Vasco, il rocker montanaro contro la paura
di MICHELE SERRAA Modena 220mila persone di ogni età in delirio. Cosa c'è dietro al fenomeno di un artista record
UN MONTANARO di 65 anni, diplomato in ragioneria, con regolare pancetta, ha richiamato a Modena, davanti a un palcoscenico più grande della piazza del suo paese natale, duecentoventimila italiani di un paio di generazioni e di ogni ceto sociale. Tutti presenti e tutti paganti nonostante la diretta della tivù pubblica. È stato uno dei più grandi raduni di massa nella storia di questo Paese, pari, per estensione della folla, ai funerali dei grandi leader del passato e a certe rare e memorabili manifestazioni sindacali.
MOLTI erano lì dal mattino, molti dal giorno prima, qualcuno da una settimana e anche di più, con la tenda e il sacco a pelo. Una ragazza bionda, nella selva di telecamere e microfoni, spiegava ragionevolmente che in quella polvere e in quello scalpiccio si stava celebrando «l’unità popolare », e non stava parlando di politica. Stava semplicemente descrivendo l’evidenza.
Vasco Rossi ha …
MOLTI erano lì dal mattino, molti dal giorno prima, qualcuno da una settimana e anche di più, con la tenda e il sacco a pelo. Una ragazza bionda, nella selva di telecamere e microfoni, spiegava ragionevolmente che in quella polvere e in quello scalpiccio si stava celebrando «l’unità popolare », e non stava parlando di politica. Stava semplicemente descrivendo l’evidenza.
Vasco Rossi ha …
UN MONTANARO di 65 anni, diplomato in ragioneria, con regolare pancetta, ha richiamato a Modena, davanti a un palcoscenico più grande della piazza del suo paese natale, duecentoventimila italiani di un paio di generazioni e di ogni ceto sociale. Tutti presenti e tutti paganti nonostante la diretta della tivù pubblica. È stato uno dei più grandi raduni di massa nella storia di questo Paese, pari, per estensione della folla, ai funerali dei grandi leader del passato e a certe rare e memorabili manifestazioni sindacali.
MOLTI erano lì dal mattino, molti dal giorno prima, qualcuno da una settimana e anche di più, con la tenda e il sacco a pelo. Una ragazza bionda, nella selva di telecamere e microfoni, spiegava ragionevolmente che in quella polvere e in quello scalpiccio si stava celebrando «l’unità popolare », e non stava parlando di politica. Stava semplicemente descrivendo l’evidenza.
Vasco Rossi ha talento e carisma, ma anche altri artisti ne hanno. Una vita a lungo insalubre, riaggiustata poco prima del precipizio, gli ha cucito addosso i panni dello sregolato e del ribelle, ma sono panni, quelli, a disposizione di centinaia di mezze tacche, che si esibiscono per pochi intimi. Deve dunque avere, Vasco, qualcosa di speciale e di irripetibile, ben oltre il cliché parecchio logoro della rockstar che tira tardi e insegue la dissoluzione.
Per provare a indovinarlo, questo qualcosa, servirebbe probabilmente avere passato la giornata, dall’alba alla notte fonda, sotto quel palco. Oppure, da più distante, possiamo provare a misurarci con il sorriso prevalente di tutta quella folla, non triste e non arresa malgrado quasi tutte le canzoni di Vasco siano malinconiche o rabbiose o amare, e abbiano odore di solitudine e di deriva, come la poetica del rock impone. Perché sorride, allora, quella folla? Perché la tristezza di Vasco, ad ascoltarla bene, è straordinariamente vigorosa. È una tristezza promettente. È una tristezza piena di vita. Trae da se stessa il colpo d’ala per risollevarsi.
Moltissime delle sue canzoni — testi per niente letterari, poco cantautorali, semplici a volte fino alla brutalità — parlano di qualcosa che sbanda, che non regge, gli amori inconcludenti, la rincorsa di un senso, i sogni che si consumano, la libertà che da sola non basta, la vita che non ha pietà e bastona, leva illusioni, consuma speranze, crea il mare immenso degli sconfitti (molto di più di duecentoventimila persone…). Anche la sua voce cede e strascica, è una voce che nasce incerta, introversa, in certi passaggi è come se gli pesasse anche cucire assieme le sillabe. Ma si rialza sempre, quella voce imprecisa, sfinita. Si rialza e quasi di colpo gonfia la musica come una vela, trova energia incredibile e voglia di cantare forte, accende lo stadio, risolleva la folla. Nei concerti di Vasco l’onda emotiva, quando arriva, è impressionante, porta alle stelle.
