Sound, silenzio e un organo in pvc: arriva in Italia la performing art dei Blue Man Group
Matteo Quinzi
A Milano e poi a Trieste con il loro World Tour: la compagnia per la prima volta nel nostro Paese
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ZURIGO - In America sono delle icone. Le loro incursioni ritmate ed espressioniste hanno colorato le situazioni più disparate, dai telegiornali agli eventi sportivi, finendo nell’immaginario collettivo come dimostrano gli omaggi/partecipazioni nei Simpson e nei Griffin. Da oltre venticinque anni il Blue Man Group è una della compagnie simbolo della cosiddetta performing art. Il trio originale formato da Matt Goldman, Phil Stanton e Chris Wink ha debuttato nell’autunno del 1991 a New York, all’Astor Place Theatre (dove ancora oggi è in scena), inaugurando idealmente l’era dell’intrattenimento Off-Broadway. Da allora la compagnia è cresciuta – sono circa cinquanta i Blue Man ufficiali – dislocati tra le varie produzioni stabili, cinque in America, a New York, Boston, Chicago, Las Vegas e Orlando, più una residenza europea, a Berlino. Senza dimenticare la compagnia impegnata nel World Tour che arriverà per la prima volta in Italia – la vera notizia è questa, visto il quarto di secolo di attività – a Milano, dall’8 al 19 novembre al Teatro degli Arcimboldi, e poi a Trieste, dal 22 al 26 novembre al Politeama Rossetti. Uno spettacolo, un’esperienza multisensoriale che ha conquistato oltre 35 milioni di persone di tutte le età, culture e nazionalità, dal 2016 entrato nel circuito del Cirque du Soleil. Ma cos’è esattamente il Blue Man Group? Cosa vuole rappresentare e comunicare? Siamo andati a scoprirlo in anteprima a Zurigo, al Theater 11, la loro residenza temporanea in Svizzera prima dell’arrivo in Italia.
Blue Man Group, arrivano in Italia le icone della performing art
Nel blu dipinto di rock. Tre entità di colore blu elettrico – guai a chiamarli alieni – entrano in scena. Dalla loro bocca non esce un fiato, anche nelle situazioni più paradossali. Sono gli occhi e i corpi a comunicare con il pubblico e a raccontare le loro emozioni. Sopra di loro una rock band in abiti fluo, con strumenti customizzati come l’electric zither, esegue brani originali e alcuni classici reinterpretati per l’occasione. Classici che cambiano in parte a seconda del paese in cui sono ospiti. Anche i tre Blue Man si cimentano con strumenti inediti ed eccentrici come un organo percussivo fatto di tubi in pvc, il drumbone (un mix tra un una percussione e un trombone, sempre in pvc) e gli ormai celebri paint drums.
Lo show. Si snoda attraverso una serie di sketch nei quali è il ritmo a dominare. Il ritmo della musica ma anche quello della messa in scena, dei corpi che interagiscono con lo spazio e gli oggetti che di volta in volta i Blue Man scoprono per la prima volta. Novanta minuti pieni di musica, ritmo e colore. Contaminati il giusto con la tecnologia – molto divertente è il segmento con tre enormi smartphone - la scienza, l’arte ma soprattutto con la vita quotidiana. Dal cibo ad alcune situazioni tipiche è l’approccio dei Blue Man a essere inedito, a cambiare rispetto a quello dell’essere umano. Un approccio curioso, puro e pieno di meraviglia. Tutto diventa gioco ma soprattutto un’opportunità per scoprire, imparare qualcosa di nuovo sul mondo e su se stessi. E poi l’importanza della condivisione dell’esperienza, per questo i Blue Man in scena sono sempre tre e non perdono occasione per coinvolgere il pubblico. Per chi è appassionato a questo stile artistico, rivisto in chiave pop, ritroverà oltre a tante idee originali anche intuizioni riconducibili a compagnie da noi già apprezzate e storicizzate come gli Stomp o i Momix. La Splash Zone. E come nei grandi concerti pop-rock esiste il Pit, ossia una zona a ridosso del palco per i fan più agguerriti, nello spettacolo del Blue Man Group c’è la Splash Zone. Senza svelare troppo diciamo solo che il pubblico delle prime file avrà un’esperienza ancora più diretta con i tre “uomini in blu” e sarà equipaggiato a dovere. A fine show è prassi per i tre Blue Man andare nel foyer del teatro per interagire con il pubblico più social(e) e fare le classiche foto e video ricordo. Ma non illudetevi: anche lì sarà impossibile strappar loro una singola sillaba.
