Beach Boys, nostalgia, palme e gemme di bellezza
Carlo Moretti, CARLO MORETTIIl concerto all'Auditorium Parco della Musica di Roma con Mike Love e Bruce Johnston. Due ore per 40 canzoni, molte delle quali incise nella memoria collettiva
Mentre sta diventando un neverending tour il giro di concerti nel quale Brian Wilson e Al Jardin suonano per intero Pet Sounds, il loro disco capolavoro del 1966, proposto a questo punto ben oltre l’anniversario dei 50 anni (i due saranno con la band il 15 luglio a Umbria Jazz) l’altra parte dei Beach Boys formata da Mike Love e Bruce Johnston ha appena fatto tappa a Roma con il tour in cui porta il marchio in giro per il mondo con un concerto antologico di due ore e di 40 canzoni sempre in bilico tra spunti di rara bellezza e momenti di soverchiante nostalgia.
E’ la storia del rock e merita massimo rispetto. Però nella sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica ci ritroviamo con le palme finte ai lati del palco e i fiori di plastica intorno al microfono di Mike Love e questo autorizzerebbe a chiamare subito la polizia. Per fortuna decidiamo di farci cullare dalle buone vibrazioni della musica surf. Che partono subito con Surfin’ S…
E’ la storia del rock e merita massimo rispetto. Però nella sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica ci ritroviamo con le palme finte ai lati del palco e i fiori di plastica intorno al microfono di Mike Love e questo autorizzerebbe a chiamare subito la polizia. Per fortuna decidiamo di farci cullare dalle buone vibrazioni della musica surf. Che partono subito con Surfin’ S…
Mentre sta diventando un neverending tour il giro di concerti nel quale Brian Wilson e Al Jardin suonano per intero Pet Sounds, il loro disco capolavoro del 1966, proposto a questo punto ben oltre l’anniversario dei 50 anni (i due saranno con la band il 15 luglio a Umbria Jazz) l’altra parte dei Beach Boys formata da Mike Love e Bruce Johnston ha appena fatto tappa a Roma con il tour in cui porta il marchio in giro per il mondo con un concerto antologico di due ore e di 40 canzoni sempre in bilico tra spunti di rara bellezza e momenti di soverchiante nostalgia.
E’ la storia del rock e merita massimo rispetto. Però nella sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica ci ritroviamo con le palme finte ai lati del palco e i fiori di plastica intorno al microfono di Mike Love e questo autorizzerebbe a chiamare subito la polizia. Per fortuna decidiamo di farci cullare dalle buone vibrazioni della musica surf. Che partono subito con Surfin’ Safari, insomma il 1962 per chi c’era, e a giudicare dalle facce in sala c’erano in molti anche se la voglia di sognare, di tramonti e onde del mare prende un po’ tutti, anche i più giovani.
Seguono Catch a wave e Little Honda che danno il segno all’intera serata, tra surf e motori, come dimostra la lunga serie di brani dedicati alle automobili che nella seconda parte del concerto intreccerà le gioie della velocità e le bellezze al mare, perché anche l’occhio vuole la sua parte. I video sono l’elemento più suggestivo, alcuni rari, altri visti spesso in rete, ma ci sono due quinti della band sul palco e questo fa la differenza. Surfin’ U.S.A si accompagna a un video di surfisti e ad immagini tv in bianco e nero in cui Brian Wilson non c’era già più, troppo preso dalle sue fisime più che dalla voglia di dedicarsi allo studio di registrazione. Con le riprese tv in bianco e nero di Dance, dance, dance si scopre che lo show prevede anche immagini in sincrono e seguirle si rivela insieme curioso e interessante.
Questo gioco del fuori o dentro prosegue, inevitabile, per tutta la sera, anche quando si tratta di capire chi canta davvero e cosa. Perché, che le voci e l’impasto armonico siano all’altezza degli originali non c’è alcun dubbio come dimostrano I can hear music e Their hearts were full of spring, interpretata a cappella, “la facevamo ancora prima di diventare i Beach Boys” ha ricordato Mike Love dal palco. A volte però si vagola nel vuoto per cercare di capire da dove arrivi la voce, come accade su Do you wanna dance. Altra cosa è il colpo di teatro della voce volutamente fuori campo di Carl Wilson per God only knows, che si segue e si ascolta in sincrono sullo schermo tra gli applausi a scena aperta del pubblico.