Vasco è caduta e ripartenza, depressione e impennata. E chi lo ama è sicuro che lo sia veramente, ovvero che non sia solo l’estro e la malizia dell’artista, a raccontare le cose; è proprio una persona che le racconta, è proprio quella persona. Persona molto libera (proverbialmente libero è l’artista), e al tempo stesso, perché è un uomo intelligente, perfettamente in grado di misurare la solitudine che la libertà non è in grado di colmare. Libertà e solitudine sono le due dimensioni condivise della società di massa. Ogni grande folla ne è l’incarnazione. Quella di ieri era grata a Vasco perché se ne sentiva bene rappresentata, in quel pauroso spazio vuoto dove la rockstar, sola solissima, cantava alla vita nel nome di tutti.
MOLTI erano lì dal mattino, molti dal giorno prima, qualcuno da una settimana e anche di più, con la tenda e il sacco a pelo. Una ragazza bionda, nella selva di telecamere e microfoni, spiegava ragionevolmente che in quella polvere e in quello scalpiccio si stava celebrando «l’unità popolare », e non stava parlando di politica. Stava semplicemente descrivendo l’evidenza.
Vasco Rossi ha talento e carisma, ma anche altri artisti ne hanno. Una vita a lungo insalubre, riaggiustata poco prima del precipizio, gli ha cucito addosso i panni dello sregolato e del ribelle, ma sono panni, quelli, a disposizione di centinaia di mezze tacche, che si esibiscono per pochi intimi. Deve dunque avere, Vasco, qualcosa di speciale e di irripetibile, ben oltre il cliché parecchio logoro della rockstar che tira tardi e insegue la dissoluzione.
Per provare a indovinarlo, questo qualcosa, servirebbe probabilmente avere passato la giornata, dall’alba alla notte fonda, sotto quel palco. Oppure, da più distante, possiamo provare a misurarci con il sorriso prevalente di tutta quella folla, non triste e non arresa malgrado quasi tutte le canzoni di Vasco siano malinconiche o rabbiose o amare, e abbiano odore di solitudine e di deriva, come la poetica del rock impone. Perché sorride, allora, quella folla? Perché la tristezza di Vasco, ad ascoltarla bene, è straordinariamente vigorosa. È una tristezza promettente. È una tristezza piena di vita. Trae da se stessa il colpo d’ala per risollevarsi.
Moltissime delle sue canzoni — testi per niente letterari, poco cantautorali, semplici a volte fino alla brutalità — parlano di qualcosa che sbanda, che non regge, gli amori inconcludenti, la rincorsa di un senso, i sogni che si consumano, la libertà che da sola non basta, la vita che non ha pietà e bastona, leva illusioni, consuma speranze, crea il mare immenso degli sconfitti (molto di più di duecentoventimila persone…). Anche la sua voce cede e strascica, è una voce che nasce incerta, introversa, in certi passaggi è come se gli pesasse anche cucire assieme le sillabe. Ma si rialza sempre, quella voce imprecisa, sfinita. Si rialza e quasi di colpo gonfia la musica come una vela, trova energia incredibile e voglia di cantare forte, accende lo stadio, risolleva la folla. Nei concerti di Vasco l’onda emotiva, quando arriva, è impressionante, porta alle stelle.
Vasco è caduta e ripartenza, depressione e impennata. E chi lo ama è sicuro che lo sia veramente, ovvero che non sia solo l’estro e la malizia dell’artista, a raccontare le cose; è proprio una persona che le racconta, è proprio quella persona. Persona molto libera (proverbialmente libero è l’artista), e al tempo stesso, perché è un uomo intelligente, perfettamente in grado di misurare la solitudine che la libertà non è in grado di colmare. Libertà e solitudine sono le due dimensioni condivise della società di massa. Ogni grande folla ne è l’incarnazione. Quella di ieri era grata a Vasco perché se ne sentiva bene rappresentata, in quel pauroso spazio vuoto dove la rockstar, sola solissima, cantava alla vita nel nome di tutti.