Backstage e curiosità. Si riconoscono dagli occhi i Blue Man. L’effetto nel vederli nelle vesti di semplici individui e di poter interloquire con loro e un po’ straniante, come trovarsi di fronte ai Kiss struccati o ai Daft Punk senza caschi robotici. L’incontro del giorno dopo con la compagnia, sempre al Theater 11, è interessante e rivelatorio per capire, apprezzare al meglio quanto si è visto e sentito la sera prima. Adam Erdossy, il Blue Man Captain – il componente con più esperienza della compagnia - del World Tour ha soddisfatto molte delle nostre curiosità, a partire dalla scelta del colore: “Il blu elettrico è un colore dal forte impatto visivo ma al tempo stesso è misterioso, enigmatico, non riconducibile a un preciso stato emotivo”. Lo stile e la nascita della compagnia: “Un blend unico tra musica, physical theatre (teatro fisico) e positive affect (approccio positivo con la realtà e con il prossimo). Una risposta alla frustrazione politica e sociale nella New York di fine anni ’80”. L’aspetto musicale dello show: “Oltre il 90% della musica è suonata dal vivo. Buona parte delle composizioni originali sono ispirate dalle teorie sui frattali di Mandelbrot. Anche gli strumenti customizzati o del tutto originali – uno dei tre membri fondatori è un ingegnere - sono degli ibridi tra strumenti già esistenti, oggetti industriali e materiali di recupero”.
Sulle tempistiche del make-up e la natura della pittura che li trasforma in Blue Man: “Il trucco dura circa 45 minuti. Posso solo dire che è una pasta gel simile alla brillantina. Ma la composizione è segreta, come la Coca Cola”. La scelta e la formazione di un Blue Man: “È il provino più facile che si possa fare. O sei un Blue Man o non lo sei, lo si capisce subito. Ogni Blue Man nasce e viene formato a New York e poi inizia un suo percorso, una sua avventura in una delle compagnie”. E poi la domanda delle domande: cos’è esattamente il Blue Man? “Rappresenta la meraviglia. Ma anche l’innocenza e l’effetto sorpresa. Non c’è il peso del giudizio, la paura, l’odio nella sua natura. Il suo motto è ‘Let it go’, così riesce a non farsi bloccare o travolgere dalla negatività”.
Blue Man, Blue School. Nel corso degli anni hanno pubblicato tre album in studio e uno dal vivo, l’ultimo, THREE, è del 2016, mentre con il disco d’esordio Audio (1999) hanno ricevuto una candidatura ai Grammy. In occasione del 25° anniversario compiuto nel dicembre 2016, i Blue Man hanno pubblicato il primo libro, Blue Man World, un vero e proprio trattato di esplorazione antropologica del curioso personaggio Blue Man. Ma la centralità dell’aspetto educativo del Blue Man Group è certificato in primis dalla Blue School, inaugurata nel 2006, una scuola sperimentale con sede a Lower Manhattan, New York - si parte dall’asilo fino alla primary school, la nostra elementare – nella quale oltre al classico programma didattico vengono insegnati tutti i principi e le discipline artistiche sulle quali si fonda la filosofia della compagnia. “L’obiettivo è quello di preservare, e se possibile alimentare, nel corso degli anni e fino all’età adulta, la curiosità, l’approccio positivo e il senso di condivisione, di comunità che abbiamo quando siamo bambini. Di trasformare tutto ciò in una risorsa per forgiare degli individui migliori, immaginando un futuro meno cinico, cupo e individualista”. Un percorso più lungo e articolato rispetto all’effervescente pillola di colore e positività che lo spettatore riceve assistendo, anzi partecipando a un loro show.