Aldous Harding, benvenuti al "Party" della cantautrice rivelazione
Dario Pappalardo
"Kate Bush senza gli anni Ottanta, Joan Baez senza la politica, la nipotina nervosa di PJ Harvey". Convince alla prova dal vivo a Torino l'artista neozelandese, prossimamente anche nella colonna sonora della serie tv "Black Mirror"
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TORINO. Rolling Stone l'ha inserita tra gli artisti da tenere d'occhio quest'anno. Chi ha seguito il consiglio nella notte di Halloween, a Torino, Spazio 211, non era a caccia di streghe ma di Aldous Harding. Che poi così lontana dagli incantesimi non è. La cantautrice neozelandese, nata nel 1990 e scoperta - secondo leggenda recente - per strada nella sua Lyttelton, è al suo secondo album: Party (il primo, che porta il suo nome, è del 2014), uscito da 4AD e realizzato a Bristol da John Parish, produttore di PJ Harvey.
Aldous (il nome maschile omaggia Huxley, ma quello vero è Hannah) si presenta prima da sola, completo total white da sorellina buona (?) della banda di Arancia Meccanica, chitarra bianca con corde di nylon elettrificata, occhi semichiusi. Prende la rincorsa sussurrando, soffiando nel microfono quasi fosse un flauto la ninna nanna Swell does the Skull. Gli occhi si aprono, Harding guarda fisso il pubblico, cerca singoli sguardi nella folla. Non spende parole, recita la parte di celebrante di un rito per sempre esoterico che è la musica acustica suonata nei club. I convenevoli sono a zero.
L'aspetto performativo, già evidente nei migliori video (googlare almeno Stop your Tears e Blend per farsi un'idea), sul palco diventa una segreta caccia alla complicità con lo spettatore, l'invito illusorio a una relazione uno a uno. Aldous lancia incantesimi con la voce, consapevolissima del mezzo: è una ragazzina ai primi turbamenti quando intona Party, è una Nico cavernosa, matura e decisamente più intonata dell'originale quando si abbandona a I'm so sorry; trascina le sillabe, le lascia vibrare nell'aria restituendo l'inquietudine anche nei brani apparentemente più romantici. A tratti sembra Kate Bush senza gli anni Ottanta, in altri momenti ricorda una Joan Baez senza la politica. Ma le smorfie sono tutte da nipotina nervosa di PJ Harvey.
Le teste dondolano, ascoltando il primo singolo di Party, che si candida a essere la hit di Harding, Imagining my man, con quel refrain con coretto registrato "All my life (hey!)/ I've had to fight to stay/ You were right, love takes time, hey, hey" ammiccante quanto basta. Aldous regala due novità extra, ancora inedite: Weight of the Planets e World is looking for you. Sul palco ad accompagnarla c'è H. Hawkline, cantautore gallese che percorre una strada brit post-rock tra Morrissey e Nick Drake: il tono gotico-romantico si allinea perfettamente con le atmosfere di Harding. Di lei si sentirà parlare ancora: la sua Elation è appena diventata colonna sonora di un nuovo episodio della serie di culto Black Mirror. "If there is a party, will you wait for me?", canta la ragazza della Nuova Zelanda. Ad aspettarla, al prossimo party, saranno ancora di più.