Il ritorno di Camille: "Solo sul palco mi sento libera come l'aria"
Laura Putti
Appena uscito il nuovo album dell'artista francese, 'Ouï', pensato dopo gli attentati del 2015. Un piccolo viaggio sonoro dove il tamburo è strumento principe: "Il ritmo è la struttura del suono”
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PARIGI – Camille è la libertà. Libera è la sua voce, una 'petite voix', 'una piccola voce' come dice lei, ma capace di moltiplicarsi e di arrampicarsi ovunque. Libero è il suo corpo. Durante i concerti fa capriole, danze folkloristiche o di trance, si getta a terra all'improvviso o distende la sua figura tonica e perfetta su un pubblico che se la passa di mano in mano. Non a caso ha un passato da ballerina e ha sempre usato corpo e voce quasi all'unisono. Il suo nuovo disco - il quinto in studio - è quasi fisico. La sovrapposizione di voci, l'incredibile polifonia, lo rendono materiale, e il tamburo come strumento principe gli conferisce la solidità dei suoni tribali o delle marce militari. Si intitola Ouï, sì in francese, ma anche il participio passato di 'ouïr', ascoltare. Acconsenti e ascolta. È un disco di canzoni di un certo lirismo, melodie rassicuranti, ma mai scontate. Ogni brano un piccolo viaggio sonoro pieno di sorprese. Si dice che, subito dopo gli attentati del 2015, Camille abbia pensato a un disco. Adesso di quelle intenzioni non vuole parlare. In Ouï non c'è traccia di quell'orrore e di quel dolore collettivo. Incontriamo Camille prima del suo concerto a We love green nel Parco di Vincennes appena fuori Parigi. Alla Woodstock ecologica dello scorso fine settimana la cantante ha partecipato con un incontro con la scrittrice e militante indiana Vandana Shiva e con un concerto di grande successo. Indossa un abito verde, collanine e bracciali colorati. I suoi bambini, 3 e 6 anni, giocano in un prato con il padre, il musicista Clément Ducol, compositore e arrangiatore degli ultimi tre dischi di Camille.
Camille, il nuovo album "Ouï"
È facile vivere e lavorare con la stessa persona?
“Se non lo è, non me ne sono mai accorta. Con Clément siamo sempre d'accordo quando si parla di musica. Meno d 'accordo quando coltiviamo il nostro orto. Su come crescere le verdure litighiamo spesso, tanto che adesso lui ha il suo angolo e io il mio”.
Da alcuni anni lei ha scelto di vivere in un paesino della Provenza, accanto ad Avignone. Parigi le manca?
“Sono ancora molto felice della mia scelta. I bambini crescono bene a contatto con la terra. A Parigi torno per lavorare, ma non è una città dove adesso vorrei vivere”.
“Ouï”, che molti critici francesi hanno accolto come seguito ideale di Le fil (2005), considerato il suo capolavoro, ha il tamburo come strumento principale. Il primo singolo, Seeds, semi, l'unica canzone in inglese, è per voce e tamburo. Non la disturba l'idea di una marcia militare?
“Il ritmo è la colonna vertebrale, è la struttura del suono. Diciamo che alla marcia militare strizzo l'occhio, ma non è di certo quello il tema del disco. Anche se l'aria è il mio elemento, ho bisogno di una struttura”.
Nel 2008, parlando del disco Music Hole, aveva dichiarato che le regole aiutano a vivere meglio. Lei è laureata in lettere con un master a “Sciences-Po”, quindi di regole ne ha seguite. Le piacciono ancora?
“Nella vita ci si destreggia in mezzo a regole collettive. E un artista, un creatore, ha bisogno di una struttura. Detto questo, cerco di adeguarmi a regole con le quali mi sento in armonia. Solo sul palcoscenico, solo nei limiti di quello spazio quadrato, faccio veramente quello che voglio”.
È vero che ha registrato Ouï in una certosa medievale?
“Avevo bisogno di uno spazio che mi portasse concentrazione e pazienza. Abbiamo affittato una cella nella certosa Notre-Dame-du-Val-de-Bénédictions a Villeneuve-lés-Avignon, oggi residenza per scrittura e teatro. Vi abbiamo montato uno studio mobile e lì è stata registrata gran parte del disco. Alcune voci le abbiamo registrate in una chiesetta poco lontana, aveva un riverbero perfetto”.
Seeds parla dei semi che nutrono la terra; Twix del cibo industriale dannoso e cattivo; Fille à papa è dedicata a suo padre morto cinque anni fa mentre lei era in tournée; Je ne mache pas mes mots e Langue sono un omaggio alle lingue e ai loro suoni. Poi c'è Fontaine de lait, uscito come singolo prima del 2 giugno. Di cosa parla?
“Di me. La fontana di latte sono io, con due bambini da allattare è stata una sensazione bellissima”.
Nel 2008 ha fatto due concerti in Italia e, due anni dopo, la cantante italiana Elisa ha messo una sua canzone, Pour que l'amour me quitte, in un disco. Si è anche parlato di una sua collaborazione con Pippo Delbono. Ha progetti italiani?
“Non per ora. Però ricordo il concerto romano con grande emozione. Aspetto che mi invitino di nuovo”.