. Parla, declama, canta sussurrando, Cocker, come se fosse in quella camera e non volesse disturbare nessuno, tantomeno i fantasmi.
“Questo è quello che ho sempre sognato: la vita con le parti noiose tagliate al montaggio”, canta in Trick of the light, il pezzo più cinematografico, dove al piano e al quartetto d’archi si accompagna anche l’orchestra, che non a caso porta la firma di Gato Barbieri: la citazione del tema di Ultimo tango a Parigi è rispettosa. L’altro nome citato tra gli autori è quello di Ryuichi Sakamoto, perché il brano Tearjerker, pur non dichiarandolo esplicitamente, sembra ispirato al tema composto da Sakamoto per il film Babel, Bibo No Aozora. Gonzales è un ladro gentiluomo: prende, rielabora e non nasconde la fonte di ispirazione.
Una divina commedia. In fondo però, tra mille riferimenti cinematografici, la somiglianza maggiore è quella con l’opera di un altro nobil signorotto della musica pop d’oltremanica: mister Neil Hannon, meglio conosciuto con il nome modesto The Divine Comedy, che con giochi alti e temi altisonanti ha costruito un canzoniere d’altri tempi che ha fatto felici orecchie selezionate (in Italia per due concerti: il 29 luglio all’Auditorium Parco della musica di Roma e il 30 alla Corte degli Agostiniani di Rimini). Come nell’opera di Hannon, in Room 29 si respira la decadenza, la trasgressione, la malinconia e la nostalgia per i tempi andati. Ma in realtà, la vita, tragica, drammatica, sfaccettata, anche nella camera 29 si muove secondo schemi prevedibili: “Rapporti sessuali. Di questo si tratta, ovviamente”, chiosa l’epilogo dell’album.