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Steven Wilson, oltre i Porcupine Tree: "Il rock, rabbia e ribellione contro il nostro tempo"

In attesa del tour italiano, a Milano e Roma il 9 e 10 febbraio 2018, Wilson, 'architetto del suono' prima con una delle band più famose del prog e ora da solista, presenta il nuovo disco 'To the Bone'. E spiega: "Vorrei andare all’essenza di tutto ciò che è vero nell’era delle fake news e di Trump"

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C’è ancora una speranza che una buona melodia o una canzone pop possa cambiare il mondo? Dai buoni propositi degli anni Sessanta la musica ha affievolito progressivamente anche la speranza e sembra lontana miglia dalla trincea dell’impegno sociale. “Stiamo però battezzando una nuova era per la musica che è rabbiosa e rappresenta la ribellione contro i tempi che stiamo vivendo”. A dirlo è il fondatore dei Porcupine Tree, Steven Wilson, testimone più credibile del prog rock moderno (genere storicamente molto più incline alle innocenti evasioni in mondi fantastici che alle questioni politiche), che alla vigilia della pubblicazione del suo nuovo disco, To the Bone, butta all’aria lo stereotipo di artista sofisticato e poco incline al compromesso, per abbracciare l’impegno politico con l’effervescenza, la fascinazione e l’immediatezza pop.
  Partiamo dal titolo, To the Bone: da dove viene fuori?
“Ci sono due ragioni che corrispondono ad altrettanti livelli di lettura. La prima riguarda una specie di supplica, andare cioè all’essenza di tutto ciò che è vero nell’era delle fake news e di Donald Trump. Mi colpisce duramente in questi giorni sapere di come la verità venga manipolata, distorta per diventare flessibile e al servizio del potente di turno. Volevo andare al nocciolo - all’osso, traduzione del titolo dell’album -  di quello che è realmente il senso della verità. La seconda ragione riguarda il fatto che questo disco contiene canzoni più dirette: parla di me come vero e proprio autore di canzoni. È un lavoro molto più intimo e personale, insomma. Ad iniziare dalla foto della cover, un risoluto e diretto ritratto di quello che sono come musicista”.

Ascoltando ripetutamente l’album si ha la netta sensazione che abbia una spiccata sensibilità pop come forse mai era accaduto.
“Assolutamente. E questo conferma quello che ho appena cercato di dire. Penso che questa sensibilità ci sia sempre stata nella mia musica, ma ad un livello più nascosto, nelle retrovie, rispetto alla complessità dei brani. Quindi per me, registrare questo disco è stato come far avverare un’ambizione che da tempo avevo: tenere l’aspetto più sofisticato della mia musica (suono, armonie, arrangiamenti) in secondo piano per fare un disco più accessibile con forti aspetti melodici in molti brani, insomma più concentrato sull’arte della scrittura e della composizione del formato canzone”.

Lei affronta in People Who Eat Darkness e Detonation la spinosa questione del terrorismo e dell’estremismo religioso. Siamo costantemente sotto attacco ogni ora, ogni giorno, dovunque. Cosa l’ha portata a trattare questa delicata questione?
“Per uno come me che vive nel mondo, un artista, è molto difficile fare finta di niente. Per cogliere il senso della sua domanda direi che sarebbe strano che non se ne parlasse. Il mondo del rock e del pop ha una grande tradizione alle spalle di musica di protesta, basti pensare a quello che è stata la folk music negli anni Sessanta o anche più recentemente l’hip hop: veicoli di dissenso, protesta e rabbia. Ci dovrebbe essere più coinvolgimento da parte di tutti, in primis gli artisti di musica, per fronteggiare con la cultura il terrorismo e il fondamentalismo religioso, entrambi gravi piaghe che flettono il concetto di verità per giustificare l’irrazionale e radicale odio”.

