Sam Smith: "Metto in musica la mia parte più oscura"
Luigi Bolognini
Il 25enne cantante inglese alla prova del secondo disco 'The thrill of it all' dopo il boom planetario di 'In the lonely hour', quattro Grammy e un Oscar: "Mentre scrivevo non mi piacevo, il successo ha distrutto la mia relazione con un ragazzo"
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MILANO - Lo vedi e pensi quante fortune abbia tutte assieme, Sam Smith: 25 anni, bello, bellissimo, simpatico, intelligente, un disco di debutto (In the lonely hour) che ha venduto 12 milioni di copie e gli è valso 4 Grammy, un Oscar vinto lo scorso anno per Writing's on the wall, colonna sonora dell'ultimo 007. Aggiungiamoci un'omosessualità vissuta da sempre con serenità e accettazione, senza il tormento e le angosce che spesso capitano ("Ho fatto coming out a 10 anni con i miei genitori"). Insomma, può esistere una persona più felice di così? Risposta: sì. The thrill of it all, il secondo album, in uscita domani, è - dice il cantautore inglese - "oscuro, quasi autodistruttivo: non mi piacevo mentre lo scrivevo, il risultato è una ferita aperta". A causarla, il successo, che da un lato cerca e vuole ("Ne ho fame, amo salire sul palco e suonare, girare il mondo in tour"), dall'altro rifugge ("Prima volevo diventare famoso, adesso che lo sono voglio solo diventare sempre più bravo a scrivere e cantare").
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Bella contraddizione, non crede?
"Lo so. Il problema è quello che mi disse una volta Lady Gaga: 'la fama non cambia te, ma chi ti sta intorno'. Ed è vero. Ora vivo in una vella casa, faccio vacanze splendide, mantengo la mia famiglia, mi diverto con gli amici. Ma allo stesso tempo il successo mi ha fatto perdere il ragazzo che amavo e ha chiaramente cambiato la mia vita anche in peggio perché non posso più essere quello di prima, posso girare meno per strada. La fama mi fa paura, non so se rifarei quello che ho fatto, potendo tornare indietro".
Da questo deriva la vena malinconica di queste nuove canzoni?
"Da questo e dal fatto che a me piace l'arte triste, non sono uno da canzoni felici, e neanche da quadri e da film. Ovviamente non dico che l'arte debba essere solo triste, è semplicemente una predilezione personale: oscurità e malinconia sono le sensazioni che accendono la mia creatività. Per me ogni volta che entro in studio è come una sessione di psicoterapia".
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Per questo ci sono influenze soul e gospel, pianoforti, chitarre blues e archi?
"Quando ho cominciato a fare musica ascoltavo molto Joni Mitchell e Adele. Stavolta invece mi sono fatto influenzare da uomini come Leonard Cohen o Mumford and Sons, e mi sono appassionato alla storia dello studio Muscle Shoals dove registrava Aretha Franklin. Ma soprattutto mi hanno ispirato poetesse come Nayyirah Waheed o Rupi Kaur, della quale mi sono tatuato anche una frase sul braccio: sono parole potentissime sulla dolcezza che mi hanno aiutato a parlare delle mie vulnerabilità".
Tra queste vulnerabilità spicca "Him", canzone su un coming out. C'è dentro qualcosa di lei?
"Fino a un certo punto, considerato che mi sento e sono omosessuale da sempre. Però è vero che ora mi sento molto più a mio agio come gay, anche rispetto all'adolescenza, quando andavo a scuola vestito da donna, coi leggings e i tacchi alti, e truccato. Ma negli ultimi 5 anni sono cresciuto come uomo gay, mi sento parte di una comunità e voglio farlo sapere".
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Inevitabile chiederle qualcosa sul caso di Kevin Spacey.
"Posso solo dire che mi ha turbato, ma al contempo sono sollevato che queste cose vengano fuori. Spero che le vittime parlino, che ognuno a Hollywood si assuma le proprie responsabilità e che un giorno il mondo sia governato dalle donne. Quella è l'unica vera soluzione".
Tornando al disco, c'è "Pray”, canzone dedicata alla crisi umanitaria dell'Iraq. Colpisce, in un disco intimista.
"Quella è stata una delle ultime canzoni, l’idea è arrivata dopo essere stato in Iraq con l’organizzazione di charity War Child, gente incredibile con cui voglio iniziare a lavorare di più. Mi hanno portato nei campi di rifugiati intorno a Mosul. Ovviamente una di quelle esperienze che cambiano la vita. Tornato nei lussi del mondo occidentale, mi sono sentito in colpa perché nel mio album non c’era niente che parlasse di che cosa sta succedendo nel mondo. Mi ritorna sempre in mente quello che disse Nina Simone: “Per gli artisti è importante parlare dei tempi in cui vivono”. E così ho scritto Pray”.
A maggio finalmente debutterà in Italia, l'11 maggio al Forum di Assago e il 12 all'Arena di Verona, dopo aver annullato i concerti che aveva in programma nel 2015.
"Mi scuso ancora con i miei fan, ma non avevo più voce. Io in playback non canterò mai e sul palco dò tutto. In più ho avuto problemi alle corde vocali che ho curato con la chirurgia e una dieta: non bevo più alcol, non mangio più formaggio, prendo antiacidi ogni sera, non bevo troppo caffè. Comunque questa volta ci sarò".
Ha già qualcosa in mente per quegli spettacoli?
"Un sogno c'è: aprire io le mie date vestito da drag queen. Di recente ho comprato delle scarpe coi tacchi, mi piacerebbe indossarle almeno un mminuto sul palco. Chissà, vedremo"