Spettacoli

MUSICA

'Primavera Sound', Noga Erez, l'israeliana in lotta: "La musica non accetta la violenza"

Protagonista della nuova scena elettronica, cresciuta a Tel Aviv a pochi chilometri "dall'inferno", l'arte portata avanti anche durante il servizio militare obbligatorio: "Mai in divisa, però". E commenta anche la scelta dei musicisti che non boicottano Israele, come i Radiohead

3 minuti di lettura
BARCELLONA - Noga Erez è una delle giovani artiste protagoniste della nuova scena elettronica internazionale. Si potrebbe quasi definire una rapper elettronica, tanto i suoi testi sono scanditi ritmicamente nelle sue canzoni, simile ad artiste come M.I.A. e FKA Twigs. Da due giorni è uscito il suo album di debutto intitolato Off the radar. Israeliana, cresciuta a Tel Aviv e con un diploma universitario conseguito all’Accademia di musica di Gerusalemme, ha fatto la musicista anche durante il suo servizio militare obbligatorio in Israele: “Mai in divisa, però” sottolinea. “È stata un periodo che mi ha aiutato a vedere il mondo e abituata ai tour internazionali. E aiutato a capire che la musica sarebbe stata il mio futuro”. Nel pomeriggio Noga Erez si è esibita su uno dei palchi della parte elettronica del Primavera Sound.
La copertina di 'Off the Radar' 
 
Il suo album di debutto esce in questi giorni: cosa rappresenta per un artista contemporaneo come lei e in tempi di musica liquida fruita su internet un album di canzoni?
"C’è stato un momento in cui ero convinta che non avrei mai fatto un album, non ha più senso, mi dicevo. Ma io amo troppo gli album e mi piace scoprire gli artisti che ho conosciuto attraverso un singolo acquistando il loro disco completo, per questo non credo che gli album scompariranno mai, neanche in tempi di musica liquida. Semmai diventeranno l’oggetto per i veri appassionati di musica".
 
Qual è il suo processo creativo, da cosa inizia a lavorare per la sue canzoni?
"Sono un produttore elettronico, lavoro al computer, parto dal ritmo e poi fisso un’atmosfera con tutte le linee musicali, il basso, armonia, l’ultima sarà la melodia e le parole. Ma cambia da canzone a canzone, perché se uso un sample allora potrei anche partire dalle parole, o dalla melodia. Anche se mi capita un’idea mentre cammino per la strada parto da dalla melodia e dalle parole, perché a portata di mano ho soltanto il cellulare per registrare".
 
Ho notato che lei da artista esordiente non ha ancora una pagina su wikipedia, è una scelta?
"Abbiamo discusso molto con la mia casa discografica sulla necessità di wikipedia, ho anche scritto una mia biografia ma per il momento l’abbiamo messa da parte perché non credo sia rappresentativa. Le parole raccontano bene da dove vieni ma non riescono a fare altrettanto bene per la musica che fai. Quindi ho avuto paura che il luogo da cui vengo, Israele, e ciò che succede lì, nascondesse in realtà ciò che sono veramente come artista. Non è ancora una priorità".
 
Qual è il suo approccio ai social network e alla rete? In una sua canzone, Pity, racconta del filmato di uno stupro messo in rete e diventato virale, una storia vera successa a Tel Aviv.
"Chi ha caricato quel video in Rete andrebbe punito molto duramente, purtroppo non c’è ancora una legge per questo, ma è un crimine molto grave. Nell’album parlo dei social anche in ‘Off the radar’, di come oggi abbiamo perso il diritto di poter restare anonimi. Il bisogno di restare fuori da ogni controllo viene frustrato, tutto può essere trovato, tornare visibile, e questo fa leva anche sulle debolezze di ognuno di noi di essere notati, sulla nostra vanità, e infatti tutti i momenti più privati oggi possono essere messi in vetrina sulla Rete. I social hanno certamente anche un aspetto positivo, di comunicare al di fuori dell’establishment, potrebbero aiutare la democrazia e il pluralismo. Ma, contemporaneamente, e parlo soprattutto per me, abbiamo perso la capacità di rivolgerci al prossimo con facilità, siamo meno comunicativi, abbiamo paura, meglio stare con il cellulare in mano e trovare lì dentro tutte le risposte che ci servono".
 
I suoi testi sono molto politicizzati, come in Dance while you shoot.
“Sì, quel brano è come una conversazione tra me e il mio paese. La situazione in Israele mi influenza, è inevitabile che i testi delle mie canzoni siano collegati alla sua situazione politica, anche se non mi coinvolge direttamente. Io vivo al centro del paese, in una zona tutto sommato tranquilla ma in mezz’ora di macchina posso raggiungere luoghi che definire un inferno non rende ancora bene l’idea. Anche se tra alti e bassi, il conflitto continua da 50 anni, da quando Israele ha occupato i territori. Peggiora per la popolazione israeliana che diventa sempre più conflittuale al suo interno, le posizioni si sono radicalizzate. Il governo di destra è molto conservatore e non intende fare nulla per la pace”.
 
Cosa pensa degli artisti che boicottano Israele come Roger Waters?
"Dico subito che capisco chi come i Radiohead o altri non vogliono partecipare al boicottaggio, dicendo che lo fanno perché vogliono portare la loro musica ai fan, ma non ritengo giusta la loro posizione perché questo significa normalizzare una situazione che normale non è. L’arte e la cultura agiscono su diversi livelli di significato per spingere le persone ad essere mentalmente aperte e a schierarsi dalla parte giusta: la musica non può accettare la prevaricazione e la violenza".