Sembrerà una coincidenza, ma lei spesso cita artisti degli anni Ottanta (Talk Talk, Tears for Fears, XTC, con il leader Andy Partridge ha collaborato in questo disco). Una decade bistrattata a molti livelli che si caratterizzò anche politicamente in senso negativo. Pensiamo al reaganismo e all’edonismo di quegli anni. Pensa che quella sia stata comunque un’epoca creativa?
“In un certo senso questa domanda avvalora quanto stavo dicendo prima. A volte il rock e il pop derivano la loro creatività da un contesto storico di disagio. Proprio in quegli anni si svilupparono le politiche economiche del reaganismo o del thatcherismo che produssero a livello sociale ed economico una serie di disastri. I musicisti cercarono di opporsi, erano molto arrabbiati e penso quello sia stato un ottimo momento per l’arte. Non è per me una coincidenza che la musica più grande sia stata partorita in epoche di crisi e disagi. Penso al rock degli anni ’60 e alle lotte per i diritti civili e la guerra in Vietnam. O alla musica degli anni Settanta tra terrorismo e il punk che si fece mezzo del discontento, a partire dal Regno Unito. Da questo punto di vista noi stiamo battezzando una nuova era per la musica, la nostra, che è rabbiosa e rappresenta la ribellione contro i tempi, quelli attuali, che stiamo vivendo. Gli anni ’80 sono il periodo della mia adolescenza e sono stati, nonostante le critiche, una decade molto creativa per una musica ambiziosa e sofisticata. Non ci sono purtroppo così tanti bei dischi pop oggi”.

Lei spesso si definisce più un architetto del suono che un musicista. Cosa significa?
“Per rispondere alla sua domanda devo tornare indietro nel tempo, alla mia adolescenza. Fu proprio in quel momento che mi sono innamorato dell’idea di avere a che fare con l’industria musicale.  A me non interessava diventare un eroe della chitarra o un grande cantante né ero attratto dal mondo dorato delle pop star. Volevo essere qualcuno nel totale controllo di tutto il processo della realizzazione di un disco. Volevo essere un autore, un direttore, volevo essere qualcuno che avesse una visione e portasse l’insieme nell’obiettivo di raggiungere la creazione musicale compiuta. In realtà, è la sintesi di come ho gestito finora la mia carriera. In un certo senso sono al centro di ogni mio disco. Per me forse la parola architetto è sbagliata, preferirei essere definito un autore o anche un regista, nel senso cinematografico”.

Pensa che la rivoluzione digitale nella musica abbia interessato di più le nuove generazioni?
“Come in ogni cosa la tecnologia procede due passi in avanti e altrettanti indietro. Oggi facilita la scoperta di nuova musica come mai era accaduto prima. Quando da ragazzo per la prima volta ascoltai Captain Beefheart l’unico modo per conoscerlo meglio era mettere mano ai miei flebili risparmi e comprare il vinile, spesso erano di importazione e dovevo aspettare mesi prima che arrivasse. Oggi un quattordicenne se vuole ascoltare quell’artista va su internet e scarica l’intera discografia in trenta secondi. Questo può essere un vantaggio perché permette di scoprire facilmente nuovi orizzonti musicali e permette anche di non perdere il contatto con la storia della musica. Qual è il problema? È che è diventato tutto troppo facile. Non c’è nessun investimento in termini di tempo, energia, intelletto e soldi. Così se è un gioco trovare tutti i dischi di Beefheart è anche più semplice cancellarli in un attimo e passare ad altro. Per tornare alla mia analogia, quegli sforzi furono ripagati da ore e ore di ascolto che mi portarono a decodificare il suo stile e ad accrescere la mia conoscenza. All’inizio lo odiai pure. Adesso la musica è fin troppo facilmente accessibile. Difficilmente c’è qualcuno che scava sotto la superficie per capire meglio un lavoro discografico. Lei prima ha detto che ha ascoltato tante volte il mio disco. Uno dei problemi che mi pongo spesso quando realizzo un lavoro è: quanto sarà ascoltato fino in fondo e non messo subito in archivio o nella memoria di un computer piena di file inascoltati? È un problema serio che purtroppo la rivoluzione digitale ha amplificato”.

È in programma un tour (suonerà a Milano e Roma il 9 e 10 febbraio 2018). Che spettacolo ci aspetta?
“Sarà un’esperienza d’immersione sonica e visiva totalizzante. Avrò a disposizione un sistema audio quadrofonico con schermi in cui saranno proiettati film e immagini. Esprimerà tutto il senso dell’ultimo disco”.

Conosce il prog italiano?
“Certo. I miei preferiti sono la PFM, gli Area di Demetrio Stratos e gli Arti e Mestieri, fenomenali. Qualcuno mi ha regalato una ristampa di un disco delle Orme”.

I Porcupine Tree li ascolteremo ancora con un nuovo disco?
“Voglio essere onesto, ma a questo punto di una carriera solistica così avanzata, mi interessa sempre meno tornare alla vita di band. Anche se conviene sempre dire: mai dire mai”.