"Ho la casa piena, armadi interi, di camicie bianche, smoking e cravatte (anzi l’altro giorno mio figlio che voleva tirarsela per andare a fare un esame a scuola, me ne ha prese un po’), poi mi sono reso conto che stavo più comodo in altro modo. Mi sentivo più a mio agio, e forse anche più 'vicino' a chi lavorava con me".
Stefano Montanari, quando il direttore è rock. Anzi, hard
Diplomato in violino e pianoforte, Stefano Montanari, 48 anni, nato ad Alfonsine, cittadina della provincia di Ravenna, dal 1995 al 2012 è stato primo violino concertatore dell'Accademia Bizantina di Ravenna, ensemble specializzato in musica antica, con cui parte in tour per tutto il mondo. È docente presso l'Accademia internazionale della musica 'C.Abbado' di Milano e ha di recente pubblicato un suo 'Metodo di violino barocco'. È da diversi anni direttore del progetto giovanile europeo 'Jugendspodium Incontri musicali Dresda-Venezia' ed è stato protagonista, nel 2007, del Concerto di Natale e nel 2011 del Concerto per la Festa della Repubblica al Senato, dove ha diretto l'Orchestra Barocca di Santa Cecilia eseguendo come violino solista 'Le quattro stagioni' di Vivaldi. All'attività di solista affianca quella di direttore, ospite regolare di teatri quali il Donizetti di Bergamo, la Fenice di Venezia e l'Opéra di Lione. Ha inoltre diretto molte opere in Italia e all'estero. Accanto a quella come direttore e come violinista, porta avanti anche una intensa attività di lavoro alla tastiera, come direttore dal cembalo o dal fortepiano e come accompagnatore su tastiere storiche. Collabora con il jazzista Gianluigi Trovesi, con cui ha partecipato a importanti festival internazionali. Le sue passioni? La musica hard rock e metal, dai Led Zeppelin fino ai Rage Against the Machine ed Iron Maiden
Forse la vedono così e pensano a un gesto poco rispettoso…
"Al contrario, non metto la prima cosa che capita. Anni fa avevo fatto una pazzia per acquistare un insieme in seta nero che mi piaceva un sacco, in occasione del debutto all’Arena di Verona. Non fu per nulla apprezzato, peccato. Comunque, da qualche anno è così. Ma non escludo che possa anche tornare alla 'divisa' da musicista serio".
Ma sempre con gli anelli?
"Perché no? mi piacciono, sono belli, e una volta fatta l’abitudine non danno fastidio a suonare. Anzi ci si sente nudi se non si hanno: sono fierissimo di essere soprannominato signore degli anelli. Anche se di solito quando dirigo nei tengo solo i cinque sulla mano destra. Una volta, mentre facevo un gesto troppo deciso, uno grosso s’è sfilato dalla sinistra, volando in orchestra: ha praticamente sfondato una viola".
Ma tutte queste cose servono alla musica 'classica'?
"Non credo proprio, ma dare una scossa all’ambiente non fa certamente male. Anche perché è un pubblico che 'guarda' meno di quanto voglia ascoltare 'come una volta'".
Allora perché lo fa?
"Io sto bene così quando faccio musica: non voglio fare il buffone né il profeta. Non ho l’anima del provocatore né vocazione di comiziante. Però d’istinto capisco che c’è un pubblico cui le convenzioni sociali, spaziali e d’ascolto cominciano a stare strette".
Questo atteggiamento quanto lo deve al mondo del barocco e della musica antica?
"Negli anni Sessanta-Settanta i musicisti tedeschi e olandesi amavano presentarsi come fricchettoni, ma era soltanto un modo per far capire che il loro mondo non aveva ancora una collocazione alterativa, non riconosciuta, nell’universo della 'classica'. In quel caso l’'abito' preannunciava che il loro stile nasceva con modalità spesso molto vicine all’improvvisazione, dal non-scritto, diversamente dal grande repertorio classico-romantico".
Un po’ come il jazz, la sua quarta anima musicale?
"Con Gianluigi Trovesi, mio suocero dal 1996, di festival insieme ne abbiamo fatti molti. Ma ci siamo anche dedicati alla “ricreazione” del repertorio rinascimentale e barocco, col gruppo L’Estravagante. Il programma è molto riuscito, dovrebbe essere pubblicato tra poco da ECM".
In queste formazioni, come in quelle barocche, si lavoro musicalmente in modo diverso, no?
"Diciamo che il confronto è diretto, cioè il contributo musicale non è mediato: ci si ascolta per necessità e piacere, ci si 'regola' reciprocamente. Occorre professionalità ma anche personalità autonoma; capacità di esprimersi e di dialogare. Molto meglio, cioè di soddisfazione per un musicista, che suonare in un’orchestra e doversi adeguare al pensiero unico del direttore".
Oggi però è il podio la sua prima anima?
"Dal punto di vista dell’impegno, sì. E soprattutto in ambito operistico anche se sono pronto - anzi smanioso - di essere invitato a dirigere più programmi sinfonici. Diciamo che la direzione d’orchestra è iniziata un po’ in sordina e grazie a un’opportunità speciale dodici anni fa, ma mi ha preso molto".
L’opera, in particolare.
"Per forza: è una macchina artistica straordinaria e il teatro è un luogo dove si incontrano professionalità uniche e si fa spettacolo 'insieme', musicisti e teatranti. Per ora mi hanno un po’ confinato al repertorio barocco e classico".
Non le basta?
"Sempre meno. Sono pronto per dirigere la letteratura sinfonica importante e in teatro Falstaff e Elektra. Anche se, soprattutto in Italia, dubito capiterà".
Siamo indietro con la musica, vuol dire?
"No, la musica sta bene. Ci sono musicisti e possibilità ma la mentalità è vecchia. Non solo nel pubblico, siamo noi musicisti spesso a non avere abbastanza coraggio, a non cercare alleanze rinunciando all’individualismo".
Cosa le piacerebbe?
"Una protesta-rivendicazione morale e professionale pubblica e collettiva: senza etichette né 'sindacalismi di genere'. Jazzistici e filarmonici fianco a fianco per ricordare se - seppure meno vistosa in senso sociale, rispetto a priorità come la salute, l’istruzione e il lavoro - la cultura, non solo musicale, è un servizio non un indotto economico da valutare in base alla redditività e sulla scorta di algoritmi nati per altre modi di vivere e di consumare".
Però questo mondo le piace?
"Certo, perché non ha limiti, se si vuole. Pronto a smettere se non mi diverto più. Prima che le me lo facciano capire gli altri. In realtà non mi ci vedo a settant’anni ancora a correre come ora".
Piuttosto in motocicletta…
"Quella di certo. Non appena i figli avranno l’età giusta, non tra molto oramai, e voglia, potrò finalmente progettare il giro del mondo su due ruote. Per ora, la uso soltanto per diporto anche se è il mio angolo privato di libertà. Anzi, ora che ci penso, sarà meglio che rinnovi il bollo prima di dimenticarmene".