Tra le cose notevoli, le due dodici corde elettriche suonate insieme per California dreamin’ e California girls; il fotoservizio a colori allo zoo da cui è tratta la copertina di Pet sounds su Wouldn’t it be nice; la torta con le candeline arrivata sul palco per festeggiare il 75esimo compleanno di Bruce Johnston con tanto di coro e armonizzazioni per l’Happy birthday; le immagini dei Beach Boys e dei Beatles insieme in India per introdurre Pisces Brothers e celebrare l’amicizia tra Mike Love e George Harrison; la canzone ecologista dai campioni del surf Summer in paradise, “perché anche noi siamo preoccupati per le condizioni dell’ambiente” dice Mike. L'impressione generale è di aver ascoltato bellissime canzoni nonostante le abbia suonate soltanto la metà della band.
E’ la storia del rock e merita massimo rispetto. Però nella sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica ci ritroviamo con le palme finte ai lati del palco e i fiori di plastica intorno al microfono di Mike Love e questo autorizzerebbe a chiamare subito la polizia. Per fortuna decidiamo di farci cullare dalle buone vibrazioni della musica surf. Che partono subito con Surfin’ Safari, insomma il 1962 per chi c’era, e a giudicare dalle facce in sala c’erano in molti anche se la voglia di sognare, di tramonti e onde del mare prende un po’ tutti, anche i più giovani.
Seguono Catch a wave e Little Honda che danno il segno all’intera serata, tra surf e motori, come dimostra la lunga serie di brani dedicati alle automobili che nella seconda parte del concerto intreccerà le gioie della velocità e le bellezze al mare, perché anche l’occhio vuole la sua parte. I video sono l’elemento più suggestivo, alcuni rari, altri visti spesso in rete, ma ci sono due quinti della band sul palco e questo fa la differenza. Surfin’ U.S.A si accompagna a un video di surfisti e ad immagini tv in bianco e nero in cui Brian Wilson non c’era già più, troppo preso dalle sue fisime più che dalla voglia di dedicarsi allo studio di registrazione. Con le riprese tv in bianco e nero di Dance, dance, dance si scopre che lo show prevede anche immagini in sincrono e seguirle si rivela insieme curioso e interessante.
Questo gioco del fuori o dentro prosegue, inevitabile, per tutta la sera, anche quando si tratta di capire chi canta davvero e cosa. Perché, che le voci e l’impasto armonico siano all’altezza degli originali non c’è alcun dubbio come dimostrano I can hear music e Their hearts were full of spring, interpretata a cappella, “la facevamo ancora prima di diventare i Beach Boys” ha ricordato Mike Love dal palco. A volte però si vagola nel vuoto per cercare di capire da dove arrivi la voce, come accade su Do you wanna dance. Altra cosa è il colpo di teatro della voce volutamente fuori campo di Carl Wilson per God only knows, che si segue e si ascolta in sincrono sullo schermo tra gli applausi a scena aperta del pubblico.
Tra le cose notevoli, le due dodici corde elettriche suonate insieme per California dreamin’ e California girls; il fotoservizio a colori allo zoo da cui è tratta la copertina di Pet sounds su Wouldn’t it be nice; la torta con le candeline arrivata sul palco per festeggiare il 75esimo compleanno di Bruce Johnston con tanto di coro e armonizzazioni per l’Happy birthday; le immagini dei Beach Boys e dei Beatles insieme in India per introdurre Pisces Brothers e celebrare l’amicizia tra Mike Love e George Harrison; la canzone ecologista dai campioni del surf Summer in paradise, “perché anche noi siamo preoccupati per le condizioni dell’ambiente” dice Mike. L'impressione generale è di aver ascoltato bellissime canzoni nonostante le abbia suonate soltanto la metà della band.